Bretus – …from the Twilight Zone (2017)

Per chi ha fretta:
…from the Twilight Zone (2017), terzo album dei catanzaresi Bretus, è un lavoro più promettente del predecessore The Shadow over Innsmouth (2015). Da un lato, lo stile dei calabresi è sempre un doom classico con venature stoner che ricorda i Pentagram; anche le atmosfere sono sempre cupe, spaventose e ancor più vicine all’horror metal. Dall’altro però il gruppo è migliorato: rispetto al precedente, abbiamo un album con una registrazione migliore e un songwriting meno scontato e più vario. Peccato solo per la presenza di qualche cliché di troppo e per la mancanza di hit: per quanto la scaletta sia quasi tutta buona, solo la cadenzata In the Vault e la strumentale finale Lizard Woman spiccano davvero. Tuttavia, non sono grandi problemi: …from the Twilight Zone non sarà memorabile, ma è pienamente in grado di intrattenere qualsiasi fan del doom metal tradizionale.

La recensione completa:
“Divertente, ma non eccezionale”: è questo il riassunto all’osso della mia recensione di The Shadow over Innsmouth dei catanzaresi Bretus, pubblicata su queste pagine circa tre anni fa, nel febbraio del 2015. Ricordo che si trattava di un lavoro discreto, con qualche buona zampata ma in fondo non imprescindibile. Così, è stato con qualche dubbio che ho accettato di recensire il terzo lavoro dei calabresi, …from the Twilight Zone, uscito nel giugno dello scorso anno. Ma si sa che spesso i pregiudizi sono sbagliati, e anche in questo caso è stato così: mi sono accorto presto di trovarmi davanti a un album superiore e più maturo rispetto al predecessore, sotto molti punti di vista. Alcuni dettagli non sono cambiati: lo stile dei Bretus è sempre un doom molto classico con qualche venatura stoner che gli dà un tocco più sguaiato, per un risultato ancora vicino soprattutto ai Pentagram. Anche le atmosfere sono le stesse, cupe e orrorifiche, e stavolta ancora più vicine all’horror metal propriamente detto. Rispetto al precedente però …from the Twilight Zone riesce a incidere di più da questo punto di vista; in generale, i Bretus sembrano cresciuti nel tempo tra i due dischi. In primis, ora la registrazione è all’altezza della situazione: grezza ma non troppo, valorizza bene i riff doom dei calabresi. In più, stavolta il songwriting è più vario e meno scontato che in precedenza, il che rende la loro musica più efficace e fresca. Certo, i Bretus hanno una certa tendenza a cadere ancora in qualche cliché – un difetto che avevo notato già in The Shadow over Innsmouth. In più, …from the Twilight Zone pecca anche di una certa mancanza di hit: per quanto la media della scaletta sia buona, solo un paio di pezzi spiccano davvero. Ma in fondo sono due particolari che non lo castrano troppo: parliamo lo stesso di un lavoro molto buono, come leggerai nel corso della recensione.

Si parte da un lungo e dilatato intro, molto classico: all’inizio c’è solo la classica pioggia, il vento e una campana. Poi però entra in scena una chitarra pulita, seguita a breve dall’organo: duettano insieme con fraseggi mogi, profondi a livello emotivo. Sembra quasi che sia in arrivo un pezzo melodico quando invece Terror Behind the Mirror spazza via tutto ed entra nel vivo potente e cupa al massimo, con un riffage martellante aiutato bene dalla tastiera di Ghenes. È ciò che fa da base alla canzone, sia nei momenti strumentali più estroversi e potenti, sia in maniera leggermente più composta nelle strofe, dando un bello sfondo alla voce sguaiata di Zagarus. Si cambia verso solo per ritornelli più lenti, quasi strascicati e ancora di grandissima cupezza, nonostante le melodie molto classiche e non troppo aggressive. Il tutto è funzionale alla creazione di un’aura davvero orrorifica e maledetta, che si perpetua ovunque, anche nelle poche variazioni presenti – che di norma portano il pezzo su lidi più aperti, come la parte centrale, molto a là Black Sabbath. È il punto di forza di una traccia semplice ma incisiva, molto avvolgente lungo tutti i suoi sette minuti: come apertura, incide a dovere. Sin dal principio, la successiva  In the Vault è meno oscura della precedente, ma conserva un tono arcigno. Lo si può ben sentire nel riff principale, lento e da puro doom tradizionale, reso anche più obliquo dai lead della chitarra di Ghenes che ci si posano sopra. È lo stesso che regge le strofe, seppur riletto in una versione molto più espansa e atmosferica; cambiano invece direzione i ritornelli, più esplosivi e anche con un certo coefficiente di rabbia dato dal frontman. Per la prima metà, la traccia si muove su queste coordinate, ma poi si spegne; i giochi però non sono ancora finiti. Comincia da qui un crescendo, all’inizio molto placido, con una chitarra pulita e una distorta che dialogano con arpeggi tranquilli, quasi con una certa nostalgia; è a quest’ultima che si rifà anche l’assolo che spunta in seguito, con vaghe suggestioni addirittura blues. Poi però il riffage principale torna a farsi strada: fa da base al riffage, ancora più potente e roccioso, con una lontana campana a renderlo più lugubre e il frontman a dargli ancora più atmosfera. È il momento migliore di un gran bel pezzo, uno dei migliori in assoluto di …from the Twilight Zone!

Con Old Dark House le coordinate non cambiano poi di molto: la base è lenta e cupa, doom tradizionale con ritmiche profonde alternate a momenti più dissonanti, che gli danno un tocco sinistro. Questa norma si alterna ogni tanto con stacchi più circolari e tesi, con un riffage battente che ricorda certe cose dei Doomraiser. Il tutto è carino, ma non incide troppo, né si stampa bene in mente come le tracce precedenti. Discorso diverso invece per la parte centrale: rallenta ancora, si fa dilatata e fangosa e ricorda così i Saint Vitus più espansi. Tutto ciò prosegue fino a spegnersi in una frazione espansa e cupa, prima di tornare alla sezione principale. Si tratta del momento migliore di una traccia piacevole e senza sbavatura né spigoli troppo grossi, ma nel complesso soltanto discreta: in quest’album si rivela insomma il punto più basso. Un campionamento, preso probabilmente da qualche film horror, poi Danza Macabra esordisce col suo riff principale, stavolta lento e ondeggiante. Questa impostazione torna ogni tanto, accompagnata da Zagarus che con la sua prestazione teatrale le dà  una marcia in più in fatto di oscurità. Più spesso però il pezzo si muove su tonalità più tranquille: le lunghe strofe hanno come base una placida sezione ritmica su cui, oltre a un cantato sinistro ma più contenuto che altrove, sono presenti arpeggi di chitarra di tono malinconico. L’unico momento in cui il voltaggio sale davvero è invece la parte finale, che accelera e poi comincia ad alternare momenti più aggressivi e potenti e altri più d’atmosfera, che compensano la mancanza di potenza con l’oscurità. Nonostante la differenza col resto, è una sezione che funziona bene in un brano di alto livello, non tra i migliori di …from the Twilight Zone ma nemmeno troppo lontano! Giunge ora The Murder, che parte da un intro particolare: è cupo ma al tempo stesso classico, grazie molte suggestioni hard ‘n’ heavy. È una buona premessa per la sorpresa che i Bretus hanno preparato: quando entra nel vivo, il brano si presenta con strofe veloci e rockeggianti un mix di doom e heavy che ricorda i primi The Obsessed. Anche lo svolgimento riecheggia in parte della band americana: dopo aver corso un po’, la traccia rallenta, ma mantiene la sua anima heavy nei bridge, molto vorticanti. Ci si arresta relativamente solo per i chorus: se però una metà è crepuscolare e dilatata, l’altra è più compatta e potente, e riporta al resto del pezzo. Il brano alterna queste tre frazioni con poche variazioni lungo la prima parte; si cambia verso solo alla fine, quando d’improvviso la traccia si spegne in qualcosa di lentissimo ed etereo, con persino alcune suggestioni funeral. È una norma espansa, che avvolge molto bene grazie anche all’assolo di Ghenes, ancora molto anni settanta. Parliamo insomma di un dettaglio ben riuscito di un’altra buonissima traccia!

Un altro intro con un campionamento, poi The Creeping Flesh prende il via potente e cupa, con un fraseggio di chitarra ossessivo come base. È ciò che regge tutte le strofe, semplici ma molto coinvolgenti col loro incedere e la cupezza che la base evoca, ancora più accentuata dalla solita prestazione di Zagarus. Diversi sono invece i ritornelli: più rallentati, quasi calmi, suonano come se in questo frangente i Bretus avessero il freno a mano tirato – non in senso buono, ovviamente. Contando anche il fatto che i vocalizzi del frontman, sinistri e teatrali, stavolta non si uniscono bene alla base, abbiamo facilmente la parte meno riuscita del pezzo – ma c’è da dire che non lo rovinano troppo. La migliore è invece quella al centro: riprende alcuni elementi della norma principale ma li stravolge in qualcosa di cadenzato, lento, strisciante, arricchito da particolari ben riusciti come la prestazione del solido batterista Striges o l’usuale assolo di Ghenes. Valido si rivela anche il finale, in cui le due componenti principali si uniscono in qualcosa di selvaggio e potente, che stavolta funziona bene: è la conclusione appropriata di un pezzo che anche col suo difetto risulta molto buono. A questo punto, in …from the Twilight Zone c’è rimasto spazio per Lizard Woman, strumentale che è molto più di un semplice outro. Si parte da un inizio morbido, con solo la chitarra e il basso di Azog a disegnare fraseggi a tinte blues quasi sudista. È un genere che riecheggia anche quando il brano, con calma assoluta, comincia a progredire: inizialmente di metal c’è poco, abbiamo una traccia mogia e malinconica, hard rock lontano e atmosferico. Pian piano però questa base comincia a potenziarsi e a crescere, fino a raggiungere una base non aggressiva ma energica e doom a tutti gli effetti – nonostante l’organo e interventi di chitarra pulita riportino ancora al mondo rock. Tutto ciò va avanti per qualche minuto, prima di spegnersi, ma la canzone è appena a metà: dal vuoto presto riemerge qualcosa. All’inizio c’è solo il basso che disegna una melodia sinistra sotto a strani echi, ma poi gli altri strumenti la riprendono in maniera esplosiva. È una fiammata di gran potenza, che tra riff potenti e assoli sinistri brucia in poco, prima che la norma iniziale torni, anche più malinconica. È l’inizio della fine: la progressione ricomincia, ma stavolta è più eterea, con le tastiere spaziali in bella vista, prima che il tutto si spenga in una breve coda ambient con chitarra e synth, cosmica ma anche con una certa inquietudine. È un bel finale per una traccia splendida: parliamo addirittura del picco assoluto del disco che chiude!

Per concludere, pur senza la pretesa di innovare in qualsiasi modo o di essere un memorabile, …from the Twilight Zone svolge il suo compito alla grande. L’unica intenzione dei Bretus era di intrattenere, e ci sono riusciti molto bene: abbiamo quaranta minuti avvolgenti di puro doom metal, che scorrono veloci e incidono sia per la potenza dei riff che per l’oscurità delle atmosfere. Insomma, se sei un fan del genere qui c’è tutto quello che puoi volere: magari non sarà un capolavoro, ma di sicuro saprà farsi apprezzare!

Voto: 78/100

 
Mattia
Tracklist:

  1. Terror Behind the Mirror – 06:54
  2. In the Vault – 05:12
  3. Old Dark House – 05:00
  4. Danza Macabra – 06:05
  5. The Murder – 05:14
  6. The Creeping Flesh – 05:07
  7. Lizard Woman – 07:14
Durata totale: 40:46
Lineup:

  • Zagarus – voce ed effetti
  • Ghenes – chitarra, tastiere ed effetti
  • Azog – basso
  • Striges – batteria
Genere: doom metal
Sottogenere: horror metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Bretus

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