Deathproof – Evolve or Die (2017)

Per chi ha fretta:
Nonostante la carriera quasi decennale che hanno alle spalle, gli spagnoli Deathproof nel loro secondo full-lenght Evolve or Die (2017) suonano acerbi. Da un lato, il thrash/groove metal in bilico tra classico e moderno non è malaccio: merito di una buona energia e una varietà lodevole, che scongiura il rischio di omogeneità, così diffuso oggi. Dall’altro però il loro songwriting suona spesso confuso e senza direzione, specie per quanto riguarda i ritornelli melodici, che spesso ammosciano i pezzi in cui sono contenuti. Anche la scaletta non è ispiratissima: se un paio di pezzi come Unrest Sleep o Cosmic Ball sono di buonissima qualità, il resto è un po’ ondivago, con alcune cose buone ma altre che lo sono meno. Sommando pregi e difetti, Evolve or Die è un album piacevole ma non indispensabile e di livello solo sufficiente: in generale, l’idea è che i Deathproof debbano ancora lavorare molto per sfruttare bene le loro potenzialità e maturare.

La recensione completa:
Non è detto per forza che avere una carriera lunga alle spalle sia una garanzia di qualità o di maturità. Non è frequentissimo, ma ogni tanto mi capita qualche band insieme da anni ma che ancora cade in certe ingenuità come se fosse alle prime armi: è il caso dei Deathproof. Nati nell’ormai lontano 2010 a Manises, nella comunità valenciana, hanno nel tempo inciso due full-lenght, tra cui l’ultimo Evolve or Die risale giusto a qualche mese fa. Si tratta di un lavoro interessante per alcuni versi, in primis lo stile: mescola thrash e groove metal in un mix moderno, ma che a volte guarda anche dietro, agli anni d’oro dei due generi – e in special modo del primo. In più, i Deathproof di loro ci mettono una buona energia e una grande varietà: un dettaglio non comune nel metal odierno, dove spesso l’omogeneità regna, il che rende gli spagnoli lodevoli. Tuttavia, Evolve or Die soffre di parecchie ingenuità, soprattutto in fase di costruzione dei pezzi: spesso appaiono confusi, senza una direzione. Il momento principale in cui ciò si esplica è quando, all’interno delle canzoni, si aprono break o ritornelli melodici. A me questa consuetudine del metal moderno non dà fastidio in generale, ma ai Deathproof non riesce bene: in molti casi ammosciano i pezzi, rendendoli troppo melodici quando non serve. Aggiungendo anche il fatto che spesso Evolve or Die non sembra ispiratissimo, il risultato non è certo non trascendentale: è piacevole, a tratti anche divertente, ma di sicuro non indispensabile.

Senza indugi o preludi, No Way entra nel vivo come un pezzo thrash senza fronzoli, diretto al punto. Presto però questa norma si acquieta un po’, per strofe in cui i Deathproof mostrano la loro anima più melodica: su un riffage più tranquillo, spunta così la voce pulita di Daniel Mattingly. Ma c’è spazio anche per lunghi tratti in cui gli spagnoli aggrediscono: a volte la norma è più circolare, ossessiva, cadenzata, mentre altrove la traccia parte con più dinamismo e potenza, fino a frazioni che mescolano le due impostazioni. Nessuna delle due anime è male, anzi: peccato che le melodie della prima ogni tanto cozzino con la cattiveria della seconda (il che come detto è un problema non solo qui). In fondo però non è un gran difetto: grazie a qualche spunto di qualità come il finale, lento e strascicato, di gran energia, abbiamo un pezzo discreto e piacevole, che apre il disco a dovere. Dopo un intro strano, dalle suggestioni quasi metalcore – ma pieno di echi strani che il genere non presenta – Voices (Breakdown Manual) svolta su una norma molto più dinamica. Abbiamo come base un tempo-medio alto su cui si snoda un riffage circolare, di tipica estrazione thrash, che serpeggia tra momenti lineari e altri un po’ più vorticosi e rallentati, il tutto corredato dal growl del frontman. L’avanzata non rapidissima ma costante di questa parte si arresta solo ogni tanto, davanti a qualche momento ancora orientato verso il metal moderno, con persino influssi death a tratti, seppur la voce di Mattingly sia doppiata da un lontano controcanto pulito. Stavolta inoltre le due parti si uniscono bene, e tutto funziona in maniera buona; il problema è che la struttura si rivela fin troppo lineare, e manca quel guizzo che faccia distinguere il pezzo dal resto. Ci riesce in parte solo il finale, che accelera con più rabbia, ma è l’unico breve momento. Per il resto, abbiamo un altro pezzo piacevole al punto giusto, ma che lascia il segno solo fino a un certo punto.

Demons si sposta con prepotenza sul lato più groove e moderno dei Deathproof, con persino influssi alternative. Sono presenti già all’inizio, quando il riffage macinante e roccioso di Manu Madrid e Ismael Mínguez si mescola con echi stridenti di chitarra – che poi prendono il sopravvento. È l’inizio di una progressione che alterna momenti potenti e diretti al massimo, altri nascosti e alternativi, e tratti più melodici che uniscono le due suggestioni in qualcosa di dissonante, ma che avvolge a dovere. In generale, è una bella norma, che graffia sia per potenza che per un certo pathos, quasi sempre in sottofondo e che viene fuori nei bridge, più vorticosi. Peccato solo che i ritornelli rovinino in parte quando costruito di buono fin’ora: molto placidi, hanno una melodia di base davvero insipida e non riescono a essere sognanti come vorrebbero. Per fortuna poi di seguito a salvare la situazione arrivano le frazioni più dure del pezzo, con Mattingly che urla molto e un riffage debordante al di sotto. Sono i momenti migliori di una traccia di valore più che discreto, ma è un peccato: senza il problema dei chorus, poteva essere ottimo! La successiva The Prey Becomes the Hunter ha un inizio rutilante e in continuo movimento, con un tocco progressive che fa persino tornare alla mente, alla lontana, i Symphony X più aggressivi. Dopo un po’ però il ritmo si raddrizza, ma l’impatto resta notevole: la norma principale, thrashy e potente, aggredisce parecchio, come anche le aperture più calme che lo punteggiano e le danno il giusto respiro. Ancora meglio fanno le accelerazioni: sia i momenti thrash e classici che quelli più martellanti a tinte groove funzionano bene. Purtroppo, anche qui come nel brano precedente i chorus non riescono a chiudere il cerchio: sono troppo calmi e obliqui, almeno all’inizio – mentre poi, pur rimanendo melodici, si fanno più movimentati e incidono in maniera almeno discreta. Per fortuna, stavolta si ripetono un paio di volte e durano poco; in più le altre variazioni – come la bella frazione centrale, molto classica, o il feroce finale – arricchiscono il complesso. Abbiamo così un altro brano un po’ limitato ma che salva il salvabile e alla fine risulta di buona qualità, nemmeno troppo lontano dai picchi di Evolve or Die!

Unrest Sleep esordisce subito col suo riffage principale, ripetitivo ma molto avvolgente. È lo stesso che regge i ritornelli, che stavolta alternano frangenti melodici – ma non mosci, stavolta – a tratti più duri, con Mattingly che scambia spesso pulito e growl e un buon equilibrio tra potenza e carica catchy. Più semplici e d’impatto sono invece le strofe, cavalcate che alternano momenti molto ridondanti con tratti un po’ più aperti, ma lo stesso di buona energia distruttiva. Valide si rivelano anche le variazioni come i brevi stacchi quasi a tinte death sparsi qua e là – e in special modo quella al centro, una frazione nervosa e a tratti abissale. Lo stesso vale per le aperture sparse qua e là, a volte di indirizzo più tradizionale, mentre in altri casi sono più oblique, dissonanti e fredde. In ogni caso, ognuno di questi passaggi aiuta ad arricchire una struttura altrimenti molto lineare e a scongiurare il rischio noia. Abbiamo insomma un pezzo ottimo, uno dei picchi assoluti dell’album! A questo punto, è il momento della title-track: si comincia in maniera seriosa e potente, ma allo stesso tempo eterea. Questo però non dura: un breve stacco dominato dal battere costante del drummer Pablo, poi la vera Evolve or Die si avvia veloce, con un bel riffage, tagliente e sempre in moto. È una bella norma, che però nel suo svolgimento perde in dinamismo e rapidità: seppur la potenza sia discreta, comincia a calare finché la norma iniziale non torna alla carica, ancora più dilatata, lontana. Lungo la sua durata, il pezzo vive spesso di rallentamenti e accelerazioni successive, con anche qualche bello spunto – per esempio, qualche riff davvero potente, oppure il finale, che dopo un assolo classico presenta un bel momento pestato. Eppure, l’accostamento tra queste due componenti ogni tanto sembra forzato, e il fatto che nei suoi tre minuti e mezzo il tutto sembri quasi incompleto non aiuta. Ne risulta un pezzo con qualche bello spunto, tutto sommato sufficiente e ascoltabile con piacere, ma che non rimane troppo in mente: perfetto per dare il nome all’album, insomma, visto che ne rappresenta in maniera chiara i pregi e i difetti.

Un altro inizio cadenzato, con un retrogusto metalcore, poi però Poisoned World svolta su una norma che impatta bene, con la sua accoppiata tra ritmiche macinante e un lead di chitarra preoccupato eppure catchy. È lo stessa impostazione che fa da base sia ad alcuni momenti strumentali del pezzo che, in maniera modificata, ai ritornelli: più melodici di ciò che hanno intorno, non sono male, nonostante il growl di Mattingly stoni un po’ al di sopra. Il resto è invece più bislacco: a tratti le strofe sono stridenti e bizzarre, riportano alla mente ancora l’alternative, mentre altri sono più vuoti. Altrove ancora la traccia è soltanto macinante come da norma dei Deathproof, seppur qualche dissonanza non venga meno nemmeno qui. Il meglio è però l’evoluzione, che porta ancora il pezzo verso la sua anima più melodica, con passaggi aperti che avvolgono bene  fino alla fine, che poi per un attimo torna a rinforzarsi. È la parte migliore di un pezzo non eccezionale ma tutto sommato più che discreto. È però tutt’altra storia con la conclusiva Cosmic Ball, che sin dal suo esordio alterna un’anima thrash melodico con passaggi più intensi e altri che mescolano le due suggestioni. Per esempio, le strofe sono graffianti, con ritmiche strascicate, pesanti e il frontman che growla con cattiveria; in seguito però si evolvono in frazioni più tranquille, spesso con le melodie di chitarre di Mínguez e Madrid in primissimo piano. Ancora diversi sono i brevi stacchi che si aprono qua e là, urlatissimi e davvero cupi: tendono ad alternarsi con florilegi di chitarra nervosi, quasi ansiogeni, con la voce pulita a corredarli. Sono la perfetta introduzione a ritornelli strani: sono quasi catchy, calmi e brillanti, hanno però inquietudine e tensione, il che permette loro di non suonare per nulla mosci stavolta. Buoni anche gli altri passaggi, come l’assolo al centro o il breakdown finale: sono elementi validi per una traccia di ottima fattura, la migliore del disco che chiude insieme a Unrest Sleep!

Per concludere, Evolve or Die non è un brutto album, anzi: è per lunghi tratti godibile e presenta anche qualche zampata di qualità. Peccato solo per la confusione e per l’immaturità che lo affliggono: bastava farne a meno, studiare meglio le varie soluzioni e togliere la carne al fuoco in eccesso per costruire un lavoro ottimo, invece che uno sufficiente. In generale, credo che i Deathproof debbano trovare una direzione più focalizzata e lavorare per maturare: per ora ancora sono acerbi, il che non li fa spiccare quanto potrebbero. È anche un po’ un peccato: le loro qualità non sono malaccio, e potrebbero portarli molto più lontano di così in futuro. Ma come sempre,  solo chi vivrà vedrà.

Voto: 65/100

 
Mattia

Tracklist:
  1. No Way – 04:21
  2. Voices (Breakdown Manual) – 04:19
  3. Demons – 05:50
  4. The Prey Becomes the Hunter – 03:57
  5. Unrest Sleep – 04:59
  6. Evolve or Die – 03:27
  7. Poisoned World – 04:54
  8. Cosmic Ball – 03:56
Durata totale: 35:43
Lineup:

  • Daniel Mattingly – voce
  • Manu Madrid – chitarra
  • Ismael Mínguez – chitarra
  • Busy – basso
  • Pablo – batteria
Genere: groove/thrash metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Deathproof

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