My Dying Bride – The Angel and the Dark River (1995)

Per chi ha fretta:
The Angel and the Dark River (1995) fu all’epoca l’album della svolta per i My Dying Bride. Lasciata da parte quasi del tutto la componente death del precedente Turn Loose the Swans (1993), che pure già aveva influssi più melodici, gli inglesi abbracciarono un genere molto più calmo. Quello dell’album è un gothic/doom primigenio, al tempo stesso crudo, depresso ed elegante. Il suo punto di forza assoluto sono le atmosfere, che hanno un pathos sempre palpabile; l’album è però ben impostato anche per quanto riguarda melodie e strutture. Sono questi fattori a costruire una scaletta eccelsa, con picchi come la lunga e straziante The Cry of Mankind, l’incalzante Black Voyage, l’intensa A Sea to Suffer in e la variegata Your Shameful Heaven. Dall’altra parte, la prolissa Two Winters Only ne rovina la possibile perfezione, ma è lo stesso un buon pezzo, e tutto sommato non dà troppo fastidio. Per questo, alla fine The Angel and the Dark River si rivela un esperimento riuscito e di altissima qualità, da possedere per ogni fan di queste sonorità!

La recensione completa:
Nella storia del metal, ci sono band che hanno sempre affrontato lo stesso genere – a volte fino a risultare proverbiali. Altri invece hanno passato una parte o anche tutta la loro carriera a sperimentare e a evolversi: è il caso dei My Dying Bride. Come gli altri del trio inglese che rese grande il genere a inizio anni novanta, il gruppo di Halifax partì dal death/doom metal: è quello che si può sentire nell’esordio As the Flower Withers del 1992. Non solo era lentissimo e anticipava intuizioni poi sviluppate dal funeral: il suo grande spunto di originalità era la presenza in formazione del violino di Martin Powell, una novità assoluta all’epoca. Forse fu proprio questo fattore a spingere i My Dying Bride verso lidi più melodici e ricercati con il successivo Turn Loose the Swans del 1993, un capolavoro assoluto che guarda già al gothic, seppur sia ancora ben ancorato al death iniziale. Ma la svolta definitiva avverrà solo due anni dopo, nel 1995, all’uscita di The Angel and the Dark River. Abbandonati quasi tutti gli elementi estremi, con esso i My Dying Bride passarono a un doom metal più melodico e con forti influssi gothic, ma non inteso nel senso che oggi si dà al genere. Parliamo di un suono crudo, lento, depresso, atmosferico, ma al tempo stesso elegante e calmo, col violino e le tastiere che gli danno un tocco unico, soprattutto a livello di atmosfera. È proprio questa, del resto il punto di forza di The Angel and the Dark River: presenta un pathos sempre avvolgente e palpabile, a tratti lancinante. Tuttavia, anche dal punto di vista musicale i My Dying Bride non sono da meno, con tante belle melodie e strutture impostate a dovere per scongiurare ogni rischio noia – che con un genere così lento può essere concreto. In generale, nonostante il netto cambio di coordinate, The Angel and the Dark River si rivela molto riuscito: forse non sarà al livello del predecessore, ma è lo stesso meraviglioso!

Ci vuole parecchio talento per esordire con un brano molto lungo senza annoiare, ma i My Dying Bride lo fanno con The Cry of Mankind, che nonostante le sue peculiarità è un inizio eccezionale. Si parte da un lungo intro in cui già si può sentire il giro di chitarra principale, circolare e ossessivo, quasi da post-rock, che rimane in scena in ogni singolo momento della canzone, seppur spesso sia in sottofondo. All’inizio fa da sfondo a fuzz, chitarre fischianti e percussioni, poi ma poi entra nel vivo con una norma doom molto lenta, con un riffage basso e dimesso ma al tempo stesso elegante. Ad aiutarlo in entrambi i frangenti ci sono la voce di Aaron Stainthorpe, bassa, pulita, lacrimevole, e alcuni arrangiamenti riusciti sparsi un po’ ovunque. Brillano per esempio i lead di Andrew Craighan e Calvin Robertshaw, i fraseggi di pianoforte di Powell e il lavoro del basso di Adrian “Ade” Jackson, oscuro ma importante. Il risultato è un affresco ricercato e depressivo, che avvolge alla grande nella sua magia oscura, sempre più intensa, fino a raggiungere un apice con l’ultimo ritornello, di efficacia spaventosa. A quel punto, la traccia comincia a spegnersi in maniera lenta e progressiva, fino a ritrovarsi di nuovo col solo giro di chitarra iniziale. Sembra la fine,invece è l’inizio di una lunghissima coda ambient, della durata di oltre cinque minuti. Guidata ancora dalla stessa chitarra, al di sopra vede apparire gli scorci più vari: da momenti con suoni d’ambiente ad altri più strani, con effetti stridenti, da distanti cori fino a un finale abissale e lugubre. È un finale molto bizzarro, ma non suona mai prolisso, anzi gli inglesi riescono a renderlo sempre interessante. Si tratta insomma di un finale più che adeguato per una traccia splendida, che apre alla grande The Angel and the Dark River!

From Darkest Sky se la prende molto con calma a entrare nel vivo, con un inizio tombale scandito dal basso. A esso poi accoppiano il violino di Powell e il frontman, che aumentano la sensazione tenue e desolata: è il perfetto preludio per un pezzo che poi sale di voltaggio, ma mantiene le stesse sensazioni. Abbiamo un brano doom diviso a metà tra strofe molto lente e statiche, che evocano una sensazione arrendevole, di sconfitta, e i ritornelli. Questi ultimi non accelerano, ma trasformano la catatonia precedente in un dolore più vivido e intenso che li fa colpire con forza, anche a dispetto della poca potenza musicale. Sembra quasi che il pezzo alterni solo queste due anime quando i My Dying Bride stupiscono l’ascoltatore: la traccia vede l’ingresso dell’organo e il riff virare alla cupezza, per un effetto vertiginoso, molto cupo (che poi si ripresenta anche nel finale). Bella anche la frazione successiva, potente, animata e spoglia, che riporta al death/doom primigenio degli inglesi, seppur Stainthorpe canti in pulito. Nonostante la diversità dal resto, sono tutti arricchimenti, che non stonano in un bellissimo brano, forse non tra i picchi del disco ma splendido! Anche Black Voyage dà l’idea di muoversi sulle stesse coordinate, col suo intro lento e lezioso, oscuro e mogio. Poi però la musica svolta su qualcosa di più cupo e incalzante, con ritmiche che ricordano il doom più classico e a tratti persino l’epic, innestate in lunghe strofe spoglie e desolate, quasi fredde. Ma il calore del gruppo non è sparito: si ripresenta poco dopo, con una lunga frazione disperata, lancinante seppur rimanga scarna, con solo il cantante prima e poi il violino sulla parte metal. A questo punto, sembra che quasi che si debba ripetere tutto da capo, in una struttura strofa-ritornello, ma i My Dying Bride cambiano ancora le carte in tavola. Comincia da qui una frazione dilatata e quasi acida, con il giro del basso di Jackson che regge una base piena di fuzz e la voce lontana di Stainthorpe, per un effetto cupo, quasi caotico: nonostante la stranezza incide bene. Solo dopo lunghi minuti il metal vero e proprio torna alla carica, con una frazione che riprende i temi sentiti in precedenza. Si conclude in questo modo un brano, particolare ma senza un momento di noia: il suo livello è altissimo e lo fa giungere a pochissima distanza dal meglio di The Angel and the Dark River!

Un breve intro di pianoforte, poi A Sea to Suffer In esordisce con chitarre che riprendono un tema simile, su cui si staglia un violino malinconico per un effetto ancora molto efficace a livello emotivo. La musica mostra subito una certa tendenza alla mutazione: presto rallenta e si fa più fredda, quasi arcigna, con uno Stainthorpe sgomento e una base monolitica e possente. È una norma che torna diverse volte e si alterna di solito con frazioni più dinamiche: lo è per esempio quello al centro, vorticoso e con diversi cambi tempo che la rendono sempre più intensa e cupa. Brilla anche in questo caso la vena compositiva degli inglesi: i tanti passaggi diversi sono allineati sempre con cognizione di causa, e non c’è neanche un pelo fuori posto. Lo stesso vale per la progressione finale, che prima rilegge la parte principale in maniera più veloce e disperata, per poi darle un tono più macinante, prima che la frazione più calda dell’inizio torni alla carica. Ne risulta un pezzo perfetto e grandioso, uno dei picchi in assoluto del disco! La successiva Two Winters Only parte da un’introduzione lunghissima, forse anche troppo. È una norma molto tranquilla, e incide in maniera più che discreta con la placidità dell’arpeggio delle chitarre di Craighan e Robertshaw. Solo, cresce in maniera troppo lenta, con l’aggiunta progressiva della sezione ritmica e lievi orchestrazioni che non ne modificano di molto la sostanza. È insomma un inizio un po’ prolisso, anche per il fatto che dura quasi quattro minuti: un po’ meglio va invece quando la traccia torna alla potenza. È allora la volta di un ritornello lento e straziante, di una malinconia romantica fortissima, data dal solito violino di Powell e dalla bella prestazione di Stainthorpe, semplice ma efficace. Poi la parte iniziale torna alla carica, ma stavolta dura meno e non stride troppo: conferisce anzi un tocco delicato al tutto. Degna di nota anche la frazione sulla tre quarti, che prelude al nuovo refrain: è la più dura del pezzo, mastodontica e fredda, e colpisce bene.  Non c’è altro in un pezzo lungo e un po’ ripetitivo ma sentito e di buon livello. Per assurdo però in un album così risulta però il meno valido: si può quasi dire che ne rovini la perfezione, visto che con un episodio al pari dei suoi picchi The Angel and the Dark River poteva aspirare al voto pieno!

Il violino che apre Your Shameful Heaven e va avanti a lungo nel vuoto coi suoi giri nostalgici può far pensare a un brano melodico come il precedente. Poi però i My Dying Bride stupiscono quando deflagra una traccia cupa e quasi dissonante, specie per merito dello stesso violino che si accoppia a una base abissale per un effetto tormentato e molto oscuro, quasi sinistro. Questa falsariga lascia poi spazio a una breve frazione più aperta: sembra che stia per arrivare il classico momento “sentimentale” a cui gli inglesi ci hanno abituato, ma le sorprese non sono finite. Al suo posto giunge un’accelerazione imperiosa, doom vorticoso con persino un accenno thrash, che però non ne sminuisce la potenza né l’aura seriosa.  Buona anche la parte sulla tre quarti: dopo una breve frazione ambient cupa ma tranquilla, si mostra persino più blasfema del resto, quasi rabbiosa. È un altro bell’arricchimento per un brano che nonostante la varietà e la complessità maggiore viene gestito con maestria assoluta dai My Dying Bride: il risultato non poteva che essere un capolavoro assoluto, una chiusura col botto per il vinile originale. Ma nelle versioni CD, già a partire dal 1995, è compresa anche The Sexuality of Bereavement, traccia più vecchia di un anno rispetto agli altri (risale al singolo omonimo di inizio 1994), e si sente. Dopo un preludio ancora col solo violino (che in parte ricorda l’inizio della precedente), parte lenta, desolata, espansa, senza la ricercatezza sentita fin’ora. È un lungo affresco oscuro e tombale con addirittura qualche suggestione funeral: a creare questo effetto contribuiscono ritmiche molto dilatate e lente e dal growl cavernoso di Stainthorpe. Non manca però una componente atmosferica intensa: grazie soprattutto a Powell, l’aurea depressa e oscura non è solo nichilista, anzi avvolge molto bene. Il momento più graffiante da questo punto di vista è al centro, un lungo passaggio più spoglio e freddio, con ritmiche davvero alienanti. È una frazione in principio molto lenta, ma che poi accelera, per uno scatto non velocissimo ma graffiante, di chiara matrice death. Pian piano però il pezzo torna a qualcosa di più doom e placido, fino a sfociare ancora nella norma principale, ancor più cupa che in precedenza. È così che arriva la fine di un pezzo che forse è un po’ un pesce fuor d’acqua all’interno di quest’album, ma in fondo importa poco: non solo preso da solo è ottimo, ma essendo in fondo poco più di una bonus track non rovina per niente il resto.

Insomma, per concludere The Angel and the Dark River è un album spettacolare, un capolavoro assoluto e storico del primissimo gothic/doom metal. Non sarà il migliore album nella storia dei My Dying Bride – il che tra l’altro indica quanto gli inglesi abbiano avuto una carriera eccezionale – ma a chi ama le sonorità più atmosferiche, tranquille e melodiche del doom non può mancare. Se lo sei anche tu, c’è solo un consiglio possibile: corri a recuperarlo!

Voto: 96/100

Mattia
Tracklist:
  1. The Cry of Mankind – 12:13
  2. From Darkest Skies – 07:48
  3. Black Voyage – 09:46
  4. A Sea to Suffer In – 06:31
  5. Two Winters Only – 09:01
  6. Your Shameful Heaven – 06:59
  7. The Sexuality of Bereavement – 08:04
Durata totale: 01:00:22
Lineup:

  • Aaron Stainthorpe – voce
  • Andrew Craighan – chitarra
  • Calvin Robertshaw – chitarra
  • Martin Powell – violino e tastiere
  • Adrian “Ade” Jackson – basso
  • Rick Miah – batteria
Genere: gothic/doom metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei My Dying Bride

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