The Modern Age Slavery – Stygian (2017)

Per chi ha fretta:
Stygian (2017), terzo album dei reggiani The Modern Age Slavery, è un album di impatto assoluto. Il genere degli emiliani già di suo è di gran potenza: il mix di death metal e deathcore degli album precedenti si è arricchito di un’anima black, che gli dà un tocco in più di cupezza e alienazione. È con questo che la band  crea un muro sonoro impenetrabile, grazie a tanti cambi di tempo, a una grande cattiveria ma anche a una ottima cura per i dettagli. Peccato solo che alla scaletta manchino quelle hit che potevano portarla al capolavoro: solo The Reprisal Within e The Place We Call Home spiccano davvero, il resto delle tracce per quanto di ottima qualità media non brilla altrettanto. Ma in fondo non è un gran male: Stygian è lo stesso  un album notevole, mezz’ora abbondante di gran impatto tutto da provare per i fan del genere!

La recensione completa:

“Mamma mia che botta!”: volendo usare solo quattro parole, è questa la descrizione più efficace per Stygian, terzo album dei The Modern Age Slavery. Band di Reggio Emilia nata nel 2007, nel corso dell’ultimo decennio si è fatta conoscere all’interno dell’underground nostrano, con una buona attività live e due full-lenght acclamati: una carriera non molto prolifica, ma di qualità. Lo stesso vale per Stygian: uscito lo scorso 24 novembre (a ben quattro anni dall’ultimo Requiem for Us All del 2013), è un lavoro molto interessante, a partire dal genere. Rispetto agli album precedenti, il suono dei The Modern Age Slavery si è arricchito di influenze: la base è ancora un mix di death metal e deathcore, ma ora sono presenti anche copiosi influssi black metal, che gli danno una marcia in più in fatto di cupezza e alienazione e risultano funzionale alla loro aggressione. Il punto di forza migliore degli emiliani – non solo in questo frangente – è il muro sonoro che riescono a creare: è un suono impenetrabile, di ferocia estrema, grazie a tanti cambi di tempo, quasi schizofrenici, e a una gran cattiveria. Ma non è un assalto sguaiato, solo di pancia: in Stygian si sente bene che i The Modern Age Slavery hanno prestato attenzione a ogni dettaglio, proprio per rendere l’esperienza ancor più intensa e selvaggia. L’equilibrio perfetto tra cura e ferocia è proprio il punto forte dell’album, che colpisce alla grande e non suona mai né artefatto né esasperato e poco ragionato. Peccato solo che alla scaletta di Stygian, pur non presentando picchi negativi, mancano quella manciata di hit che, spiccando, avrebbero potuto fare la differenza. Ma in fondo, non è un problema così grosso: seppur non riesca a raggiungere il capolavoro, abbiamo un ottimo album, concreto e di sostanza, più che degno di portare alto lo stendardo dei The Modern Age Slavery!

Prima che la tempesta si scateni, è presente un breve momento di calma: Prelude to an Evolution è il breve intro di rito, simile a tanti altri con i suoi toni elettronici. Vista la sua aura cupa e misteriosa è un buon viatico per The Reprisal Within, che dopo un minuto irrompe e comincia subito ad aggredire. L’attacco è imperioso, con il blast beat di Federico Leone che regge una norma potente ma anche con un certo calore. Merito soprattutto delle ritmiche della coppia Luca Cocconi/Ludovico Cioffi, che suona imprevisto: invece dei toni death e core che uno si aspetta sono orientate molto verso il black. Ma gli altri non mancano: presto la traccia rallenta e comincia con strofe strascicate, striscianti, di buona potenza seppur all’inizio suonino abbastanza sottotraccia. Ma è un dettaglio che i The Modern Age Slavery hanno studiato bene: crescono lente fino a farsi sempre più dissonanti, rabbiose e introducono al meglio i ritornelli, che riprendono l’anima black in maniera più cupa, disarmonica, grazie anche allo scream di Giovanni Berserk. Lunga la canzone, queste tre componenti si alternano un paio di volte: è una progressione varia, che porta il pezzo a farsi sempre più vorticoso e potente. Fanno eccezione soltanto il piccolo tratto al centro, cupo ma morbido, con echi industrial e persino il pianoforte, e il finale: riprende l’anima più deathcore e la rende ancor più stridente – in senso positivo, ovviamente. Abbiamo insomma un’apertura di impatto assoluto, che apre Stygian come meglio non si poteva! La successiva Miles Apart esordisce quasi frenata, con un preludio riflessivo e melodico. Pian piano però questa norma va appesantendosi e incattivendosi, finché non ci si ritrova in un ambiente macinante , death metal con accenni brutal, sempre in movimento. Ogni tanto questa progressione si arresta davanti ad aperture lente con ancora venature black metal, soprattutto nelle dissonanze; altrove invece riprende la norma del preludio. Pian piano però le influenze black fanno capolino anche nella falsariga di base, per un effetto davvero lugubre e terrificante, che penetra dentro alla pelle fino all’osso: sono i momenti migliori della traccia. Buona anche la frazione di tre-quarti, ancora feroce ma più aperta e meno aggressiva rispetto al resto, con in particolare un bell’assolo: aiuta molto il brano a respirare. Abbiamo insomma una traccia che aggredisce molto bene, e alla fine risulta di ottima qualità, poco sotto al brano precedente!

L’attacco di The Theory of Shadows, con lievi orchestrazioni, il pianoforte e lo scream graffiato e arcigno di Berserk ricorda quasi i Dimmu Borgir, ma poi come è ovvio prende una via differente. Quando entra nel vivo, abbiamo un mid-tempo non veloce ma di gran impatto, grazie soprattutto al riffage di Cocconi e Cioffi, grasso e potente, con persino suggestioni thrash e groove metal. Questa norma accompagna a lungo la traccia, con diverse variazioni: a volte pende addirittura verso suggestioni tradizionali, mentre altrove penetrano ancora orchestrazioni. La variazione più grossa è però nei ritornelli, che tornano a colorarsi di black e sono quasi caotici, ma in maniera avvolgente e piacevole. Bello anche il breakdown, diviso tra un inizio tipicamente metalcore e uno più death alla fine, con anche un buon carico di melodia, oltre alla potenza. È il bel coronamento di un pezzo non velocissimo ma di grande efficacia, più che degno di stare in quest’album. Giusto un attimo per rifiatare, poi The Place We Call Home esordisce con furia: Leone la trascina quasi subito sul blast beat, a sorreggere un riffage davvero tagliente, magmatico. In seguito invece il ritmo ogni tanto scende: a volte sono momenti ancora vorticosi e di influsso thrash, altre invece sono più lente e orientate sul deathcore, ma sempre terremotanti. Tutto ciò conduce alle fughe che possono essere considerati i refrain: tornano a correre a velocità ipersonica e presentano ancora influssi black che li rendono davvero sinistri, lugubri, oltre che di impatto assoluto. Solo al centro e al finale c’è spazio per dei passaggi che per quanto pesanti rallentano un po’: anche in questo caso, sono utili al pezzo per rifiatare un po’ e scongiurare ogni rischio monotonia. Nel complesso, abbiamo un altro pezzo di alta qualità, il migliore dell’album con la opener! Giunge quindi A Stygian Tide, che rispetto alle altre tracce segna un cambio di rotta: sin dall’inizio, a vaghe tinte post-rock, si mostra più lento. Ciò vale anche quando il pezzo va al dunque: la norma è rocciosa ma il ritmo è lento, quasi doomy a tratti, e regge melodie ancora di indirizzo “post” e tastiere quasi sinfoniche, accompagnati in certi momenti anche da lontani cori – e in seguito anche dal growl del cantante. Ma c’è spazio anche per correre: ogni tanto i The Modern Age Slavery partono con fughe imperiose e dissonanti, forse persino più oblique di quelle che ci hanno già fatto sentire fin’ora. Ciò succede in special modo al centro, in cui il gruppo arricchisce il tutto con un impatto death davvero unico, che dà al tutto ancor più potenza distruttiva. Da notare anche la conclusione, in cui Berserk passa al cantato pulito su una base che unisce suggestioni da entrambi le basi del pezzo. È un buon finale per un esperimento riuscito alla grande, che non sfigura certo in Stygian nonostante la sua diversità!

The Hollow Men ha un inizio lento e vuoto, molto cupo: è il perfetto preludio alla canzone vera e propria, che dopo poco deflagra, fino ad arrivare a una norma ancora una volta tempestosa e serrata. È un’impostazione schizofrenica, piena di cambi di tempo, e si evolve con rapidità: di norma ogni frazione è ben incastrata nella precedente, e i momenti che non graffiano sono davvero pochi. Purtroppo non vale lo stesso per i rallentamenti a tinte black che si aprono qua e là: sono godibili e di sicuro non spiacevoli, ma a tratti danno l’idea di avere un po’ il freno a mano tirato, e di bloccare il dinamismo del resto. Lo stesso vale per la macinante frazione centrale, un breakdown con la giusta potenza ma che non si sposa benissimo col resto, risultando alla fine solo piacevole. Ne risulta insomma il pezzo meno bello di tutto l’album, anche se vuol dire poco: il livello è ancora buono, e sfigura solo perché si trova in un contesto di questo valore! La seguente Regression Through Unlearning si apre subito con il suo riff principale, grasso e di chiaro indirizzo groove metal. In questo inizio va avanti a lungo, ossessivo e ripetitivo, accompagnato solo da strani echi e da un parlato, probabilmente un campionamento da qualche film; in seguito invece si ripresenta in maniera meno espansa, spezzettando la falsariga di base. Quest’ultima presenta invece le caratteristiche già sentite fin’ora: un mix di black e death oscuro e macinante, di gran potenza e molto lugubre, con ritmiche molto taglienti che colpisce anche meglio del solito. Il connubio va avanti per poco, prima di un breve outro dalle sonorità industrial che porta alla conclusione il pezzo dopo appena tre minuti e mezzo; ciò però lo fa quasi sembrare incompleto. È un peccato: già così il pezzo è ottimo, e senza questo difetto sarebbe di sicuro stato tra i migliori di Stygian. A questo punto, il disco è agli sgoccioli: per l’occasione i The Modern Age Slavery schierano Sandblasted Skin, cover dell’omonima traccia da The Great Southern Trendkill dei Pantera. Per adeguarsi al riffage più grasso e debordante di Dimebag Darrell, gli emiliani cambiano un po’ coordinate; il resto però è nel loro trademark al cento bercento. Ne è un buon esempio la frenesia ritmica della prima parte, oppure l’aggressività con cui vengono resi i riff. Buona anche la seconda metà del pezzo, più aderente alla versione originaria ma senza lasciare da parte un certo tocco deathcore, che potenzia il tutto e lo rende più oscuro e feroce. Parliamo insomma di una rilettura molto riuscita, che chiude l’album in una maniera adatta alla situazione.

Vista la sua complessità, Stygian è un album davvero arduo da valutare in maniera profonda e appropriata. Tuttavia, la sensazione che si lascia alle spalle è molto positiva: è un album di ottima qualità, anche a dispetto della mancanza di hit e della lieve flessione nel finale. E se è vero che senza questi dettagli poteva essere un capolavoro, penso che ci si può accontentare senza problemi anche così. Se perciò sei un amante del metal estremo a tuttotondo e i derivati dal metalcore non ti fanno storcere il naso, i The Modern Age Slavery ti daranno una mezz’ora esaltante di legnate (musicali) sui denti. Che altro puoi desiderare?

Voto: 84/100

 
Mattia
Tracklist:
  1. Prelude to an Evolution – 00:56
  2. The Reprisal Within – 04:08
  3. Miles Apart – 03:48
  4. The Theory of Shadows – 04:43
  5. The Place We Call Home – 03:30
  6. A Stygian Tide – 05:12
  7. The Hollow Men – 03:43
  8. Regression Through Unlearning – 03:33
  9. Sandblasted Skin – 03:02
Durata totale: 32:35
 
Lineup:

  • Giovanni Berserk – voce
  • Ludovico Cioffi – chitarra
  • Luca Cocconi – chitarra
  • Mirco Bennati – basso
  • Federico Leone – batteria
Genere: black/death metal/metalcore
Sottogenere: deathcore
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei The Modern Age Slavery

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