Descent into Maelstrom – Descent into Maelstrom (2017)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEDescent into Maelstrom (2017) è l’esordio omonimo del progetto omonimo, una one man band del musicista lodigiano Andrea Bignardi. 
GENEREUn death metal melodico calmo, a metà tra sonorità vecchie e nuove. In più, sono presenti alcune venature eclettiche. 
PUNTI DI FORZALa mancanza di qualsiasi omogeneità, uno stile a suo modo personale, alcune belle zampate. In generale, un album di livello più che discreto, oltre che promettente. 
PUNTI DEBOLILa presenza di diversi cliché e ingenuità, che danno un senso di immaturità; una registrazione troppo grezza, una scaletta un po’ ondivaga. 
CANZONI MIGLIORIIgnis Fatuus (ascolta), Storm and Assault (ascolta), Castle of Otranto (ascolta)
CONCLUSIONIDescent into Maelstrom è un album discreto e piacevole, ma immaturo; per sfruttare al meglio le sue potenzialità, Andrea Bignardi dovrà crescere e lavorare in futuro. 
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
70
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Se dico “one-man band”, sono sicuro che il primo genere a cui penserai sarà il black metal. È comprensibile: in questo stile sono tantissimi i progetti di un solo musicista diventati famosi, e in generale la sua spinta a misantropia e nichilismo rendono la modalità “solitaria” perfetta. Ciò non toglie, tuttavia, che le one-man band si possano trovare anche in altri generi, seppur meno di frequente: è per esempio il caso di Descent into Maelstrom. Progetto solista di Andrea Bignardi, musicista lodigiano in passato coi Krygar, nasce nel settembre del 2016, e nel giro di giusto pochi mesi arriva alla pubblicazione dell’esordio omonimo, grazie all’etichetta maltese Maculata Anima Rec.. Il genere affrontato in Descent into Malstrom è un death metal melodico che prende sia dalla vecchia scuola di Gothenburg che dalla branca moderna più calma, quella che a volte sfora nel power – ma riletto in maniera più basica, senza tastiere o barocchismi. Sono invece quasi assenti i tipici influssi metalcore molto diffusi oggi nel melodeath: al loro posto Descent into Maelstrom sfodera venature più eclettiche, per esempio provenienti dal folk o addirittura dal viking. Ciò si esplica non tanto nella presenza di strumenti tradizionali – in Descent into Maelstrom non ce n’è traccia – quanto in suggestioni, atmosfere e melodie. Seppur fraseggi e riff non siano originalissimi, parliamo di un genere interessante e a tratti personale: peccato solo che risenta del breve tempo in cui Bignardi ha imbastito il progetto. Per esempio, Descent into Maelstrom è abbastanza ondivago: spesso è di buona qualità, ma alcuni pezzi risultano piatti e scontati. In più, sono presenti qualche cliché di troppo e diverse ingenuità: per esempio, spicca in negativo la volontà di riempire a tutti i costi ogni spazio – specie col doppio pedale della batteria. Anche il suono generale del disco è un problema: la registrazione di Descent into Maelstrom è secca, piatta, quasi da demo, e non valorizza bene il suono del progetto di Bignardi. La presenza di tutti questi difetti è un peccato, visto che dall’altra parte il mastermind ha buone idee e alcune zampate ottime, che riescono a valorizzare il disco e a portarlo almeno un pelo sopra alla media. Per esempio, si sente che ogni canzone è ben studiata: Descent into Maelstrom non soffre mai di omogeneità, come tanti altri al giorno d’oggi. Parliamo insomma di un progetto molto promettente, anche a dispetto dei problemi e di un po’ di acerbità – che in parte si può perdonare, vista la giovinezza del gruppo e del suo creatore.

Everything Against attacca subito in maniera movimentata e aggressiva, con un breve intro vorticoso che poi, veloce, si evolve in una norma rapida e tempestosa. È una falsariga molto coinvolgente: purtroppo lo stesso non si può dire dei ritornelli, che rallentano e vedono le ritmiche ritirarsi, in favore di un lead sostenuto da un florilegio di chitarre melodiche. Con questa mossa è chiaro che Bignardi cerchi pathos e profondità emotiva, ma ciò gli riesce a metà: se da un lato l’ambiente è calmo, dall’altro l’eccessiva rarefazione del suono, la batteria pestata e lo scream rovinano un po’ l’effetto. Molto meglio va nella parte centrale strumentale: semplice e lineare, riesce a evocare una bella tensione sentimentale sia nei passaggi più veloci, sia soprattutto in quelli più mogi e distesi. Da tutto ciò risulta un pezzo non del tutto riuscito ma piacevole per lunghi tratti: come apertura non è fantastica ma neanche malaccio. Ignis Fatuus si attacca quindi all’arpeggio malinconico dell’outro della precedente con qualcosa di anche più spoglio, una norma tranquilla ma infelice. Può quasi sembrare l’esordio di una ballad quando senza preavviso entra in scena un pezzo vertiginoso e frenetico: sul blast beat si muove un riffage macinante, mentre un lead di chitarra, anch’esso movimentato, dà al tutto un tocco di melodia. Nell’evoluzione poi il pezzo si fa anche più duro: le strofe rallentano un po’ ma sono monolitiche, con ritmiche davvero pesanti dal retrogusto quasi doom a tratti. Meglio ancora sono le accelerazioni che appaiono qua e là, staffilate schizofreniche che colpiscono alla grande sia nei momenti in cui il mastermind canta da solo, sia in quelli in cui è accompagnato dalle melodie di chitarra precedenti. Questa norma occupa più di metà brano, ma poi la musica si fa un po’ più aperta e riflessiva: abbiamo allora una lunga frazione melodica. All’inizio ancora un po’ di agitazione è presente, ma col tempo tutto si fa più disteso e accogliente. Questo, insieme ai buoni assoli e alle belle melodie che spuntano fuori, rende questa la parte migliore di un pezzo però molto buono, addirittura tra i migliori di Descent into Maelstrom! Anche Innerwhere, che arriva ora, parte da un breve intro tranquillo, stavolta quasi prog per suggestioni, prima che la traccia vera e propria esordisca sulla stessa linea, obliqua e dispari. Ma è giusto l’inizio: presto comincia una progressione più diretta, che alterna momenti davvero rabbiosi, quasi da death classico col loro blast beat giusto un po’ mitigato dal lead melodico, e altri che riprendono la stessa impostazione ma in maniera più calma. Questo scambio ci conduce a ritornelli strani, ancora serrati ma in cui trovano spazio anche melodie di chitarra pulita, per un effetto quasi post-metal, che li fa essere originali ma non del tutto piacevoli. In generale, spesso il macinare del pezzo si rivela sterile, e la durata di tre minuti, che lo fa sembrare incompleto e poco convinto non aiuta. Abbiamo perciò un brano prescindibile, forse addirittura il punto più basso del disco.

Per fortuna, con Storm and Assault Descent into Maelstrom si ritira su subito: dopo uno strano intro, quasi sereno, che spiazza un po’, la traccia vira subito su una norma più seriosa. La base è un tempo medio-alto marziale, su cui si basa un riffage incalzante, quasi epico, per un effetto che ricorda da lontano persino gli Amon Amarth – più per atmosfera che a livello musicale. Questa norma a tratti si fa anche più tempestosa, veloce e oscura, ma sono brevi stacchi che introducono i bridge: totalmente strumentali e crepuscolari, sono a loro volta la perfetta introduzione per i ritornelli. Questi sono ancora pervasi della stessa carica evocativa del resto, ma la uniscono a una melodia nostalgica e profonda, che dà loro una marcia in più: è il motivo per cui colpiscono molto bene. Buona anche la parte centrale, che si spoglia di ogni influsso death e metal per diventare lenta ma avvolgente, con un bell’arpeggio della chitarra pulita prima che la distorsione torni alla carica per un assolo altrettanto buono. Nonostante la differenza col resto, sono due begli arricchimenti per un pezzo ottimo, che spicca moltissimo nell’album ed è da annoverare tra i suoi picchi assoluti. È quindi il turno di Castle of Otranto, strumentale che comincia lenta e costante, con un riffage ossessivo dal retrogusto a metà tra metal classico e thrash. È una norma molto spoglia, ma presto viene arricchita da un lead di chitarra lontano e calmo, che non ne spegne il mood crepuscolare ma lo arricchisce di una componente sognante. Man mano che questa seconda anima prende il sopravvento, il pezzo si fa sempre più melodico, fino a sfociare in uno stacco tranquillo, con solo la chitarra pulita che riprende le stesse melodie e le evolve. È uno stacco quasi disimpegnato, seppur con un velo di malinconia sempre presente, che diventa ancor più forte quando il metal torna. Ci ritroviamo allora in un panorama che sviluppa ancora le suggestioni folk del precedente in maniera ancora più forte e immaginifica, con spunti davvero ottimi come l’assolo, classico ma di alta qualità. Tutto questo non va avanti a lungo prima di spegnersi in un altro passaggio morbido: sembra la fine, ma Bignardi ha ancora una sorpresa in serbo. Qualche altro scoppio di energia, poi la musica fugge, stavolta più cupa e vorticosa che in precedenza, con copiosi influssi black nel riffage. È una progressione breve ma molto intensa, piena di cambi di ritmo, tutti funzionali a creare un’aura fredda e oscura: nonostante la differenza col resto però è il gran finale di una traccia che lo è altrettanto, tanto da finire anch’essa tra i migliori di Descent into Maelstrom!

Sin dall’inizio, vorticante ma al tempo stesso armonioso, Atavic Enemies mostra un nuovo lato del progetto Descent into Maelstrom. Rispetto alla media della scaletta, abbiamo un brano molto più melodico, con grandi concessioni al power metal: ciò si vede in particolare nei ritornelli con una melodia tipica del genere, mentre l’unico elemento estremo è il growl del mastermind. Anche le strofe hanno le stesse venature: più tese e cavalcanti, non si rivelano tuttavia molto aggressive. Chiude il quadro una struttura molto lineare, la classica strofa-ritornello con tanto di assolo tranquillo al centro. Nel complesso, come brano non è malaccio, ma non tutto funziona bene: alcune melodie – specie nei chorus – suonano abbastanza scontate e trite; in più, in qualche frangente il tutto risulta privo di mordente. Come canzone presa a sé stante non è malaccio, e anzi visto la sua semplicità spicca anche nel disco: a parte questo però la sua qualità non è elevatissima, e rimane un pezzo piacevole ma nulla più. È quindi la volta di Descent into Maelstrom: sin dall’inizio, ancora con qualche suggestione folk, recupera il senso evocativo già sentito in precedenza. È quello che fluisce anche nella norma principale, che alterna momenti più solenni e rallentati e scoppi di velocità, ma sempre con un lead mogio e un incedere molto coinvolgente. Vanno nella stessa direzione anche i ritornelli: più lenti e calmi, hanno però una bella tensione, che si unisce bene alla melodia per creare qualcosa di estremamente efficace. Entrambe le frazioni sono ottime, ma purtroppo non si può dire lo stesso dei vari stacchi presenti. Se quelli soft e con la chitarra pulita non sono male – anche se tolgono un po’ di grinta al tutto – quelli più movimentati, quasi da techno death, sono troppo esagerati, e fanno perdere la linearità al complesso. In fondo però non danneggiano troppo un pezzo che anche con questo difetto risulta molto buono e non troppo distante dal meglio del disco di cui costituisce l’ultimo brano di fatto. Il finale vero e proprio è però affidato a Peroratio in Rebus, outro strumentale in cui si incrociano solo chitarre pulite e acustiche. Si crea così un panorama soffice e mogio, malinconico, che scorre veloce per i suoi due minuti abbondanti prima di spegnersi a sua volta. Come conclusione non sarà forse memorabile, né eccelsa, ma risulta piacevole e come finale di un album del genere sembra adatto.

Per concludere, Descent into Maelstrom è un progetto molto promettente, specie per il futuro. Nel suo presente però c’è ancora qualcosa da sistemare: sommando pregi e difetti questo esordio risulta discreto e ha qualche zampata ottima, ma non sfrutta a pieno il potenziale che Andrea Bignardi mostra a tratti. In generale, penso che il musicista lombardo debba lavorare su quanto di buono sia già presente qui, se vuole riuscire a emergere. Sarà parecchio dura, visto quanto è affollata oggi la scena death metal melodico, ma una speranza c’è: come al solito però solo il tempo potrà dare un giudizio definitivo. Nel frattempo, se il melodeath ti piace, ti consiglierei di dare a Descent into Maelstrom una possibilità: sono sicuro che troverai di sicuro qualcosa di tuo gradimento nella sua musica.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Everything Against05:15
2Ignis Fatuus05:37
3Innerwhere03:30
4Storm and Assault06:57
5Castle of Otranto07:34
6Atavic Enemies04:09
7Descent into Maelstrom05:54
8Peroration in Rebus02:11
Durata totale: 41:07
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Andrea Bignardivoce, tutti gli strumenti
ETICHETTA/E:Maculata Anima Rec.
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa

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