Embryo – A Step Beyond Divinity (2017)

Per chi ha fretta:
A Step Beyond Divinity (2017), quarto album dei cremonesi Embryo, è un lavoro che migliora quando di buono già sentito nel precedente Embryo (2015). Il genere è cambiato di poco: si tratta sempre di un connubio tra melodic death metal, metalcore, una componente sinfonica e influenze industrial – ma meno che in passato. Questo rende l’album meno freddo e inaccessibile rispetto al passato, ma i toni alienanti restano sempre gli stessi; in più, i lombardi hanno limato alcuni spigoli del precedente. Lo dimostra soprattutto la scaletta: se quella dell’album omonimo mancava di hit, qui Leonardo, Bastard of the Brood e Witness of Your Life sono i picchi di una scaletta con parecchi pezzi che spiccano e convincono di più. E se ancora la musica degli Embryo soffre di un pelo di omogeneità, non è un gran problema: A Step Beyond Divinity è un ottimo album, superiore al precedente, e che piacerà a tutti i fan del death sinfonico e delle commistioni melodeath/metalcore.

La recensione completa:

Nella mia gestione di Heavy Metal Heaven, mi piace recensire un’altra volta gruppi che ho già trattato in passato. Se non altro, questo mi consente di inquadrare meglio la band e il nuovo album: ho un secondo punto di appoggio invece che uno solo, e questo mi consente un giudizio ancor più affinato e veritiero. E poi, è bello capire come un gruppo si è evoluto: spesso capita infatti che tra un album e l’altro le differenze siano molto marcate. Altrove invece la progressione è minima, ma questo nemmeno è un problema a prescindere: c’è chi porta avanti il proprio discorso con coerenza e buoni risultati, come hanno fatto per esempio gli Embryo da Cremona. Mi era già capitato di recensire il loro omonimo terzo album a fine 2015: due anni e mezzo dopo, è la volta del loro quarto lavoro A Step Beyond Divinity, uscito lo scorso 27 ottobre. In questo lasso di tempo, alcune cose sono cambiate: per esempio, la formazione ha perso il bassista Nicola Iazzi –sostituito nell’album dal produttore Simone Mularoni. In più, gli Embryo hanno cambiato etichetta, dalla nostra logic(il)logic Records alla spagnola Art Gates Records. La sostanza musicale però è la stessa: parliamo sempre di una base melodeath moderno su cui trovano spazio tanti influssi, specie dal metalcore e dal metal sinfonico – ma a tratti anche dal death primigenio e dall’industrial. L’unica evoluzione stilistica rispetto a Embryo è che stavolta ci sono meno interventi elettronici e più dell’orchestra – che svolge sempre lo stesso lavoro, lontano, d’atmosfera: è il punto di forza sia del predecessore che di A Step Beyond Divinity. Ciò fa sì tra l’altro che la musica degli Embryo suoni un pelo meno fredda e inaccessibile, nonché più accogliente rispetto al passato: tuttavia, il senso di alienazione è sempre lo stesso, e avvolge ancora alla grande. In più, in questo tempo i lombardi sono riusciti a limare alcuni spigoli: A Step Beyond Divinity è più solido e presenta più pezzi che spiccano, il che era uno dei due difetti principali di Embryo. L’altro, una lieve omogeneità, è invece ancora presente, ed è forse l’unico vero problema del disco, ma in fondo non dà troppo fastidio.  Nel complesso, abbiamo un lavoro di ottima qualità, che porta avanti e riesce persino a superare quanto già fatto di buono dagli Embryo in precedenza.

Si comincia in maniera molto espansa, con un breve intro sinfonico dagli echi elettronici. Giusto qualche in secondo, poi The Same Difference entra in scena potente ed esplosiva, ma in maniera non troppo aggressiva. La sua norma di base è macinante e di gran intensità, ma al tempo stesso si rivela melodica, con una forte malinconia: merito anche delle orchestrazioni lontane, che si mescolano bene col riffage ossessivo di Eugenio Sambasile. Questa norma si ripresenta spesso lunga la canzone, in alternanza con ritornelli rallentati e ancora più riflessivi, quasi mogi nonostante il growl profondo e cavernoso di Roberto Pasolini. Non c’è altro nella canzone a parte una frazione centrale più oscura e atmosferica del resto all’inizio, per poi trasformarsi in una progressione orientata verso il melodeath e quasi struggente per gli intrecci di chitarra. È la ciliegina sulla torta di un pezzo ottimo, che apre alla grande A Step Beyond Divinity. La successiva Overwhelming Your Disgust ha un inizio oscuro ma tutto sommato calmo; quasi subito per il brano si dimostra più aggressivo del precedente. Le strofe sono cupe e graffianti, cavalcate guidate dal batterista Enea Passarella su cui Sambasile crea riff vorticosi e di gran impatto, che si accentuano sempre di più fino al momento in cui il frontman passa dal growl allo scream, di gran cattiveria. Si tira un po’ il fiato solo per gli stacchi in cui la frazione iniziale torna alla carica, ancora molto arcigni e oscuri ma meno aggressivi. Va nello stesso senso anche la parte centrale, la più vicina al death melodico, in cui la coltre di cupezza si apre per un po’, per quanto l’atmosfera di sicuro non sia allegra. Ma questa situazione non dura: gli Embryo la evolvono in un breakdown metalcore strascicato e ancora più lugubre, e quindi in un raccordo che riporta il brano all’origine. Entrambe le anime funzionano a dovere, come in fondo il resto del pezzo: seppur non sia tra i migliori del disco, abbiamo un episodio di alto livello.

Sin dall’inizio, col suo ritmo cadenzato Vanguard of the Blind pende più sul lato metalcore dei lombardi. È un’essenza che a livello ritmico rimane molto a lungo nella traccia, con una serie di ritmiche tipiche del genere che si incastrano tra loro a volte su ritmi medi, altrove invece su strutture più dinamiche che però non ne modificano la sostanza. Solo a tratti il brano cambia faccia, con degli spunti che inseriscono almeno un po’ di melodia nel brano: di norma si tratta di brevi stacchi, a eccezione della frazione centrale, più distesa e quasi disimpegnata, nonostante un certo tono crepuscolare. Sia questa che le altre aperture sono la componente migliore di un pezzo per il resto un po’ troppo ossessivo e ridondante per i miei gusti; inoltre, la durata ridotta a tre minuti che lo fa sembrare incompleto non aiuta. Per qualità, il risultato finale è discreto anche così, ma rispetto agli altri in A Step Beyond Divinity risulta un po’ anonimo. In Painting Death, che arriva poi, gli Embryo rallentano e perdono del tutto la frenesia che li ha contraddistinti fin’ora. Abbiamo un brano disteso, accogliente, quasi disimpegnato nonostante alcune dissonanze e il growl di Pasolini rimangano; a parte questo però il ritmo è sempre lento, e le ritmiche sono dilatate, quasi doom a tratti. Con questa impostazione, la band costruisce diversi panorami: a volte il brano presenta melodie di chitarra quasi classiche, altrove si fa più scarno fino a raggiungere tratti quasi ambient, mentre in certi frangenti il ritmo accelera e l’aggressività sale – ma solo di poco. La variazione migliore sono però gli stacchi al centro e nella tre quarti, in cui le melodie di Sambasile e la tastiera di Simone Solla, quasi spaziale, generano un’aura sognante e dolce, che avvolge alla grande. Il risultato di tutto ciò è un brano strano ma molto godibile, che impressiona davvero: pur non essendo proprio nel genere della band, è un esperimento riuscito fino in fondo!

Già dalle prime battute, Looking for the Divine è divisa in due metà: da una parte c’è una base feroce e cattiva, quasi caotica con le sue notevoli bordate ritmiche – ma di norma coinvolge bene. Dall’altra invece ci sono stacchi in cui gli Embryo riportano l’ordine, seppur a dominare siano le dissonanze ancora di tono elettronico della tastiera e lo scream di Pasolini, per un effetto ancora feroce. Il dualismo si arresta solo davanti alla parte centrale, più armonica e calma con le sue ritmiche distese e lievi orchestrazioni in sottofondo che gli danno un vago tono evocativo. C’è poco altro in una traccia molto semplice e lineare, senza altra pretesa che quella di coinvolgere – cosa che le riesce bene: abbiamo un altro brano di qualità, che svolge il suo lavoro fino in fondo. È ora il turno di Solitaria 1519, breve interludio calmo diviso a metà: all’inizio è solo ambient, un panorama piatto ma avvolgente, ma pian piano penetrano strani echi vocali, effetti e una chitarra obliqua, per un’aura bizzarra. Preso a sé stante, non ha molto da offrire: è però adatto a dividere la prima metà dell’album (buona anche con le sue sbavature) dalla seconda (ancora meglio) – nonché a introdurre a dovere Leonardo, che poi esplode a ruota. Abbiamo sin dall’inizio una traccia davvero incazzata, con lo scream del frontman e un riffage pesante come un macigno che distrugge tutto sul suo tragitto: il tutto va avanti a lungo, in maniera ossessiva ma senza annoiare. Merito delle piccole variazioni sparse qua e là, che a tratti portano l’atmosfera ad aprirsi di poco, mentre in altri rendono il tutto anche più aggressivo, con Passarella che passa al blast beat, e altrove ancora a dissonanze elettroniche. Si stacca davvero solo per aperture che perdono quasi del tutto l’aggressività e la ferocia precedente, con un ambiente caldo e tranquillo, senza elementi estremi a parte il growl del frontman, che comunque non stona. Le due frazioni si alternano spesso, in un contrasto che potenzia bene le suggestioni di entrambi; buoni anche i tocchi di classe inseriti qua e là, come la frazione strumentale al centro, più tranquilla e docile delle altre con l’arpeggio di chitarra pulita. È un altro dei punti di forza di un pezzo di impatto assoluto, uno dei picchi assoluti di A Step Beyond Divinity!

Dopo un inizio preoccupato ma melodico, con le orchestrazioni di Solla in primo piano, The Greatest Plan prende il via molto nervosa. La norma di base è retta dal battere di Passarella su cui si posano un riffage martellante e la tastiera (a volte sinfonica, a volte più orientata al sintetico), per un effetto lontano, alienante ma non del tutto amelodico. A tratti tutto questo si muove su coordinate più veloci e dinamiche, altrove invece la musica rallenta, ma mantiene le stesse soluzioni. Solo a tratti si cambia direzione, con frazioni più graffianti e meno metalcore, oppure con passaggi più aperti e melodici. Proprio questi sono la componente meno bella di un episodio che per il resto procede sparato come un treno in corsa: peraltro essendo brevi non danno granché fastidio. Abbiamo una progressione tortuosa ma avvolgente e che impatta bene: ne risulta una canzone ottima, che non sfigura nemmeno nei confronti della precedente – o della successiva.  Sì, perché ora è il turno di Bastard of the Brood, che si apre subito col suo riffage principale, melodico e quasi catchy: sin dai primi ascolti si stampa bene in mente – notevole, contando che A Step Beyond Divinity è un album difficile e si assorbe soltanto dopo molti ascolti. È una norma che incide sia in solitaria che sotto alle strofe, coinvolgenti e di gran impatto: anche il resto però non è da meno. I vari stacchi, di norma macinanti e con un vago retrogusto addirittura thrash, incidono alla grande. Succede sia quando i chitarristi macinano chilometri, ma soprattutto quando Solla li aiuta, dando al tutto un’atmosfera crepuscolare e penetrante: l’apice si raggiunge però col bellissimo assolo finale. Non c’è molto altro da dire di una traccia splendida in ogni suo momento, uno dei picchi assoluti del disco, oltre a essere, per le sue caratteristiche, anche il suo singolo ideale!

Come da norma degli Embryo, anche Mouth of Shame comincia ossessiva, col riffage death/metalcore già sentito lungo l’album. Ma non per questo annoia: la band lo maneggia in un’altra versione, prima in lunghe strofe quasi sottotraccia, che più che ad aggredire servono a introdurre la parte successiva – ma incidono bene. La progressione porta il pezzo a frazioni più rutilanti: ancora di influsso thrashy, a volte rimangono seriose e sottotraccia, ma nei ritornelli divengono estroverse e colpiscono alla grande. Ancor più interessante è la sezione centrale: dopo un passaggio quasi a tinte black/viking(!), che poi tornerà anche nel finale, diventa zigzagante e tortuosa, alternando passaggi di melodia e altri alienanti, tratti aperti e altri più potenti. Nonostante la complessità, è un passaggio di impatto assoluto, ma anche il resto non è da poco: ne risulta l’ennesimo brano ottimo dell’album! La seguente Witness of Your Life prende vita da un intro strisciante e crepuscolare, che introduce al meglio la parte principale. Ancora molto alienante, grazie a una chitarra in lead ossessiva e al lontano suono di un pianoforte echeggiato, colpisce soprattutto con l’atmosfera, anche a dispetto di ritmiche roboanti ed energiche. Più d’impatto si rivelano invece i chorus, che virano su una norma malinconica piena di orchestrazioni, ma al tempo stesso possente. Buona anche la parte centrale, schizofrenica e velocissima, quasi da techno death a tratti: nonostante la sua differenza col resto, i suoi toni lugubri si sposano bene  col resto del brano. È la perfetta coronazione di un episodio breve ma eccelso ed emozionante, uno dei migliori in assoluto di A Step Beyond Divinity! A questo punto, nel disco c’è rimasto spazio solo per The Horror Carved, che parte un intro ambient, con effetti sonori ossessivi, quasi industrial. Poi però deflagra un pezzo davvero rabbioso, con un ritmo veloce che a tratti sale anche al blast-beat, con sopra un riffage vertiginoso di energia assoluta. È una parte principale favolosa; lo steso vale per le aperture che si aprono qua e là, meno frenetiche ma lo stesso cupe, con cori angoscianti e Pasolini che svolge bene il suo lavoro col suo growl cavernoso. L’aura cupa si spezza solo nella parte centrale, a tratti molto graffiante: le tastiere però sono sempre nostalgiche e aiutano molto, in special modo i tratti in cui la melodia domina di più. Insomma, anche stavolta gli Embryo riescono a incidere: pur non essendo al livello dei migliori, abbiamo una chiusura splendida, di gran impatto e più che all’altezza della situazione.

Per concludere, A Step Beyond Divinity è un album persino sopra del suo predecessore – che pure era molto buono. Poco importa se non riesce a raggiungere il capolavoro: è un piccolo gioiellino di grande sostanza, con tante belle canzoni e poche sbavatura. Se è vero che l’Italia ultimamente sta sfornando ottime band per quanto riguarda il death sinfonico e le commistioni melodeath/metalcore, gli Embryo sono senza dubbio uno dei nomi più in forma della scena. Perciò, se questi generi fanno per te, i lombardi ti sono straconsigliati!

Voto: 87/100

Mattia
 
Tracklist:

  1. The Same Difference – 04:27
  2. Overwhelming Your Disgust – 04:33
  3. Vanguard for the Blind – 03:21
  4. Painting Death – 04:10
  5. Looking for the Divine – 04:08
  6. Solitaria 1519 – 01:28
  7. Leonardo – 04:58
  8. The Greatest Plan – 04:31
  9. Bastard of the Brood – 04:24
  10. Mouth of Shame – 04:25
  11. Witness of Your Life – 03:51
  12. The Horror Carved – 04:13
Durata totale: 48:29
Lineup:

  • Roberto Pasolini – voce
  • Eugenio Sambasile – chitarra
  • Simone Solla – tastiera
  • Enea Passarella – batteria
  • Simone Mularoni – basso (guest)
Genere: symphonic death metal/metalcore
Sottogenere: melodic death metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Embryo

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