Kobaloi – For Nothing We Follow (2017)

Per chi ha fretta:
For Nothing We Follow (2015), full-lenght d’esordio degli americani Kobaloi, è un album immaturo e con molti difetti. Il loro groove metal con diverse influenze è selvaggio al punto giusto, e il gruppo riesce a dargli la giusta energia e un buon nichilismo. Purtroppo però il songwriting del gruppo è piatto e piacevole solo a piccole dosi: colpa anche di tanti cliché, che rendono la musica scontata, e di una certa confusione, dovuta anche a una registrazione troppo grezza. Sono questi fattori a rendere la scaletta molto ondivaga: se brani come Walls of Flesh, Blood and Bone, Aphonic Breed e Choleric colpiscono bene e aiutano l’album a non essere negativo, gli altri risultano un po’ anonimi. In generale, For Nothing We Follow è un lavoro amatoriale che alla fine lascia poco il segno, pur raggiungendo la sufficienza base:  per questo i Kobaloi hanno ancora molto da lavorare, se vorranno emergere dalla media.

La recensione completa:
Penso che nessuno mi può contestare se affermo che sbagliare fa parte della natura umana: chi non ha mai commesso errori in vita sua? A me capitano anche in relazione alla mia attività con Heavy Metal Heaven: a volte succede per esempio con la prima valutazione di una band. Quando devo decidere se recensirla o meno, ho di solito a mia disposizione un pezzo solo, o al massimo un paio: come è ovvio è un po’ poco per giudicare un disco intero. In questi casi, mi capita di valutare con favore una band che presa a piccole dosi non è niente male, ma poi nell’album scade: è questo il caso del gruppo di oggi, i Kobaloi. Nati a Brainerd (Minnesota) nel 2013, hanno bruciato le tappe: dopo l’EP Crossing Akheron nel 2015, la fine dello scorso anno ha visto l’uscita del loro full-lenght d’esordio, For Nothing We Follow. Il genere degli americani è un groove metal sui generis con in più alcune influenze, che vanno dal thrash all’hardcore, passando a volte per il death, il tutto letto in una chiave molto moderna. È un suono rabbioso, selvaggio, seminale: merito dei Kobaloi stessi, che riescono a infondervi la giusta energia distruttiva e un buon nichilismo. Purtroppo però For Nothing We Follow non è esente da una miriade di difetti e ingenuità: il principale è un songwriting piatto, poco incisivo, piacevole a piccole dosi ma che alla lunga stanca. Colpa anche di qualche cliché di troppo, che lo rende scontato e poco incisivo: all’interno del disco, c’è poco che lasci il segno. In più, For Nothing We Follow a tratti suona confusionario: colpa dei tanti influssi non mixati a dovere, ma soprattutto di una registrazione troppo grezza, quasi stridente a tratti, che non valorizza granché la potenza dei Kobaloi. In generale, l’idea che l’album dà è di essere un prodotto amatoriale e acerbo – e non solo dal punto di vista musicale: basta guardare la copertina, anonima e bruttina, per rendersene conto. E se qualche bella zampata e la già citata potenza gli consentano di raggiungere la sufficienza, For Nothing We Follow resta un lavoro del tutto nella media, che non brilla nel panorama del suo genere.

Si comincia da Walls of Flesh, Blood and Bone, avvio anche piuttosto originale: è una traccia strumentale a metà tra un intro e un pezzo vero e proprio. Dopo un breve preludio di echi, entra nel vivo oscura e potente, una progressione che alterna belle staffilate ritmiche ad assoli obliqui e dissonanti, funzionali anch’essi alla creazione di una bella atmosfera lugubre. È un inizio molto promettente: nonostante in fondo sia più un’introduzione che altro, è comunque tra i pezzi più memorizzabili e coinvolgenti di For Nothing We Follow! Peccato però che a ruota parta poi Reverence of a Dying Liar, prima traccia cantata dell’album. Dopo un inizio rabbioso, con J.J. “Camel” Mohr che subito urla tanto e il riffage thrashy della coppia Vincent “French Dip” Verroust/Damian “YogurtBrain McShredface” Dunn che incide in maniera discreta, l’evoluzione si accartoccia. Abbiamo allora un brano vorticoso ma un po’ goffo, che non incide a dovere: le strofe sono fin troppo ripetitive, e risultano insipide, mentre i ritornelli recuperano un po’ l’inizio e graffiano di più, ma non troppo. Gli unici momenti davvero efficaci sono quelli in cui il riffage groove si fa più aperto e colpisce con la sua impostazione grassa e potente. Per il resto, il tutto passa abbastanza liscio: né la norma principale né il momento al centro, più melodico ma sempre abbastanza dissonante, riesce ad andare oltre un certo livello. Il risultato di tutto questo è sufficiente, ma nulla di più. Dopo un intro vorticoso, che dà quasi l’idea di introdurre un pezzo dinamico, Endenial esordisce invece sì veloce, ma al tempo stesso col freno a mano tirato. Le strofe hanno una discreta potenza, ma suonano abbastanza scontate: tuttavia, sono il momento più incisivo del pezzo. Tutto il resto suona del tutto privo di mordente: questo vale in special modo per i passaggi più melodici che si aprono spesso. Sembrano davvero indecisi se cercare l’oscurità o un certo pathos, e risultano per questo confusi, quasi cacofonici a volte. Non che le altre parti siano meglio: abbiamo un pezzo in cui si salva davvero poco, il che lo rende senza dubbio il picco in negativo di For Nothing We Follow.

 Per fortuna, a questo punto i Kobaloi schierano Aphonic Breed: un breve assolo del batterista Thomas “Knuckle” Toepper, poi entra in scena come un pezzo veloce e nervoso. Ma siamo ancora nell’intro: la norma vera e propria è divisa tra momenti macinanti e veloci, con un bel riffage grasso a sostegno, e stacchi più moderni, cadenzati e quasi di indirizzo metalcore. È un connubio che stavolta funziona bene, e introduce al meglio ritornelli brevi ma efficaci, con le loro dissonanze quasi slayeriane e un Mohr che le valorizza anche di più. Non male nemmeno la frazione centrale, più calma e dilatata del resto all’inizio: è il momento meno bello del pezzo, ma si difende bene. Ancor meglio è la parte finale, che poi torna alla potenza e si evolve in maniera tortuosa ma sempre efficace, con un bel riffage tempestoso e al centro un assolo un po’ sguaiato ma non spiacevole. Abbiamo insomma un buon pezzo: è ciò che basta per renderlo il migliore del disco! Dopo la frenesia appena passata, Choleric se la prende con molta calma a entrare nel vivo: si parte da un lungo preludio con all’inizio solo un arpeggio crepuscolare, presto seguito da fuzz obliqui di chitarra distorta. Pian piano tutto questo cresce, con l’arrivo in scena della voce di Mohr e di un riffage ancora molto espanso, dilatato – che però dura poco, prima di lasciare di nuovo spazio alla tranquillità precedente. Solo dopo quasi due minuti il tutto entra nel vivo come un pezzo groove lento ma possente,  che sprigiona una discreta energia. Meno buone sono invece le aperture presenti a tratti, oblique e strane: almeno però sono brevi e non danno troppo fastidio. Lo stesso vale per il momento che segue, più calmo: nonostante la relativa mancanza di potenza, avvolge a dovere nella sua atmosfera. Ma il passaggio migliore è la seconda metà: introdotta da un attacco di basso di Adam “Hammer” Syverson, parte poi in una fuga non rapidissima ma incalzante, grazie a un riffage macinante e a una bella tensione. Questa impostazione va avanti per un po’ prima di perdere di voltaggio: è l’inizio della fine per un pezzo che poi comincia pian piano a spegnersi, fino a tornare alle sonorità iniziali. È un cerchio che si chiude per una canzone non eccezionale ma almeno buona, poco sotto al meglio di For Nothing We Follow.

Dopo un pezzo così complesso e ragionato, i Kobaloi saggiamente cambiano strada per The Fury Never Fades, che sin dall’inizio è una piccola scheggia di potenza puramente groove metal. Il riffage di Verroust e Dunn, magmatico e potente, guida la traccia attraverso momenti più rabbiosi, con un vago retrogusto hardcore, e altri più rallentati e grassi, ma con la stessa carica distruttiva. Si cambia verso soltanto al centro, con una frazione di poco più rallentata e riflessiva, ma ben integrata nel contesto. Non c’è altro in un brano breve ma coinvolgente al punto giusto: non sarà memorabile, ma svolge il suo lavoro col piglio giusto. La successiva Khold Sin inizia col basso di Syverson su un giro intricato e vorticoso, su cui poi entrano anche le chitarre. È una norma che ogni tanto torna nel pezzo, tuttavia la base è un po’ più lineare: di solito presenta un riffage cadenzato, che ricorda in parte i Pantera e in parte sonorità più moderne, specie di origine metalcore. Ma c’è spazio anche per stacchi dissonanti che perdono in potenza ma guadagnano in nervosismo: questo consente loro di incidere, ma non troppo. È una sensazione generale per la canzone: per quanto non sia male, non lascia granché il segno con quasi nessuno dei suoi passaggi. L’unica parte che ci riesce in maniera discreta è il finale, semplice ma di buona potenza col suo riffage strisciante e grasso. Per il resto, abbiamo un pezzo sufficiente ma nulla di più: insomma, è più o meno un buon manifesto dei pregi e dei difetti di For Nothing We Follow. Quest’ultimo è ormai alle ultime battute: per concluderlo i Kobaloi scelgono Throes of Hollow, che dopo uno strano inizio, addirittura di forte retrogusto black metal (!), comincia con una progressione di norma interessante. Funziona bene il riffage principale, strisciante e di buona potenza, oppure le strofe, incalzanti al punto giusto con le loro ritmiche ossessive. Buoni anche i momenti che sviluppano la norma iniziale, oppure la parte centrale, più morbida all’inizio, ma poi dissonante e di gusto alternative. Purtroppo, i refrain rovinano in parte l’effetto generale: troppo obliqui, con la voce di Mohr quasi fastidiosa, non riescono a chiudere bene il cerchio. Almeno però il resto si salva: abbiamo un altro brano che pur lontano dal far gridare al miracolo risulta piacevole e a tratti divertente.

 Per concludere, come già detto For Nothing We Follow non è insufficiente, ma non riesce ad andare nemmeno molto oltre questo livello base. Se alcuni momenti sono piacevoli, specie nella sua parte centrale, in generale scorre abbastanza liscio e dopo un ascolto lascia poca traccia di sé in mente. In generale, credo che i Kobaloi dovranno lavorare molto meglio in futuro se vorranno emergere: per ora la loro musica è troppo ingenua e scontata per riuscirci. Chi vedrà vivrà, come sempre, ma per ora i dubbi rimangono.

Voto: 62/100

Tracklist:

  1. Walls of Flesh, Blood and Bone – 02:09
  2. Reverence of a Dying Liar – 05:18
  3. Endenial – 04:28
  4. Aphonic Breed – 04:32
  5. Choleric – 06:08
  6. The Fury Never Fades – 02:35
  7. Khold Sin – 06:23
  8. Throes of Hollow – 04:27
Durata totale: 36:00
Lineup:
  • J.J. “Camel” Mohr – voce
  • Damian “YogurtBrain McShredface” Dunn – chitarra
  • Vincent “French Dip” Verroust – basso
  • Adam “Hammer” Syverson – basso
  • Thomas “Knuckle” Toepper – batteria
Genere: groove metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Kobaloi

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