Tal’Set – La Via del Guerriero (2012)

La recensione completa:
La Via del Guerriero (2012), unico album della misconosciuta e misteriosa band triestina Tal’Set, è un album fascinoso e originale. Lo è a partire dal genere, un black metal personale con concessioni alla melodia e a toni più aperti, ma senza sacrificare l’aggressività; in più, ci sono molti influssi, specie tribali, che lo fanno sforare spesso nell’avant-garde. È una componente che guarda molto al concept dell’album, ispirato alle opere sciamaniche di Carlos Castaneda, comparto lirico che i giuliani affrontano cantando tutto in italiano. Questo però è sia un pregio che un difetto: a volte il cantante del gruppo tende a essere troppo verboso, il che va a scapito della musicalità generale. Anche la scaletta soffre di una certa mancanza di hit, con solo la title-track e in parte Intento e  Follia Controllata che spiccano – seppur la media sia molto buona e siano presenti pochi punti morti. Sommando il tutto, è un po’ un rammarico: La Via del Guerriero poteva essere un capolavoro (e ancor di più, i Tal’Set potevano crescere, invece sono spariti nel nulla). Ma in fondo ci si può accontentare: abbiamo lo stesso un album molto buono, che i fan del genere apprezzeranno.

La recensione completa:

Come sai se mi segui da tempo su Heavy Metal Heaven, sono un grande fautore del metal italiano: del resto valorizzarlo è uno degli obiettivi della webzine (e in particolare del mese del metal italiano, che tra parentesi inizia oggi). Ma non è stato sempre così: per anni invece sono stato come tanti nel nostro paese, interessato più ai grandi nomi esteri che a scoprire l’underground nostrano. Poi però intorno al 2012 ho cominciato a cambiare visione e a esplorare di più, soprattutto grazie al web: mi sono così imbattuto in un buon numero di gruppi sconosciuti ma validi, e da lì è cominciata la mia passione per il metal italiano. Tra i primi che ho scoperto, ci sono proprio Tal’Set, band molto misteriosa proveniente da Trieste: non si sa nulla dei suoi membri, nemmeno quanti siano – o se sia una one-man band. Anche il loro destino è ignoto: sono spariti nel nulla dopo un solo album, La Via del Guerriero, uscito proprio nel 2012 grazie all’etichetta nostrana ATMF. Questo è un vero peccato: parliamo di un lavoro molto interessante, a partire dal genere, che i Tal’Set stessi hanno battezzato “toltec black metal” in riferimento soprattutto ai testi. La Via del Guerriero è un concept album ispirato alle opere di Carlos Castaneda, scrittore peruviano famoso per la sua attenzione verso l’antico sciamanesimo dei popoli centro-americani. Questo comparto lirico è sorretto da un black moderno abbastanza sui generis, con alcune influenze thrash e death; tuttavia, è meno chiuso e alienato rispetto all’incarnazione classica del genere. Anche per merito della voce dell’anonimo frontman, più un urlato rabbioso che un vero scream, si rivela meno estremo del black classico: si può quasi definire “orecchiabile”, per quanto non manchi l’aggressività – non parliamo certo di black metal melodico, anzi. In più, in La Via del Guerriero sono presenti tante influenze, specie tribali in ossequio ai testi, ma anche di tipi più vari, che fanno spesso pendere il genere dei Tal’Set verso l’avant-garde. È insomma un genere originale e molto affascinante, ma anche i triestini ci mettono del loro, con qualche trovata molto riuscita, buoni spunti e idee funzionanti lungo tutto l’album. Per esempio, il più evidente è il cantato, tutto in italiano e come già detto comprensibile per lo stile di canto; dall’altra parte questo è però anche il difetto di La Via del Guerriero. Ogni tanto i Tal’Set sembra interessarsi più al concept che la musica: il risultato è che questa viene lasciata un po’ a sé stessa, mentre in alcuni punti le canzoni risultano verbose, didascaliche. In più, l’album soffre anche di una certa assenza di hit: come spesso accade, la media è buona, ma mancano quei pezzi che potevano trainarlo più in alto. Ma in fondo sono difetti non troppo incisivi per un lavoro che anche così riesce a essere buonissimo e fresco al punto giusto.

Le danze si aprono con Il Vecchio alla Stazione, intro che già descrive bene la peculiarità dei Tal’Set. È un espanso preludio ambient che mescola sonorità sintetiche, quasi spaziali, con echi vocali e quelli che sembrano flauti. Pian piano questa norma si addensa, con l’entrata in scena della batteria: è il preludio allo strappo vero e proprio, che ha luogo all’arrivo della title-track. Ci ritroviamo allora in un ambiente in principio calmo, melodico ed espanso: al suo interno una base black dilatata si sovrappone a canti e fiati. Pian piano però il tutto si fa più diretto e aggressivo, con l’ingresso della voce roca e possente del cantante, finché La Via del Guerriero non comincia a fuggire. A dominare è allora una tempesta fredda e graffiante, black metal classico che quasi subito comincia un’evoluzione tortuosa e dai cambi repentini. A tratti il ritmo è in blast beat e la fuga è di dinamismo estremo, mentre altrove rallenta; tuttavia, proprio questi sono i  frangenti più aggressivi, con ritmiche taglienti e il frontman a dettar legge. Solo in qualche breve momento la musica si apre con melodia: sono stacchi brevi, ma funzionali a dare al brano il giusto respiro. Per il resto abbiamo un pezzo intenso e aggressivo, che riesce bene a incidere pur nella sua complessità: quasi ogni passaggio funziona bene, come anche le varie melodie – lo dimostra per esempio il bellissimo passaggio finale, potente ma anche avvolgente il giusto. E così anche a dispetto di un pelo di verbosità di troppo per quanto riguarda il cantato abbiamo un gran bel pezzo, uno dei migliori dell’album che apre!

Anche Intento parte da un’introduzione con un flauto e percussioni su una base espansa e oscura, che però dura di meno. Giusto qualche secondo, poi esordisce  una norma oscillante e lenta, black metal melodico e quasi epicheggiante. Siamo tuttavia ancora nell’intro: il brano vero e proprio svolta ancora, stavolta su una norma monolitica, un muro di suono oscuro e possente che richiama il death, sia nel compattissimo riffage che nella voce dell’anonimo cantante, che a tratti sfora nel growl. Ogni tanto il tutto si apre, per passaggi meno cupi ma ansiogeni e frenetici, pieni di dissonanze. Il dualismo dura solo fino a metà traccia, poi i Tal’Set virano su norma ancora feroce e cupa ma meno esasperata: è il preludio alla frazione di tre quarti, che poi si spegne del tutto. Per qualche minuto, il pezzo assume allora tinte soffici, con una chitarra pulita accompagnata da cori lontani e synth, che poi spariscono, seguiti dopo un po’ anche dalla chitarra. Sembra la fine, ma poi la musica torna a esplodere, per una fuga finale energica ed esaltante con un’aura quasi trionfale in sé nonostante le ritmiche graffianti. È un buon finale per un’altra ottima traccia, poco lontana dalla precedente per qualità!

A questo punto, Mescal fa mutare La Via del Guerriero in maniera radicale. Lasciata da parte ogni influenza metal, abbiamo un lungo intermezzo tranquillo e solare, a tinte ambient quasi new age: ricorda persino qualcosa di gruppi come i Carbon Based Lifeforms, ma senza trascurare gli intenti dei Tal’Set. Accanto alla parte elettronica ci sono percussioni tribali e cori lontani, che si inseguono lungo tutta la traccia, fino ad arrivare al finale, denso e liberatorio. È il momento migliore per una traccia ottima, con poco da invidiare ai pezzi migliori del disco. La successiva Punto d’Unione mantiene in parte le premesse dell’interludio appena trascorso: la sua norma iniziale è brillante e positiva, rockeggiante grazie a copiosi influssi black ‘n’ roll (ma non di quello più ignorante, anzi l’effetto è ricercato). Poi però i Tal’Set partono per una cavalcata più potente, che da subito comincia a evolversi, movimentata e sempre in divenire. Si alternano momenti più classici black e altri animati di vago retrogusto thrash, con in mezzo anche frazioni più melodiche, divise a loro volte tra momenti di appeal esotico e altri che quasi si avvicinano al black sinfonico. La musica evolve pian piano verso una norma più serrata e nervosa, fino a che non si spegne: è il preludio al ritorno della norma iniziale, che porta il brano alla fine. Abbiamo tutto sommato un pezzo breve ma denso: pur non essendo tra i più riusciti qui dentro, si rivela di buonissima qualità!

Gli Atlantidi di Tula, è un altro intermezzo, stavolta più spoglio: c’è solo la chitarra pulita a reggere lontani cori che danno al tutto un tono rituale. Ciò va avanti per poco, poi lascia spazio a un frammento con solo i cori, ancora più soffici, su cui si posa un campionamento parlato – probabilmente dello stesso Castaneda. È la fine di un breve intermezzo con poco appeal musicale, ma che ha almeno il pregio di essere piacevole, e di creare un bel contrasto con Follia Controllata, che segue. Parliamo di un brano di gran nervosismo, presente sin dalle primissime note, con una falsariga movimentata e dominata dall’ansioso lead della chitarra. Questa falsariga si alterna spesso con tratti più pestati ed energici, che a volte assumono influssi death. È lo stesso che accade ai ritornelli, più lenti e aperti: compensano la mancanza di dinamismo con un tono più cupo e penetrante del resto, che li fa incidere a dovere. Pur mantenendosi incardinato a queste strutture, il brano tende a variare molto di arrangiamenti, con cambi di ritmo e momenti che si fanno più o meno pestati a seconda della situazione. L’unico passaggio che ne evade è quello centrale, che unisce una base black vorticante e circolare a un lontano coro. Buona anche la parte che segue, che si apre un po’ di più per qualche istante ancora di vago influsso black ‘n’ roll. Sono il buon preludio a un finale che riprende alcuni degli spunti già sentiti ma li coniuga con accenni doom e cori lontani che gli danno un’aura oscura. Purtroppo questa frazione soffre molto del difetto principale di La Via del Guerriero, col cantante che lo riempie troppo: è perciò l’elemento minore di un pezzo per il resto ottimo, a giusto un pelo dalla title-track!


Fermare il Mondo si rivela un altro breve intermezzo con solo la chitarra acustica, stavolta sovrapposta a vari suoni ambientali, che sia lo scoppiettare di un fuoco o l’ululare di un coyote. L’unica variazione vera sono i cori alla fine: servono a poco, se non a introdurre Fuoco dal Profondo, che poi esplode in maniera improvvisa. Abbiamo allora un pezzo black incalzante, cupo, con un incedere quasi epico evocato da un riffage ossessivo e anche da dettagli come i synth in sottofondo. Ogni tanto questa norma si apre per dei passaggi anche più esplosivi, che ne variano un po’ la sostanza; se non fosse per questi, il pezzo sarebbe un po’ troppo ossessivo, e risulterebbe prolisso – cosa che dopo un po’ accade lo stesso. Molto meglio va invece quando il pezzo vira su una norma ambient lontana, sottotraccia e quasi mogia. È il preludio a una nuova ripartenza, ma stavolta il ritmo è lento, e domina una certa melodia, anche accogliente e bella. Pian piano poi la musica ricomincia a crescere in intensità: prima sono brevi stacchi accelerati, ma poi diventano sempre più estesi, fino a che non entra in scena un finale movimentato. Le ritmiche, sempre in movimento, hanno ancora un tocco black ‘n’ roll, che rende tutto molto coinvolgente fino al breve outro, che si fa espanso e in cui tornano i cori. È una grande seconda parte per un pezzo forse non eccelso ma di buonissima qualità!

Al di Là dell’Aquila ha un inizio lento, in cui si incrociano chitarra pulita e distorta. Poi però all’improvviso la musica accelera: ci ritroviamo così all’interno di un muro di suono cupo e impenetrabile, in cui i Tal’Set tornano a mostrare i loro lato più influenzato dal death. È una norma che va avanti a lungo, con giusto qualche variazione che lo rende meno lugubre  e più melodico, ma senza spezzarne la compattezza. Ciò accade soltanto in brevi aperture: a volte sono trionfali ed epiche, con la voce del cantante e la base metal accompagnate da lontani cori e vari suoni alle loro spalle, avant-garde metal quasi puro. Altrove invece è il turno di brevi momenti ancora macinanti, ma meno aggressivi: ne è un buon esempio la frazione centrale, sempre sullo stesso ritmo martellante ma solenne, cupa e più espansa a livello di riff, prima che il flusso della musica si spenga. Nel complesso, abbiamo un pezzo piuttosto prolisso, senza grandi variazione: è ciò che rende quest’ultima il pezzo meno bello di La Via del Guerriero, pur avendo buoni spunti ed essendo in fondo di qualità più che discreta. Arrivati qui, siamo agli sgoccioli: c’è rimasto spazio soltanto per L’Ultima Danza, breve outro diviso a metà tra sonorità orchestrali e quelle degli interludi già sentiti nell’album. All’inizio sono due norme diverse, ma poi si uniscono in una base che fa da sfondo a un breve tratto parlato. Non c’è molto altro in un pezzo breve e ossessivo, ma godibile: come chiusura dell’album funziona a dovere.

Arrivati alla fine, c’è da dire che rimane più di un rammarico: La Via del Guerriero poteva essere un capolavoro e non lo è stato. In fondo però ci si può accontentare anche così: abbiamo lo stesso un lavoro di alta qualità, fresco e lontano anni luce dagli stereotipi del black. Non è un album per tutti, certo, ma se l’avant-garde e il black più bizzarro fanno per te, lo troverai di grande fascino. Per quanto riguarda i Tal’Set, è per loro il rammarico maggiore: magari quest’esordio poteva essere l’inizio di una carriera ancora più valida, se fossero cresciuti e risolto i difetti. Ma se così sarebbe stato o no, ormai nessuno può dirlo: un vero peccato, insomma.

Voto: 80/100

Mattia

Tracklist:

  1. Il Vecchio alla Stazione – 01:39
  2. La Via del Guerriero – 06:08
  3. Intento – 07:41
  4. Mescal – 03:03
  5. Punto d’Unione – 04:38
  6. Gli Atlantidi di Tula – 01:34
  7. Follia Controllata – 05:29
  8. Fermare il Mondo – 01:31
  9. Fuoco dal Profondo – 06:03
  10. Al di Là dell’Aquila – 07:01
  11. L’Ultima Danza – 02:30

Durata totale: 47:17

Lineup:

Genere: black/avant-garde metal
Per scoprire il gruppo: la pagina di Metal-Archives sui Tal’Set

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