Etrusgrave – Aita’s Sentence (2016)

Per chi ha fretta:
Aita’s Sentence (2016), terzo album dei toscani Etrusgrave, è un lavoro godibile e discreto, ma limitato da qualche difetto. Da un lato, l’heavy metal epico della band guidata dall’ex Dark Quarterer Fulberto Serena spesso funziona, con qualche bello spunto, pochi cliché che possano renderlo trito e una registrazione grezza ma adeguata. Dall’altro però l’album soffre di qualche esagerazione di troppo e di omogeneità, con tante costruzioni melodiche che tendono a ripetersi: questo tra l’altro rende molte canzoni prolisse, il che è il problema più grave dei toscani. Anche la scaletta non è perfetta: se il livello medio non è malaccio, solo la potente Mammoth Trumphet e la crepuscolare closer-track The Guardian spiccano davvero. Sommando pregi e difetti, Aita’s Sentence è un lavoro buono e piacevole: poteva essere meglio, ma in fondo un fan dell’epic metal si può accontentare anche così!

La recensione completa:

Se frequenti almeno da un po’ l’ambiente dell’heavy metal italiano underground, avrai probabilmente sentito parlare degli Etrusgrave, e non è nemmeno difficile capire perché. La loro fama riflette quella del loro fondatore Fulberto Serena, la mente dietro ai primi due lavori dei Dark Quarterer, una delle band più grandi – e sottovalutate – dell’intero movimento nostrano. Per quanto mi riguarda, anche io li avevo sentiti nominare, ma non mi è successo di ascoltarli in maniera seria almeno fino a un paio di anni fa, quando tra le mani mi è capitato il loro terzo album, Aita’s Sentence. Comunque, non è stata una sorpresa, almeno per quanto riguarda il genere: è un epic metal istrionico, che ovviamente ricorda i primi Dark Quarterer, oltre che per certi versi gli Warlord e certe cose dei Manilla Road. Tuttavia, gli Etrusgrave non si limitano a copiare questi nomi: al suo interno Aita’s Sentence non avrà granché di originale, ma non suona nemmeno troppo trito. Merito non solo del fatto che come genere l’heavy metal epico sia poco sfruttato: di loro i toscani ci metto alcuni elementi vincenti e qualche bella zampata. In più il disco può contare su una buona registrazione: grezza ma non secca né troppo lo-fi, valorizza al meglio il suono degli Etrusgrave e gli dà una patina vintage convincente, molto più “vera” di tanti nel revival heavy odierno. Dall’altro lato però sono molti i difetti che in parte ne limitano la resa: per esempio, Aita’s Sentence pecca dei due tipici del metal di oggi, la mancanza di hit e l’omogeneità. Per quanto riguarda quest’ultima, a tratti si fa fatica a riconoscere i brani gli uni dagli altre, le costruzioni melodiche si assomigliano molto tra loro; colpa forse anche della lunghezza delle composizioni. In effetti la prolissità, con strutture che tendono a ripetersi troppo a lungo, è il problema principale di Aita’s Sentence insieme a qualche esagerazione – specie nella voce di Tiziano “Hammerhead” Sbaragli, che ogni tanto indugia in qualche acuto di troppo, o troppo a lungo. Non sono problemi grandissimi, ma impattano abbastanza su un album che poteva essere addirittura ottimo, e che invece così risulta soltanto godibile e discreto, ma non va molto più in là.

Un intro che come dice il titolo stesso risulta angoscioso (un cuore che batte, un ansimare), poi Anxiety entra invece in scena come un pezzo heavy metal placido, in maniera inaspettata. L’avvio ha quasi toni hard rock, e anche in seguito non si sale mai troppo di tensione: seppur il ritmo sia movimentato, il riffage è lento e crea un’atmosfera leziosa, dal vago tono esotico, grazie anche voce di Sbaragli. Questa norma va avanti per buona parte della traccia: fanno eccezione solo alcuni lunghi stacchi che la portano su terreni più oscuri, con le ritmiche di Serena che diventano più arcigne, spigolose. Praticamente nel brano non c’è altro, a parte l’assolo centrale del mastermind, classico ma con la giusta tensione emotiva. È la ciliegina sulla torta di un buon pezzo, non male come apertura nonostante un pelo di prolissità. La successiva Mammoth Trumphet comincia lenta, cadenzata e melodica, con un incedere che ricorda quasi i Manowar più classici – quelli per esempio di Into Glory Ride. C’è però anche una buona ricercatezza melodica, che in questi primi minuti avvolge molto bene. Sembra quasi che la canzone debba muoversi tutta su queste coordinate quando invece gli Etrusgrave accelerano. È la volta allora di una falsariga ancora evocativa, addirittura solenne a tratti, ma più dinamica e cavalcante. In essa, funzionano bene sia i momenti strumentali, meno seriosi e più potenti, sia la progressione principale, che si evolve verso uno spessore emotivo sempre maggiore, fino quasi a raggiungere il pathos. Anche stavolta, i toscani preferiscono una certa linearità, con pochi cambi di arrangiamenti: quelli presenti però funzionano bene, e stavolta il pezzo risulta sempre interessante e mai scontato. È per questo che risulta alla fine uno dei picchi di Aita’s Sentence!

Anche Festering Slash segue lo schema della precedente, stavolta in maniera più radicale: all’inizio è una dolce ballata, con solo il basso di Luigi Paoletti e l’arpeggio di una dolce chitarra sotto alla voce di Sbaragli. Poi però, dopo meno di due minuti, la musica esplode: qualche istante ancora contenuto e intenso come in precedenza, poi vira su una fuga incalzante e maschia. È quella che regge tutte le strofe, battagliere e possenti, con un riffage serpeggiante e una struttura più complessa che in passato, ben sostenuta dal drummer Stefano Giuggioli. Questa le porta a tratti a essere solo seriose, d’impatto, mentre altrove spunta una certa malinconia e un coefficiente melodico più spinto: potremmo parlare quasi di bridge in questo caso, se non fosse che poco cambia rispetto a prima. Sulla stessa lunghezza d’onda, in particolare di questa seconda parte, si svolgono anche i ritornelli, semplici ma catturanti in maniera più che discreta, oltre che di buona epicità. Buona anche la lunga frazione solistica centrale di Serena, seppur sia lunga in maniera eccessiva: insieme a un pelo di effetto già sentito e una certa prolissità presente un po’ ovunque, si tratta del problema principale del pezzo. A parte questo però abbiamo un episodio di alto livello, che rimane in mente con facilità, non trascendentale ma nemmeno troppo lontano dal meglio di Aita’s Sentence.

North North West comincia dal soffiare del vento, prima che abbia luogo il suo crescendo. Passando per momenti dominati dal basso o dalla chitarra, si raggiunge presto una norma da heavy metal tradizionale, che sarebbe quasi disimpegnato se non fosse per una certa inquietudine in sottofondo. Questa componente si accentua anche di più nella strofa, sempre più preoccupata fino a raggiungere il refrain, molto incisivo grazie soprattutto alle urla di Sbaragli. Sembra solo l’inizio di una grande progressione, invece la canzone si chiude subito, lasciando spiazzati: sembra incompleta e con poco senso. In generale, abbiamo un brano con buoni spunti che però non sono stati sviluppati a dovere, il che la relega al ruolo di picco negativo del disco. Anche la seguente Aita’s Sentence comincia da una norma tranquilla, da ballad, coi dolci arpeggi della chitarra di Serena sotto al frontman, anche lui piuttosto calmo nella sua interpretazione teatrale. Stavolta però non è una falsa premessa: anche quando esplode, il brano si mostra molto melodico. La falsariga di base è divisa a metà tra momenti più duri ma rockeggianti e aperti, senza grande aggressività, e altri persino più mogi, placidi, con grande armonia. Lo stesso vale per i refrain: per quanto siano di una certa durezza, le melodie di base sono più catchy della media degli Etrusgrave. E se la tendenza a ripetersi dei toscani ogni tanto è anche più spinta che altrove, questo non rovina troppo un pezzo bello e piacevole al punto giusto, per quanto non eccezionale.

Un intro morbido ma stavolta cupo, poi Coward parte come un brano su coordinate hard ‘n’ heavy, ma non tranquillo e aperto come da norma del genere. Il mood rimane invece preoccupato, specie nei momenti in cui le ritmiche diventano più graffianti; anche in quelli più aperti però c’è un velo del genere. L’alternanza si fa strada anche nelle strofe, ossessive ma stavolta coinvolgenti al punto giusto: merito anche dell’incedere incalzante che il Giuggioli e i riff riescono a dargli. È la norma che avanza a lungo, per poi arrestarsi solo davanti ad alcuni stacchi: a volte, come al centro, si tratta di una lunga frazione, in principio morbida ma molto oscura, per poi esplodere in un vortice cupo e avvolgente, fatto di dissonanze e di obliquità musicale. Sulla tre-quarti invece la traccia perde invece la sua oscurità per un assolo quasi allegro – ma nonostante questo, non stona col resto. Sono entrambi arricchimenti per un brano non tra i migliori di Aita’s Sentence, ma di qualità tutto sommato buona. A questo punto, siamo agli sgoccioli: per l’occasione gli Etusgrave scelgono The Guardian, che dopo l’ennesimo intro tranquillo, stavolta molto breve, entra nel vivo con toni crepuscolari. All’inizio la norma è lenta, quasi doomy, ed evoca un gran nervosismo, che si accentua anche di più quando la velocità aumenta, accumulando ancora più tensione nel  riffage, molto graffiante. Si tira il fiato solo coi bridge, che virano su qualcosa di più calmo, preoccupato ma anche rassegnato, oltre che evocativo. Sono il perfetto preludio a ritornelli raffinati, mogi, di gran melodia, ma con un’epicità grandiosa, anche più che nel resto del pezzo – a cui pure non manca.  Splendido è anche l’assolo centrale, anch’esso preoccupato, un buona coronazione per un grande episodio con pochissime sbavature, che pure nella sua semplicità rappresenta il picco del disco che chiude insieme a Mammoth Trumphet!

Per concludere, Aita’s Sentence è un album buono, di intrattenimento più che decente, ma non trascendentale né memorabile. In fondo però si può anche essere contenti così – anzi, si deve: da musicisti dell’età di Fulberto Serena a volte vengono fuori ciofeche in confronto a cui questo sembra un capolavoro, ed è difficile avere ancora guizzi vincenti come a vent’anni. Ecco perché, se non sei alla ricerca del capolavoro a tutti i costi e ami l’epic metal, parliamo di un lavoro che farà al caso tuo.

Voto: 74/100

Mattia

Tracklist:

  1. Anxiety – 07:11
  2. Mammoth Trumphet – 07:45
  3. Festering Slash – 09:26
  4. North North West -03:14
  5. Aita’s Sentence – 06:25
  6. Coward – 07:36
  7. The Guardian – 07:34

Durata totale: 49:11

Lineup:

  • Tiziano “Hammerhead” Sbaragli – voce
  • Fulberto Serena – chitarra
  • Luigi Paoletti – basso
  • Stefano Giuggioli – batteria

Genere: heavy metal
Sottogenere: epic metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Etrusgrave

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