Haegen – Immortal Lands (2017)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEImmortal Lands (2017) è il full-length d’esordio dei marchigiani Haegen.
GENEREUn folk metal sui generis, che va a pescare da diverse fonti.
PUNTI DI FORZAUn suono non innovativo ma personale e poco scontato, un songwriting vario e mai omogeneo, un bel pizzico di ironia che rende il lavoro divertente, una scaletta di qualità media e con alcuni picchi di qualità.
PUNTI DEBOLIQualche pezzo meno bello, qualche sbavatura, una registrazione un po’ grezza, nonché troppo “sintetica” per quanto riguarda il lato folk. 
CANZONI MIGLIORILegends (ascolta), Gioie Portuali (ascolta), Gran Galà (ascolta), Terre Immortali (ascolta)
CONCLUSIONIPur coi suoi difetti, Immortal Lands si rivela un buonissimo lavoro, molto consigliato ai fan del folk metal per le sue capacità di intrattenimento. 
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
83
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In tutti questi anni di Heavy Metal Heaven, non ho mai mancato di rimarcare come le mie Marche non siano una regione da sottovalutare, se si parla di metal. La scena non sarà molto popolata, specie rispetto ad altre zone d’Italia, ma il livello medio è elevato, anche in generi in cui non ci si aspetterebbe. Per esempio, mentre il calderone doom/psych/stoner, il metal estremo o il thrash hanno una buona densità,altri generi sono più rari o addirittura quasi assenti: è l’esempio del folk. Eppure, di recente anche questo genere ha trovato un suo degno rappresentante marchigiano: parliamo degli Haegen da Osimo, in provincia di Ancona. Band nata nel 2012, nei tre anni successivi ha prodotto un demo omonimo e l’EP Tales from Nowhere; risale invece allo scorso 16 settembre il primo full-lenght, Immortal Lands. Il genere che lo anima è un folk metal abbastanza sui generis: in parte ricorda il “pirate metal” degli Alestorm, ma senza le stesse tematiche e con un piglio più grezzo e ignorante. In altri frangenti invece il focus si sposta sul suono del Nord e del Centro Europa, ma sempre in maniera lontana, senza mai arrivare all’omaggio vero e proprio. Anche per questo, seppur poco di quanto contenuto in Immortal Lands sia una novità assoluta, gli Haegen hanno trovato un connubio personale e poco scontato: qualcosa di non facile, in un mondo saturo come quello di folk metal. Ma non è solo questo: gli osimani supportano il proprio genere con altre buone doti, in primis nel songwriting. Seppur a tratti un po’ grezzo e con qualche sbavatura, in generale la composizione è di alto livello, con in particolare un occhio di riguardo per la varietà: ogni canzone ha la sua personalità, e Immortal Lands non rischia mai di annoiare. Ma il vero punto di forza degli Haegen è l’ironia, il non prendersi troppo sul serio, una componente spesso presente anche nei brani più seri: l’impressione è che la band voglia divertire e soprattutto divertirsi, e proprio per questo ci riesca così bene. Certo, non tutto è perfetto: per esempio, Immortal Lands soffre di una registrazione non ottimale. Non solo i suoni sono un po’ grezzi e secchi, ma si sente che la fisarmonica e altri strumenti folk (tranne il flauto, non a caso suonato davvero da uno strumentista) in realtà sono sintetici. In fondo però sia questo che le piccole ingenuità e qualche pezzo meno valido pregiudicano solo di poco la resa dell’album: Immortal Lands rimane un album interessante e buono, inciso da un gruppo giovane ma già con le idee chiare.

Un breve intro con un ululare che si mescola con un abbaiare – per un effetto abbastanza comico, a dire il vero, visto che entrambi sono imitati da una voce umana – poi Stray Dogs entra nel vivo. All’inizio è lenta, ma quasi subito diventa un pezzo nervoso e veloce, con un ritmo incalzante, un riffage a zig-zag, sempre in movimento, e un tono abbastanza cupo. Questa norma si apre solo di tanto in tanto, per ritornelli più distesi e sguaiati in cui gli Haegen dimostrano il loro lato più ironico: nonostante questo, colpiscono bene. Ottima anche la frazione centrale, che vira su una norma più seriosa e preoccupata. È una lunga progressione che si muove su un giro circolare ma pieno di variazioni, che scongiurano ogni rischio noia, e continua a lungo prima di riaprirsi nella norma brillante sentita in precedenza. Si tratta di un bell’arricchimento per una traccia di alta qualità, che apre alla grande Immortal Lands. Va anche meglio con Legends, che comincia subito col giro principale della tastiera di Eugenio Cammoranesi, dal suono di una fisarmonica: può sembrare quasi sereno, ma contiene anche un velo evocativo in sottofondo. È lo stesso che si perpetua nel resto della canzone: le strofe sono incalzanti, tese, e coinvolgono molto bene con la loro semplicità e il testo immaginifico, cantato dalla voce roca di Leonardo Lasca in italiano. Lo stesso vale per i refrain: battaglieri, epici, graffiano alla grande con la loro carica anthemica. Buoni anche i pochi altri passaggi presenti, come il bell’assolo di chitarra (una vera e propria rarità nel folk metal, ma non in quest’album) o la frazione seguente, con bei cori da battaglia. Sono un bel arricchimento per un pezzo breve ma grandioso, uno dei migliori dell’album! Il livello non si abbassa nemmeno di un capello nella successiva Gioie Portuali, seppur le suggestioni mutino in maniera radicale. Dopo un breve intro, che già ne anticipa i temi, parte come una traccia vorticosa e scanzonata, tutta dominata dai giri di Cammoranesi e del flauto di Federico Padovano, che vanno avanti in maniera molto fluida e veloce a lunga. Questa norma si alterna spesso con una parte iniziale più truce, ma in maniera scherzosa: lo si sente bene nelle strofe, col frontman aggressivo che però canta di marinai e donne, e di chi se la fa con chi. Lo stesso impianto viene ripreso nei chorus, quasi cupi se non fosse per l’ironia ancora presente e per il senso di divertimento che avvolge la base musicale, catchy e saltellante. A parte una parte centrale tortuosa, c’è poco altro in un pezzo ancora più lineare della media di Immortal Lands, ma non è un problema, anzi: sono quattro minuti e mezzo di puro divertimento che entrano di diritto tra i picchi del lavoro!

Un preambolo molto breve con una chitarra espansa, poi Fighting in the River si avvia molto ritmata, cadenzata. Ciò si può sentire soprattutto nella norma principale, con ritmiche spezzettate e particolari seguite dagli strumenti folk e dal cantante, per un effetto quasi teatrale. Si cambia strada solo a tratti, per qualche frazione che fa svoltare il pezzo: nella prima parte sono momenti più veloci, a tratti di retrogusto quasi celtico, mentre altrove accentuano ancor di più l’essenza particolare del brano. Cambia invece del tutto il finale, che si spegne all’improvviso in una norma lenta, quasi doom, cupa con un riffage lento e cori lontani – il che lo fa essere un po’ slegato dal resto. Tutto ciò che l’ha preceduto invece funziona, seppur rispetto ai pezzi precedenti gli manchi un po’ il tocco esplosivo. Ma in fondo non è un gran problema: anche così, abbiamo un brano buono e intrattenente. Incubo comincia quindi da un folk metal calmo che però nasconde un velo di preoccupazione: è ciò che viene fuori quando il brano entra nel vivo, incupendosi di molto. L’inizio è vorticoso, con la guida del terremotante tappeto di doppia cassa di Tommaso Sacco, che reggerà poi anche la parte successiva, più dinamica e diretta. Ancor diversi sono i ritornelli: rimangono teatrali ma perdono un po’ dell’oscurità e della cattiveria precedente per abbracciare un certo pathos, palpabile e coinvolgente. Non male anche le parti presente al centro e nel finale, lente ma ancora più nervose del resto – seppur le loro melodie esplodano meno rispetto a ciò che hanno intorno. Il resto invece rende a dovere: abbiamo un altro pezzo non trascendentale ma di qualità più che discreta. È però tutt’altra storia con Gran Galà, che dopo un inizio lento e obliquo, quasi dissonante, parte con una fuga travolgente. Da qui in poi si alternano passaggi lineari e già molto veloci, momenti giusto di poco più aperti con ancora una certa teatralità e scatti anche più frenetici, da pogo sfrenato. Solo di tanto in tanto la traccia si riapre nella norma iniziale: per il resto è un treno in corsa che punta dritto fino alla sezione su tre-quarti, che si fa ancora più vorticosa e serrata, fino a raggiungere un apice di grezzitudine. Corona il tutto un testo demenziale e ignorante che rende la traccia ancor più divertente: è un’altra componente fondamentale di un pezzo breve ma geniale, uno dei picchi assoluti di Immortal Lands!

Con The Princess and the Barbarian gli Haegen tornano a qualcosa di più serioso – seppur la loro ironia tipica sia sempre ben presente ovunque. Lo è per esempio nella base di partenza, fracassona e con al centro fraseggi tradizionali divertenti, in contrasto però con ritmiche di Samuele Secchiaroli, di vaga oscurità. A tratti poi questa norma si apre, con sezioni più calme in cui il riff è sostituito dagli strumenti folk – e a tratti anche da Cammoranesi che imita una tromba, per un effetto quasi da duello da film western. Al centro c’è spazio inoltre per un tratto più veloce: anch’esso, come nel resto della canzone, si alternano momenti più cupi e seri e altri più spensierati. Proprio questo però è il grande problema del pezzo: col suo continuo oscillare, si rivela senza una direzione precisa, e non aiuta il fatto che molte delle melodie stavolta rimangano poco in mente. Abbiamo insomma un pezzo decente, sufficiente, ma che qui risulta in assoluto il punto più basso, quasi un riempitivo. Per fortuna però ora Immortal Lands si ritira su con Bazar, traccia divertente e spensierata sin dall’inizio, con un giro di fisarmonica/tastiera tipico degli osimani. È quello che regge buona parte del pezzo, in accoppiata col flauto di Padovano e con ritmiche che ne seguono il ritmo in levare, per un effetto festoso e quasi tranquillo. C’è però spazio per alcune brevi accelerazioni, di norma dinamiche e folk, con un vago retrogusto persino a là Korpiklaani: tra di esse brilla quella al centro, invece di vago tono esotico, arabeggiante, che avvolge bene. Per il resto il brano è piuttosto ripetitivo, ma non annoia: merito di arrangiamenti piazzati in maniera strategica per rendere il tutto interessante. Il risultato sarà pure senza alcuna pretesa se non divertire, ma non è poco: abbiamo un episodio di gran intrattenimento! A questo punto, gli Haegen cambiano ancora coordinate con The Tale: è una ballata lenta e soffice, che dopo un intro etereo si potenzia solo di poco. Per tutta la prima parte l’elemento metal è assente, in scena oltre alla batteria ci sono gli strumenti folk e la chitarra acustica, che scandiscono giri ondeggianti, calmi e sognanti, ma con un tocco epico in sottofondo. Esso sale poi in primo piano nei ritornelli, che pur mantenendo la calma del resto si fanno più evocativi e immaginifici, e portano alla mente ancor sconfinati panorami fantasy. Poco dopo la metà del pezzo inoltre questa seconda norma si intensifica e vede il ritorno della chitarra distorta, che ne potenzia ancora l’effetto. Ottima anche la frazione di tre-quarti, intensa dal punto di vista emotivo e molto riuscita con l’incrocio tra il flauto, il pianoforte e la chitarra solista. È la ciliegina sulla torta di un ottimo pezzo, non distante dai picchi di Immortal Lands!

Come la precedente, anche Terre Immortali si muove su toni epici e seriosi, ma stavolta in maniera più rutilante e trionfale. Lo si sente subito, dall’inizio con i cori e la fisarmonica, che danno poi il via a un’impostazione semplice ma gloriosa e di impatto assoluto, con un riffage incalzante ben supportato dal tappeto folk e da un Lasca in stato di grazia, che canta un testo davvero immaginifico. Questa falsariga compare spesso nel pezzo, ma c’è anche ampio spazio per diverse variazioni: per esempio, a tratti spuntano dei passaggi terremotanti e quasi furibondi, veloci e cupi. Di solito sono seguiti da code che invece cambiano ancora strada, verso una norma più lontana, quasi malinconica, in cui la tastiera di Cammoranesi è dominatrice assoluta. Queste frazioni si alternano di norma in maniera coesa e mai casuale: c’è un filo che unisce ogni frazione e non si perde mai. Ciò vale anche per la lunga parte centrale, la più complessa e tortuosa, con passaggi ancora nostalgici e altri invece quasi allegri, passando per quelli in cui si mette in mostra la chitarra di Secchiaroli. Splendido è inoltre il finale, che abbandona ogni tensione per una lunga coda lenta e ancora molto epica, con una lontana chitarra e lenti cori, che sottolineano bene la chiusura amara della storia raccontata dal cantante. È il gran finale per una traccia lunga oltre otto minuti ma senza nemmeno mezzo momento morto: abbiamo insomma un altro dei picchi dell’album che a questo punto è quasi alle ultime battute. Immortal Lands ha però ancora spazio per My Favourite Tobacco, breve episodio conclusivo con cui gli Haegen lasciano da parte la seriosità sentita nella coppia alle sue spalle. Abbiamo invece fin dall’inizio una scheggia senza fronzoli, con suggestioni dall’heavy metal più ignorante e persino dal punk: in certi momenti suona quasi come una versione folk dei Motörhead! La sua struttura alterna due passaggi veloci e potenti alla fine, e uno lento e quasi lezioso al centro, con una goffaggine assolutamente voluta, per rendere il tutto più divertente. Allo stesso scopo lavorano i vari arrangiamenti che punteggiano questa seconda frazione, tra fischi e citazioni “colte” (chi conosce Matteo Montesi sa di cosa parlo). È insomma un pezzo estremamente divertente: non sarà il migliore del disco, ma come finale svolge il suo compito alla grandissima!

Per concludere, Immortal Lands è un buonissimo lavoro, sopra alla media del folk metal di oggi e che a dispetto delle sue pecche sa divertire per quasi tutti i suoi cinquanta minuti abbondanti. Per quanto riguarda gli Haegen, è probabile che debbano ancora crescere e maturare un po’, per riuscire a sfruttare al meglio le proprie capacità: già ora però hanno idee chiare e la una capacità forte di intrattenere, il che non è da tutti. Per questo, se il folk metal fa per te, il consiglio è di scoprirli: vedrai che sapranno come tenerti compagnia a dovere!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Stray Dog04:29
2Legends03:47
3Gioie Portuali04:25
4Fighting in the River05:23
5Incubo04:28
6Gran Galà03:19
7The Princess and the Barbarians05:29
8Bazar03:42
9The Tale06:22
10Terre Immortali08:15
11My Favourite Tobacco02:22
Durata totale: 52:01
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Leonardo Lascavoce
Samuele Secchiarolichitarra
Eugenio Cammoranesitastiera
Federico Padovanoflauto
Pablo Guarachibasso
Tommaso Saccobatteria
Nicholas Gubinellibacking vocals
ETICHETTA/E:Hellbones Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa

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