Deinonychus – Ode to Acts of Murder, Dystopia and Suicide (2017)

Per chi ha fretta:
A dieci anni dal poco amato Warfare Machine (2007), la storica band olandese Deinonychus è tornata col successore Ode to Acts of Murder, Dystopia and Suicide (2017), album che la riporta a buoni livelli. Si tratta di un lavoro che prosegue col mix di doom e black del disco precedente, stavolta più spostato sul secondo, più scarno e con più influenze depressive che in passato. Nelle mani degli olandesi, questo genere diventa un muro di suono pesantissimo e asfissiante, alla base di un lungo viaggio cupo, malsano e opprimente attraverso tutto l’album. È questo connubio a rendere grandi pezzi come For This I Silence You e The Weak Have Taken the Earth, picchi di una scaletta di ottima qualità, ma forse carente di quel guizzo giusto che poteva portare l’album al capolavoro. In fondo però non è un gran problema: Ode to Acts of Murder, Dystopia and Suicide è sempre un grande album, degno della storia Deinonychus, e potrà fare gola a ogni fan del genere.

La recensione completa:
Per chi conosce almeno un po’ il piccolo mondo di quei gruppi che uniscono doom e black metal, i Deinonychus non sono certo un nome nuovo. Tra i primi in assoluto a mescolare i due generi, si sono segnalati sin dal loro esordio per un suono personale, portato avanti con idee di alto livello per quasi tutta la loro carriera. Ma mantenere alta l’asticella lungo i decenni non è mai stato facile per nessuno: anche per gli olandesi arrivò una stecca nel 2007 col settimo Warfare Machine, un album poco soddisfacente sotto molti punti di vista. Forse è anche questo il motivo per cui poco giusto l’anno dopo i Deinonychus si sciolsero; ma un gruppo così importante e storico non poteva rimanere per sempre in pausa. Dopo un tentativo andato a vuoto nel 2011, il mastermind assoluto  del gruppo Marco Kehren ci riprovò nel 2016. Coinvolgendo nel progetto Steve Wolz (ex-Bethlehem) alla batteria e Markus Stock (mastermind degli Empyrium e dei The Vision Bleak) alla tastiera, stavolta raggiunse l’obiettivo. Il risultato è stato l’uscita, a oltre dieci anni dall’ultimo, di Ode to Acts of Murder Dystopia and Suicide, pubblicato lo scorso primo dicembre dalla sempre attenta etichetta nostrana My Kingdom Music. Al suo interno, i Deinonychus ripropongono il mix di black e doom dell’album precedente, stavolta un po’ più spostato verso il primo e verso sonorità più scarne che in passato, che gli danno un tono più selvaggio e nichilista. Non mancano inoltre i loro influssi depressive, in misura maggiore rispetto al passato – in special modo nella voce di Kehren, spesso un lamento lancinante. Il tutto riletto in un muro di suono pesantissimo e asfissiante, che colpisce con la forza di un macigno: è incredibile l’impatto che i Deinonychus riescono a sprigionare, sia che accelerino, sia che si limitino più all’atmosfere. Sono questi elementi a rendere Ode to Acts of… un lungo viaggio a tinte oscure, senza mai un attimo di respiro dall’aura malsana e opprimente che si crea. Ci sarebbero gli estremi per parlare di capolavoro, ma purtroppo i Deinonychus riescono solo a sfiorarlo. La colpa è soprattutto della relativa assenza di pezzi che spiccano: solo un paio ci riescono, gli altri invece formano un insieme compatto, di ottimo livello ma senza il colpo di genio che li poteva portare più lontano. In generale, a Ode to Acts of… manca quel guizzo che fa la differenza tra un grande album e uno trascendentale: in fondo però, non se ne sente troppo la mancanza. Anche così i Deinonychus ci regalano un bel pezzo di oscurità, più che degno di far parte della loro gloriosa carriera.

Senza il minimo preludio, Life Taker entra subito nel vivo con un muro sonoro compatto su un tempo lento, doom metal iper-distorto arricchito soltanto dallo scream gutturale di Kehren. Questa norma non avanza per molto tempo, poi la musica si spegne in un vuoto più totale, non perturbato nemmeno dalla minima tastiera né effetto d’ambiente. Ma il pezzo non è finito: dopo un lungo istante parte una fuga imperiosa, che amplifica molto le sensazioni precedenti. Ora il blast di Wolz regge una norma vorticosa e disperata, con melodie circolari e qualche eco vocale che le dà un tono ancora più arcano, alienato, tombale. Anche questa frazione va avanti per un po’, ma poi i Deinonychus virano ancora, su una norma che unisce le due precedenti in qualcosa di più lento ma ancora di gran impatto per oscurità. Merito dei lievi cori e delle tastiere in sottofondo, poco ricercate e che anzi riescono a renderla più lugubre dall’inizio fino alla fine, quando si spegne in una breve coda morbida, con solo il piano e i cori sotto allo scream del mastermind. È il momento migliore di un pezzo ottimo in toto, che apre alla grande le danze di Ode to Acts of…. La successiva For This I Silence You si sposta sul lato più atmosferico della band olandese. All’inizio è lenta, costante, con un riffage espanso doom dalle suggestioni funeral – sensazione data anche dalle tastiere – incrociato con venature da black atmosferico e da depressive. È una norma infelice, lancinante, ma senza il calore che a volte viene inserito in questi casi: la stessa sensazione si propaga poi più avanti, quando il pezzo progredisce. Man mano la batteria si fa più frenetica: all’inizio entra solo la doppia cassa, ma poi il ritmo comincia a salire pian piano, fino a raggiungere ancora il blast beat – seppur le melodie varino ancora di molto poco. È un’evoluzione travolgente, che dopo aver toccato il suo apice di velocità si spegne, ma non è ancora finita. C’è spazio a questo punto per una bella coda lenta e cadenzata, di gran durezza e fredda come il ghiaccio con le sue ritmiche, semplici ma incisive. È un altro momento fantastico per una traccia meravigliosa, che riesce a spiccare anche in un album come detto molto compatto.

The Weak Have Taken the Earth comincia anch’essa lenta e ossessiva, ma pian piano cambia forma. Con essa, i Deinonychus ci mostrano un loro lato più melodico: nelle lunghe strofe, le ritmiche macinanti sono accompagnati da lead di chitarra lontani, tristi. Ma la desolazione e il nichilismo non vengono mai meno: sono sempre presenti, ben evocati sia dalla dissonanza del suono di Ode to Acts of…, sia dallo scream di Kehren. In ogni caso, questa norma tende col tempo a farsi più rarefatta ed espansa, specie nelle ritmiche: a sostenerle in questo processo giunge un pianoforte echeggiato e quasi spaziale. All’inizio è molto in sottofondo, ma pian piano prendono il sopravvento, fino a rimanere da sole al centro e nel finale, due frazioni ambient (solo ogni tanto perturbate da qualche intervento metal, ma solo al centro). C’è poco altro nel pezzo, che scorre abbastanza lineare: tuttavia, alcune piccole variazioni e soprattutto l’atmosfera contribuiscono a non renderlo affatto noioso. Abbiamo anzi un altro pezzo meraviglioso, praticamente alla pari col precedente per qualità. Anche Buried Under the Frangipanis comincia in maniera molto ripetitiva, con un riffage doomy circolare e molto cupo, che però stavolta lascia spazio anche a un pelo di pathos. Ciò succede in special modo quando entrano in scena lontani cori: sono l’introduzione a una frazione con un tocco più depressivo, dato dal mogio lead di chitarra che spunta su un riffage reso lievemente più aperto. È questa la norma che domina lunghi tratti della canzone: si cambia verso solo al centro, per una frazione ancora con pianoforte e lievi archi, resa però graffiante dallo scream quasi parlato di Kehren. È una frazione non eccezionale, ma che funziona bene per lanciare una nuova ripartenza, anche più fragorosa e potente. Tutto sommato, ne risulta un altro pezzo di alta qualità: non sarà tra i migliori qui dentro, ma svolge il suo lavoro alla perfezione!

Uno strano interludio, con quelli che sembrano cori gregoriani, poi è il turno di Dead Horse, che però non entra subito nel vivo diretta, come le altre. Al contrario, c’è un lungo intro con solo tastiere in sottofondo a un arpeggio molto oscuro, su cui il mastermind urla in maniera anche più straziante del solito. Solo dopo quasi tre minuti, quando il pezzo sembra doversi sviluppare tutto così, la direzione cambia d’improvviso. Abbiamo allora un pezzo possente, che riprende le suggestioni precedenti in una maniera fangosa. In principio i giochi sono ancora lenti e placidi, nonostante un bel carico di dissonanze black; poi però la traccia si fa sempre più amelodica. Alla fine si raggiunge così un momento martellante e di gran energia distruttiva, che va avanti grasso e ossessivo per lungo tempo, prima di spegnersi in una breve coda di armonizzazioni black. È forse il momento più incisivo dell’ennesima traccia di alto livello dell’album! Per tutta la sua prima metà, la seguente Dusk è un pezzo black metal lento e cadenzato, senza grande aggressività: il riff riporta anzi alla mente l’incarnazione più atmosferica del genere. Contribuisce a questo anche l’assenza di scream, sostituito da sussurri vari che spuntano solo a tratti: l’effetto generale è un panorama oscuro e misterioso, molto cupo ma al tempo stesso accogliente. L’effetto si spezza però al centro, quando il pezzo svolta e perde la relativa calma che aveva dominato fin’ora: un momento vorticoso e quasi caotico, poi ci ritroviamo in una frazione martellante e rabbiosa, sempre di gran velocità. A tratti è davvero energica e feroce, grazie a un riffage di vago retrogusto death; altrove invece è un po’ meno potente, ma compensa alla grande con un’oscurità notevole e disperata. In ogni caso, entrambe le parti funzionano bene: abbiamo un altro pezzo forse non memorabile ma di ottima qualità, che avvolge alla grande nella sua aura oscura.

There Is No Eden comincia lenta e dissonante, con un riffage tranquillo e Kehren che growla piano, per un effetto quasi intimista, pur nella sua freddezza – non è certo un brano caloroso. Anzi, man mano che prosegue diviene più gelido e impenetrabile, col frontman che urla di più e un riffage black sempre tagliente come la lama di un rasoio. Parti più introverse e altre più esplosive si alternano varie volte nella prima metà dell’episodio, prima che i Deinonychus decidano di cambiare tutto. Al centro, senza preavviso, si apre, una fuga imperiosa e rapidissima, che Wolz conduce in blast beat e il mastermind completa con urla disperate e un riffage ancora impenetrabile e serratissimo. Ciò dura poco, poi con lentezza il brano torna a qualcosa di più lento e costante, ma la norma è più cupa che in precedenza: merito della maggior profondità dei cori, ma anche di un riffage quasi solenne e delle urla disperate di Kehren. È un altro bel componente per l’ennesima traccia di alta qualità. Un urlo disperato, poi la conclusiva Silhouette stacca dalla precedente con una norma frenetica: la base è un blast su cui si posa subito un riffage strano, dissonante e angoscioso, con anche l’aiuto di un sottofondo di tastiere. È una sensazione che permane anche nei momenti in cui esso rimane in scena su una base più lenta: anzi, la maggiore lentezza gli consente di avere un maggiore respiro e di incidere ancora meglio. Questa norma va avanti fino alla metà quasi esatta, poi si spegne: è la volta allora di un momento molto più tranquillo, quasi ambient black metal, con solo la voce del frontman e un etereo riffage black al di sotto. Pian piano però la falsariga riprende a crescere, prima col ritorno della sezione ritmica, accompagnata da lontani cori, per poi andare di nuovo nella sezione iniziale. Ma stavolta la storia più lenta e riflessiva, e riesce ancor meglio a evocare tristezza e  depressione, prima che la musica si spenga, stavolta in maniera definitiva. È il momento migliore di un episodio splendido, poco lontana dai picchi del disco che chiude: un finale davvero appropriato, insomma.

Vista soprattutto la sua impenetrabilità, Ode to Acts of Murder, Dystopia and Suicide è un lavoro davvero difficile da valutare in maniera davvero precisa al cento percento. Direi però che l’impressione che si lascia dietro è ottima, anche a dispetto dei suoi difetti: come già detto, sono quasi cinquanta minuti di viaggio oscuro e asfissiante, che ogni fan delle branche più nichiliste del metal non potrà che apprezzare. Insomma, non avere dubbi: questo potrà non essere un capolavoro, ma a parte questo i Deinonychus sono tornati alla grande!

Voto: 86/100

Mattia
Tracklist:

  1. Life Taker – 05:23
  2. For This I Silence You – 06:32
  3. The Weak Have Taken the Earth – 06:24
  4. Buried Under the Frangipanis – 06:25
  5. Dead Horse – 06:44
  6. Dusk – 04:30
  7. There Is No Eden – 06:15
  8. Silhouette – 04:59
Durata totale: 47:13
Lineup:

  • Marco Kehren – voce, chitarra e baso
  • Markus Stock – tastiere
  • Steve Wolz – batteria
Genere: doom/black metal
Sottogenere: depressive black/atmospheric doom metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Deinonychus

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