Genus Ordinis Dei – Great Olden Dynasty (2017)

Per chi ha fretta:
Great Olden Dynasty (2017), secondo album dei cremaschi Genus Ordinis Dei, è un album valido, nonostante qualche difetto. Il death metal melodico e sinfonico con copiosi influssi metalcore al suo interno non è originalissimo, ma i lombardi lo manipolano bene, con una buona energia e alcuni ottimi spunti, specie per quanto riguarda le atmosfere. Dall’altro lato però l’album soffre di alcuni difetti: le costruzioni melodiche tendono un po’ a ripetersi, ed è presente qualche cliché di troppo. Anche la scaletta pecca un po’: seppur di media buona, soltanto l’esplosiva Cold Water, l’aggressiva ID13401 e la melodica Salem (che vede anche l’ospite di lusso Cristina Scabbia) spiccano davvero. Il risultato di tutto ciò è che Great Olden Dynasty è un album non eccezionale ma almeno buono: se la sua complessità non lo rende per tutti i palati, è comunque adatto per gli amanti del death sinfonico e delle fusioni melodeath/metalcore.

La recensione completa:

Death e metal sinfonico: due mondi che, specie agli ascoltatori più oltranzisti, possono sembrare distanti anni luce. Eppure, la loro unione ha una lunga storia alle spalle: risale nientemeno che ai Therion, i primi a sperimentare l’accoppiata death metal/orchestrazioni prima di spostarsi su sonorità più melodiche. E negli ultimi tempi, il genere sta vivendo un periodo di buona forma: strano ma vero, parte del merito di ciò va all’Italia. Nel nostro paese non ci sono solo i Fleshgod Apocalypse, come un profano potrebbe pensare: dietro ai romani c’è una scena vitale, composta da band famose ma di livello almeno buono: è per esempio il caso dei Genus Ordinis Dei. Nati nel 2009 a Crema, in Lombardia, hanno esordito nel 2013 col full-lenght The Middle, seguito poi da un EP omonimo l’anno successivo; è invece di pochi mesi fa il loro ritorno sulla lunga distanza, Great Olden Dynasty. La musica al suo interno parte da una base che accoppia un melodeath moderno con copiosi influssi metalcore, mescolati in un insieme compatto in cui si fa fatica a capire dove finisce l’uno e comincia l’altro. In più, il tutto è accompagnato da una componente sinfonica molto classica, a metà tra l’anima più melodica e quella più estrema del genere, che aiuta i Genus Ordinis Dei specie per quanto riguarda le atmosfere, molto sfaccettate. È un genere non originalissimo, ma che i lombardi sfruttano bene: Great Olden Dynasty è un album non solo ben suonato e registrato, ma con una bella energia e alcuni spunti di qualità. Su tutti brillano le rapide e repentine virate che qua e là fanno cambiare di colpo faccia ai pezzi e lasciano l’ascoltatore stupefatto – in senso positivo, ovviamente. Dall’altro lato però Great Olden Dynasty non è esente da alcuni importanti difetti: il principale è di sicuro l’omogeneità. Come tante band odierne, anche i Genus Ordinis Dei tendono a ripetersi molto in fatto di costruzioni melodiche, il che a volte rende le canzoni difficile da distinguere le une dalle altre. Ma ai lombardi non manca nemmeno l’altro difetto tipico di oggi, la mancanza di hit: se lungo tutto Great Olden Dynasty non ci sono quasi pezzi brutti, anche quelli che spiccano sono pochi in proporzione. Infine, i Genus Ordinis Dei a volte si perdono in qualche cliché di troppo, il che limita alcune loro tracce. C’è da dire però che nessuno di questi tre punti è così castrante: come leggerai nel corso della recensione, abbiamo lo stesso un album buono e godibile il giusto.

 “I’ve been released… again” dice una voce, poi senza altri preamboli The Unleashed entra in scena veloce, una base vorticante e rabbiosa che unisce death con addirittura influssi thrash. È una norma che ogni tanto si ripresenta, ma più spesso la traccia è meno diretta e più cadenzata: a volte è una norma sempre energica e potente, di stampo metal sinfonico/estremo, mentre altrove si orienta su una norma metalcore più spoglia. L’alternarsi di queste varie parti ha il suo culmine nei ritornelli, che uniscono le varie suggestioni già sentite e si aprono: su un florilegio di melodie sinfoniche, Nick K passa più volte dal growl a un pulito urlato, per un effetto profondo e potente. Insieme alla breve frazione strumentale al centro, è il momento migliore di un brano che per il resto non impressiona troppo, ma si rivela comunque godibile e discreto: come apertura non è malaccio. Al contrario del brano appena concluso, You Die in Roma parte da un lungo intro, che inizia con un ambient oscuro e minimale, prima di trasformarsi in una marcia guidata dalle orchestrazioni di Tommy Mastermind. Questa norma si fa sempre più intensa e densa, con l’ingresso anche di percussioni e cori, finché la traccia vera e propria non entra nel vivo ancora ricca e maestosa. Ma la svolta è dietro l’angolo: presto i Genus Ordinis Dei si spostano su una norma più scarna e diretta, una cavalcata in mid tempo graffiante tra ritmiche rocciose e melodie dissonanti. È una falsariga seriosa, dritta al punto e sottotraccia, da cui il brano si distacca solo per la progressione che, dopo brevi bridge oscillanti, raggiunge refrain ancora aperti e arricchiti dalla sinfonia, seppur stavolta siano più arrabbiati e incisivi che in precedenza. Per il resto, c’è spazio solo per un assolo centrale riflessivo e melodico: è un coronamento di buona fattura per un episodio che lo è altrettanto, pur non essendo tra i migliori di Great Olden Dynasty.

Cold Water prende il via da un preludio  tranquillo e intimista, con un arpeggio lieve accompagnato dal piano e lievi orchestrazioni. Quando poi la musica accelera, in principio è ancora molto mogia e tranquilla, ma è solo un illusione: nel giro di pochi secondi, torna alla carica il lato più distruttivo dei Genus Ordinis Dei. Le strofe alternano in maniera repentina tratti tranquilli e mogi ad altri esplosivi e taglienti, di chiaro stampo melodeath. Questo dualismo conduce fino a ritornelli che a dispetto di alcuni cambi di tempo sono più lineari, e colpiscono soprattutto con l’atmosfera, che si fa più aperta e quasi malinconica – seppur la potenza non manchi. Da citare è anche la frazione di centro: all’inizio è molto possente e pestata, ma poi pian piano si spegne fino a raggiungere uno stacco tranquillo e intimista, che riprende l’inizio, per poi riesplodere con un bel breakdown, di gran potenza. È la buona coronazione per un brano ottimo, uno dei picchi dell’album! Con The Flemish Obituary, i lombardi si spostano poi sul loro lato teatrale/sinfonico. Lo si sente già dal lungo esordio, con l’organo a cui si sovrappone presto un lontano coro femminile, per un effetto “gotico” e oscuro. Poco dopo, a questa base si unisce una base metalcore potente e spezzettata, ma non dura: presto il pezzo vira su una norma più oscura e di basso profilo, con un cupo pianoforte. Prima questo strumento si muove in solitaria, poi si sovrappone a una base espansa e dissonante, con persino un vago retrogusto black metal. È una norma o atmosferica e dilatata, che si fa più energica e diretta solo in alcuni passaggi sparsi qua e là, in cui le chitarre tornano a graffiare. Questi però si scambiano spesso con altri momenti più distesi, con le orchestrazioni in grande mostra e il metal in secondo piano, con Nick K che contribuisce a renderle più espanse. Ciò accade in special modo nei chorus, che perdono l’aura preoccupata e cupa del resto per qualcosa di potente, vitale, quasi trionfante. L’unica parte che aggredisce davvero è invece quella che compare alla metà esatta, potente e vorticosa, con delle belle variazioni repentine che stupiscono l’ascoltatore. Altrettanto buone sono i passaggi più distesi che punteggiano il brano nell’ultima parte, dall’assolo obliquo sulla tre-quarti al ritorno dei cori e poi della norma iniziale alla fine. Sono tutti arricchimenti per una traccia lunga ma senza un attimo di noia: il suo livello è molto buono, non troppo distante dai picchi di Great Olden Dynasty.

Saggiamente, dopo una traccia così complessa i Genus Ordinis Dei piazzano Sanctuary Burns, episodio breve che punta molto sulla potenza. Lo si sente già dal suo attacco, reso martellante dal batterista Richard Meiz su cui le chitarre di Nick K e Tommy Mastermind descrivono riff molto macinanti. È una norma che prosegue a lungo aggressiva e rabbiosa,anche quando le ritmiche variano: solo a tratti si aprono brevi frazioni più aperte, in cui torna la componente sinfonica del gruppo. Divisi allo stesso modo sono anche i ritornelli, con una formula “stop and go” che però non funziona del tutto. O meglio: i momenti più aggressivi incidono, ma quelli in cui il frontman passa all’urlato sanno un po’ di già sentito, specie in riferimento ai brani precedenti. Buona è invece la parte centrale, lontana e alienata grazie ancora alle orchestrazioni. È un arricchimento adeguato per una traccia che non spicca molto all’interno dell’album, ma alla fine risulta più che discreta. A questo punto, i ritmi rallentano per Morten, che può essere quasi considerata la semi-ballata del disco, seppur l’aggressività non le manchi. Si comincia in maniera molto lenta e soffice, con un pianoforte cupo in scena che però col tempo si fa più tranquillo, quasi sereno, nonostante la vena di malinconia che emerge. È la stessa che accompagna il brano mentre si addensa, e si fa anche più intensa quando alla fine la musica esplode, come un pezzo metal lento e armonioso, in cui il growl del frontman è l’unico elemento estremo, mentre a dominare è il florilegio sinfonico al di sotto. Sembra quasi che tutta la canzone debba muoversi su queste coordinate tranquille quando i Genus Ordinis Dei cambiano verso: all’improvviso parte una norma veloce e nervosa. All’inizio c’è ancora molta melodia, ma poi il tutto si fa più potente, con ritmiche taglienti e a tratti stoppate che spesso e volentieri guardano persino al death classico. Le due anime cominciano poi ad alternarsi, con aperture imperiose e momenti che accelerano molto, passando per tratti melodeath che mescolano le suggestioni da entrambe. Ci sono buoni spunti e diverse variazioni ben riuscite, seppur a tratti qualche svolta sembri un po’ forzata. Ma è un difetto da poco per un brano che senza mettersi troppo in mostra risulta buono e godibile.

Con ID13401 Great Olden Dynasty vive un altro cambio di coordinate: si parte da una frazione potente e cadenzata, a tinte metalcore, seppur l’impatto sia puramente death. Lo si sente bene nelle strofe, dirette, possenti e vorticose, cavalcate distruttive che solo di tanto in tanto si fermano davanti a brevi stacchi più melodici, che perdono in energia ma guadagnano in oscurità. Il momento migliore sono però i ritornelli: arrivano di norma dopo brevi breakdown che li lanciano bene, e sono diretti e senza fronzoli, con Nick K tirannico e una base  di retrogusto quasi thrashy, che gli dà una marcia in più in fatto di potenza. Buone anche le poche variazioni presenti qua e là, come per esempio l’assolo centrale, vorticoso e di ottima fattura. È la ciliegina sulla torta di un pezzo di efficacia assoluta, a poca distanza dai migliori del lavoro! Al contrario della precedente, Halls of Human Delight si prende tutto il tempo che vuole per entrare nel vivo, con un intro strano, echeggiato, che pian piano si fa più pesante, finché il metal non ricomincia a fluire. Abbiamo allora una cavalcata diretta, quasi marziale e molto ossessiva: seppur il riffage vari e ogni tanto entrino le lontane orchestrazioni di Tommy Mastermind, l’impostazione generale e l’atmosfera restano le stesse. Già questo è un po’ un problema: il tutto stavolta risulta abbastanza inespressivo, poco incisivo, anche per colpa di un effetto già sentito ben presente. Lo stesso del resto penalizza i refrain: la loro melodia e l’impostazione con base metal e orchestrazioni assomiglia a quelli già sentita all’inizio del disco, come anche lo scambio tra momenti più rabbiosi e altri più aperti. Una durata ridotta a tre minuti, che fa apparire il complesso anche un pelo incompleto chiude il quadro. Abbiamo un brano con qualche spunto decente, ma poco appetibile e abbastanza insipido: faccio davvero fatica a capire perché i Genus Ordinis Dei l’abbiano scelta come ideale singolo girandone il video, visto che è il brano meno bello di tutto Great Olden Dynasty!

Con Salem, i lombardi ci propongono un lato ancora diverso della propria musica. Dopo un altro intro di pianoforte, giunge in scena un pezzo oscuro, misterioso e di gran potenza, ma al tempo stesso ricercato, grazie a orchestrazioni anche più eleganti del resto. Inoltre, tutto è destinato a cambiare: presto la musica si apre per dei brevi bridge in cui per la prima volta fa la comparsa la voce di un’ospite d’eccezione come Cristina Scabbia. È il preludio a ritornelli liberatori, quasi da classico metal sinfonico se non fosse per Nick K che growla in duetto con la cantante dei Lacuna Coil. Ma il pezzo non è affatto banale: lungo il suo corso la componente più oscura e quella più aperta si scambiano e a volte si compenetrano. Un esempio di ciò sono gli interventi dell’ospite in momenti più oscuri e pestati, che di norma funzionano molto bene. Ma anche le altre variazioni sono di qualità, dalla frazione espansa e quasi orrorifica al centro all’assolo sulla tre quarti. Abbiamo insomma un gran bel pezzo, il migliore del disco con Cold Water! Great Olden Dynasty a questo punto è quasi finito: c’è rimasto spazio solo per Greyhouse, che comincia da un nuovo intro col pianoforte e l’arpeggio di chitarra pulita, oscillante e malinconico. È la stessa natura che poi, dopo un breve crescendo, si mantiene nella traccia vera e propria, di buona energia ma al tempo stesso dimessa, triste e meno aggressiva di quanto i Genus Ordinis Dei ci abbiano abituato. Ciò vale sia per le strofe, più dirette, sia per i bridge, più spezzettati e di influsso metalcore, sia per i ritornelli, che come da norma del gruppo si aprono e si riempiono di orchestrazioni, incisive in questo caso nonostante ancora un pelo di effetto già sentito. Buone anche le variazioni sparse qua e là: la più evidente è quella al centro, più cupa del resto del pezzo sia nei suoi momenti più espansi che in quelli più pestati e vorticosi; nonostante questo, si integra bene nel suo tessuto. Il resto è invece più lineare, il che però non dà granché fastidio: nonostante gli oltre sette minuti, i momenti morti sono pochi. Abbiamo un pezzo di buon valore, il che lo rende molto adatto a concludere un album più o meno dello stesso livello!

Per concludere, Great Olden Dynasty non è un album per tutti i palati: coi tanti cambi di tempo e di atmosfere – e anche per la lieve tendenza a perdersi dei Genus Ordinis Dei – è difficilotto da penetrare. Ma se ci si riesce, si scopre un album onesto, piacevole, e che a dispetto dei difetti risulta piuttosto buono. Perciò, se ti piace il death metal sinfonico e non disdegni sonorità troppo moderne, o in alternativa se ami le fusioni tra melodeath e metalcore, è un lavoro che farà probabilmente al caso tuo.

Voto: 76/100

Mattia
Tracklist:

  1. The Unleashed – 03:29
  2. You Die in Roma – 04:55
  3. Cold Water – 03:38
  4. The Flemish Obituary – 06:56
  5. Sanctuary Burn – 03:42
  6. Morten – 05:59
  7. ID13401 – 03:31
  8. Halls of Human Delights – 03:13
  9. Salem – 04:11
  10. Greyhouse – 07:13
Durata totale: 46:47
Lineup:
  • Nick K – voce e chitarra
  • Tommy Mastermind – chitarra e orchestrazioni
  • Steven F. Olda – basso
  • Richard Meiz – batteria
Genere: symphonic death metal/metalcore
Sottogenere: melodic death metal

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