Nefesh – Shades and Lights (2011)

Per chi ha fretta:
Rispetto al già recensito Contaminations (2014), il predecessore Shades and Lights (2011), secondo album degli anconetani Nefesh, è inferiore ma ugualmente godibile. Si tratta di un lavoro meno personale, col suo progressive metal sui generis denotato da più influssi sinfonici rispetto al seguente. Ma sono soprattutto i difetti a essere più marcati in quest’album: soffre di prolissità, con parti un po’ ridondanti e troppo dilatate, e di omogeneità, con pezzi che tendono ad assomigliarsi. Anche la scaletta, come spesso accade nel metal moderno, manca un po’ di hit: solo la decadente Souther e la drammatica Hug Me spiccano davvero, le altre canzoni non riescono a farlo, seppur spesso siano godibili. E così, sommando pregi e difetti Shades and Lights non è un album eccezionale ma almeno buono: può intrattenere ogni fan del progressive metal che non cerchi il capolavoro a tutti i costi.

La recensione completa:

“Originale”: così definivo nella recensione di circa un anno e mezzo fa Contaminations, terzo album degli anconetani Nefesh. In effetti, già il titolo era una buona introduzione al progressive metal pieno di influssi e sfaccettature contenuto al suo interno: questo tra l’altro rappresentava uno dei punti forti della band, rendendo la sua musica fresca e interessante. È una bella personalità, che però i Nefesh non hanno avuto sin dall’inizio: come dicevano anche nell’intervista dello scorso anno, hanno lavorato parecchio per raggiungerla. È proprio questo che si può ascoltare nel predecessore di Contaminations, Shades and Lights: uscito nel 2011 (tre anni prima dell’altro) è un lavoro meno originale. Parliamo di un album di transizione dalle sonorità iniziali dei Nefesh, più legate a generi estremi (in particolare il death) e la personalità dell’ultimo album, presente qui solo in parte. E non è solo questo: in Shades and Lights i Nefesh sperimentano anche alcune caratteristiche uniche. Per esempio, rispetto al successore ci sono molte più influenze sinfoniche, incorporate in un progressive metal meno originale e più sui generis. Ma il confronto consente anche di capire come nel tempo i Nefesh siano migliorati: qui sono presente alcuni difetti che poi in Contaminations sono stati risolti. In primis, Shades and Lights soffre spesso di un po’ di lentezza e di prolissità: è dilatato anche quando non ce n’è bisogno, e questo ne limita un po’ di potenziale. In più, sono presenti anche i problemi tipici del metal di questi tempi, l’omogeneità e la mancanza di hit: nella scaletta si fa un po’ di fatica a distinguere i pezzi l’uno dall’altro, e solo pochi riescono a spiccare. Insomma, rispetto al successo Shades and Lights risulta inferiore su tutta la linea: a parte questo però è un buon lavoro, piacevole al punto giusto e che in fondo non sfigura nemmeno troppo.

Come dice il titolo stesso, Intro è il preludio dell’album, ma non dei più classici. C’è un pianoforte mogio, sovrapposto però a un effetto vento e a strani rumori  scrocchianti: tutto ciò dura circa un minuto, prima che Delirium of War entri nel vivo abbastanza rabbiosa. All’inizio abbiamo un pezzo possente e oscuro, con un riffage arcigno che a tratti riecheggia il thrash o persino il black metal – seppur solo da lontano. Anche i giri sinfonici abbastanza cupi della tastiera di Stefano Carloni contribuiscono a un certo effetto pesante, oscuro. Poi però la traccia comincia a evolversi in un senso progressivo e più aperto, fino a raggiungere i ritornelli: malinconici e tranquilli, sono arricchiti dal cantato di Paolo Tittarelli, che passa dall’inglese all’italiano e dà un tocco di pathos in più al tutto. La stessa progressione si ripete due volte, inframmezzate però da una lunga parte centrale tranquilla, con archi lontani e solo un lieve pianoforte in primo piano. Si cambia verso anche nel finale, lento e dilatato: stavolta però il voltaggio è più alto, e domina il malinconico assolo di Luca Lampis. Sono due arricchimenti per un pezzo non eccezionale, ma tutto sommato di buona qualità. Un altro breve intro ambient, poi Tifonomachia entra nel vivo come un pezzo progressive vorticoso e aggressivo, con ritmiche taglienti e Tittarelli che urla molto. Presto però la musica diventa più aperta: le chitarre sono ritmate e potenti, ma a dominare è una certa infelicità, graffiante ma al tempo stesso accogliente grazie alla componente sinfonica e al frontman che passa al pulito. Sembra quasi che la struttura debba alternare le due parti a lungo, ma non è così: entrambe sono destinate a mutare, in special modo l’anima più melodica.  Per esempio al centro la canzone si evolve molto su un sentiero a tinte neoclassiche e ricercate. Altrove sono presenti stacchi vuoti e dilatati, che servono a far respirare le frazioni più veloci; in altri frangenti ancora, infine, fanno una bella figura alcuni assoli melodici. Ma anche la parte più aggressiva, pur mantenendo lo stesso impianto, si fa sempre più arcigna e cattiva, fino a raggiungere il finale, il momento più oscuro nel pezzo. Nel complesso abbiamo una traccia lunga sette minuti, ma con pochi momenti morti: non sarà forse eccezionale, ma la qualità è sempre elevata!

Anche nel caso di Preludio Everytime il titolo dice tutto: è un’introduzione tutta gestita dal pianoforte di Carloni. È interessante ma forse un po’ lungo nei suoi due minuti: in fondo però non dà fastidio, e introduce in maniera discreta Everytime, che stacca di netto e comincia ad alternare veloci fughe e tratti che rallentano di colpo e si fanno quasi drammatici. Quest’ultima norma viene ripresa poi da refrain che la sviluppano in qualcosa di infelice e carico dal punto di vista emotivo – il che consente loro di incidere a dovere. C’è spazio anche per frazioni persino più melodiche di così: si aprono qua e là e sorprendono per la loro maggiore serenità, velata però spesso di una certa malinconia. Per il resto, la traccia è più semplice e breve di quanto sentito in precedenza, ma non è un problema: il suo valore è elevato, non lontano dai picchi assoluti di Shades and Lights. Un lungo intro in cui si incrociano l’organo e la chitarra, per un‘aura sinistra, poi Souther entra nel vivo rocciosa. Il riffage di base è potente e cadenzato, ricorda quasi i Pantera – sensazione che torna anche negli stacchi più vorticosi, retti dal doppio pedale di Michele Baldi, presenti qua e là. Le orchestrazioni di Carloni danno però anche un tono decadente, che rende il tutto unico e facilmente memorizzabile. Lo stesso tipo di contrasto arricchisce anche gli stacchi più spezzettati, quasi di indirizzo metalcore e quelli più espansi del resto, con un riff vagamente doom: entrambi colpiscono bene. Solo al centro c’è spazio per un passaggio che riprende l’inizio in maniera più nostalgica e calma. È diverso dal resto, ma si integra bene in un pezzo senza neanche un momento morto, senza dubbio tra i migliori dell’album! Anche Tears prende il via da un lento pianoforte, su cui però spunta presto la voce di Tittarelli, molto docile. Sembra l’inizio di una ballata, ma dopo poco più di un minuto i Nefesh virano verso qualcosa che ne riprende in parte i temi ma in modo molto più movimentato e potente. Abbiamo una lunga progressione tortuosa che mantiene però alcune coordinate fisse: le ritmiche sono quasi sempre energiche e si posano su una sezione ritmica complessa, cadenzata. L’atmosfera invece varia spesso tra momenti più taglienti, in cui il frontman sfodera il suo scream, e altri più ricercati e profondi a livello emotivo. Questo vale anche per la lunga frazione centrale, che abbraccia di nuovo toni da lento con la voce del cantante ancora sul pianoforte, accompagnato da lievi echi di chitarra. Solo poi si torna verso il metal, ma le suggestioni restano a lungo le stesse, grazie ad arrangiamenti riusciti come lo splendido assolo di Lampis, lungo ma avvolgente. È una parte intensa, quasi da brividi, che costituisce senza dubbio il momento migliore della canzone; purtroppo, il resto è un pelo anonimo, e per quanto piacevole non incide granché. Ne risulta un pezzo buono ma nel complesso non eccezionale.

Per Preludio Hug Me vale più o meno lo stesso discorso che per l’analogo prima di Everytime: è un lungo assolo di chitarra classica, tranquillo e ricercato ma forse troppo lungo e fine a sé stesso. Anche l’unione con la successiva Hug Me non è riuscitissimo, visto che le due tracce sono troppo diverse: sin dal principio, la seconda risulta preoccupata e vive del contrasto tra ritmiche possenti e una certa angoscia, data da Tittarelli e dalle orchestrazioni. Questa base si declina a volte in maniera più aggressiva, per passaggi vorticosi o per rallentamenti imperiosi, dominati però dallo scream del frontman e dalla tastiera obliqua e sinfonica di Carloni. Altrove invece le due componenti si uniscono in un ibrido strano ma ben funzionante. Solo di rado invece la componente più melodica emerge: succede solo sula tre quarti, quando la musica vira su qualcosa di graffiante ma infelice e a modo suo delicato. È l’inizio della fine: di lì a poco è la volta di una coda più espansa e tranquilla, che alla fine dona un finale pacifico a un’ottima canzone, sfaccettata ma sempre ben scritta, nonché uno dei picchi assoluti di Shades and Lights! I Can’t Fly, che giunge ora, si attacca direttamente agli ultimi echi della precedente, e per la prima parte ne segue l’impostazione: abbiamo un inizio espanso, con lievi orchestrazioni che si incrociano col lead di Lampis. Poi però entra nel vivo pesante e pieno di controtempi, come da norma del tipico progressive metal. Questa norma si alterna di tanto in tanto con ritornelli più lineari e pieni di pathos, che colpiscono con la loro essenza catchy. Tutto questo funziona abbastanza bene; lo stesso vale anche per la parte centrale, che si fa più potente, con un riffage di vago retrogusto thrash e Tittarelli che comincia a urlare parecchio. Peccato solo che l’intero brano sia compresso in poco più di tre minuti, e dia quasi l’idea di essere incompleto, specie col finale, che pare tagliato di netto proprio sul più bello. È un peccato: il risultato complessivo è buono, ma senza il problema avrebbe potuto essere eccezionale.

L’avvio di Surexi soffre della tipica prolissità dei Nefesh in Shades and Lights: parte da un lunghissimo intro fatto tutto di echi su lievi effetti ambient molto oscuri. L’effetto non è malaccio, ma purtroppo il tutto va avanti troppo a lungo per incidere, e finisce per far perdere l’attenzione all’ascoltatore. Lo stesso vale quando da questo caos emerge qualcosa di simile ma più vuoto, col pianoforte a dare un po’ di ordine: anzi, stavolta la questione è persino più ridondante. Solo dopo quasi quattro minuti il pezzo deflagra: abbiamo allora una norma veloce ed energica, con un riffage e un incedere dalle suggestioni speed – se non fosse per le orchestrazioni, che gli danno un tocco di ricercatezza in più. Questa falsariga prosegue a lungo, cambiando però a volte anima: a tratti è più rutilante, altrove invece si fa più seriosa, in altri momenti ancora rallenta un po’ la sua frenesia e diventa arcigna, potente, ma al tempo stesso quasi solenne. Solo ogni tanto si rallenta: di norma sono frazioni drammatiche, quasi lancinanti, con Tittarelli che tira fuori il meglio di sé nell’urlare. Al centro c’è però spazio anche per un lungo passaggio più eclettico: all’inizio ha quasi un gusto esotico, ma poi si ammorbidisce molto, un passaggio quasi sereno se non fosse per la solita malinconia. Questa parte tende a farsi sempre più rarefatta fino a raggiungere una norma davvero soft, con solo una lieve chitarra sopra alle orchestrazioni: nonostante sia anch’essa un po’ lunga, avvolge molto nei suoi toni crepuscolari. Sembra la fine, ma c’è ancora tempo per una sorpresa: dopo un passaggio guidato ancora dalla tastiera e dal basso di Andrea Rossi, il pezzo torna a esplodere. È una breve fiammata finale quasi epicheggiante, di buona potenza ma anche di gran melodia, che porta al termine questi undici minuti, con alcuni bei momenti morti ma lo stesso di qualità molto buona. Siamo ormai agli sgoccioli, e per l’occasione i Nefesh hanno pensato a una soluzione doppia: si comincia dalla title-track Shades and Light. È una docile ballata che dopo un intro molto lento di piano sale solo di poco, con l’aggiunta di una chitarra pulita vagamente flamenco e la voce di Tittarelli, di nuovo in italiano. Ciò va avanti per poco, prima che la traccia si concluda con la chitarra da sola – ed è un vero peccato: le melodie sono tutte molto belle, e svilupparle per più dei due minuti scarsi in cui i Nefesh le relegano sarebbe stato molto più fruttuoso. È quindi la volta di Outro, che riprende l’intro quasi alla lettera. Giusto un minuto un po’ senza grande profondità o significato, ma che come finale per un album così tutto sommato può starci – per quanto credo che qualcosa di un po’ diverso sarebbe stato meglio.

Insomma, anche a dispetto di difetti, prolissità e sbavature Shades and Lights riesce a intrattenere bene: si tratta di un buon album, che riempie bene un’ora con la sua musica e non risulta mai davvero fastidioso. È vero anche che i Nefesh hanno fatto molto di meglio tre anni più tardi, ma in fondo ci si può accontentare così. Per questo, se ti piace il progressive metal e non ti disturba un album che ti diverta senza avere la pretesa di essere un capolavoro, gli anconetani sono i tuoi uomini anche in questo caso!

Voto: 76/100

Mattia

Tracklist:

  1. Intro – 01:02
  2. Delirium of War – 06:25
  3. Tifonomachia – 07:14
  4. Preludio Everytime – 01:51
  5. Everytime – 05:04
  6. Souther – 05:43
  7. Tears – 07:38
  8. Preludio Hug Me – 02:22
  9. Hug Me – 04:37
  10. I Can’t Fly – 03:15
  11. Surexi – 11:02
  12. Shades and Lights – 01:57
  13. Outro – 01:07

Durata totale: 59:17

Lineup:

  • Paolo Tittarelli – voce
  • Luca Lampis – chitarra
  • Stefano Carloni – tastiera
  • Andrea Rossi – basso
  • Michele Baldi – batteria

Genere: symphonic progressive metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Nefesh

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