Doomraiser – Erasing the Remembrance (2009)

Per chi ha fretta:
Erasing the Remembrance (2009), secondo album dei romani Doomraiser, riesce nella difficilissima impresa di superare l’eccezionale esordio Lords of Mercy (2006). Si tratta di un lavoro che porta avanti il doom metal oscuro e potente dei capitolini con un songwriting anche più ricco e una registrazione migliore. In tutto questo, il talento è invariato: è questo il fattore a creare rendere memorabili pezzi come Another Black Day Under the Dead Sun, C.O.V. (Oblivion) e Vanitas, che spiccano in una scaletta senza il minimo momento morto. È per questo che Erasing the Remembrance è un lavoro perfetto al cento percento, un capolavoro immortale di doom metal che gli appassionati del genere dovrebbero correre a recuperare!

La recensione completa:
2006: esce Lords of Mercy, primo full-lenght dei romani Doomraiser. Nonostante la gavetta non lunghissima – il gruppo esiste solo dal 2003, e ha all’attivo solo il demo Heavy Drunken Doom dell’anno successivo – si tratta di un lavoro maturo ed eccezionale, che riesce a sfiorare la perfezione. Tuttavia, spesso esordire col botto può essere un’arma a doppio taglio: sono parecchie le band, anche importanti, che l’hanno fatto e poi non sono riuscite a ripetersi lungo tutto il corso della loro carriera. Per fortuna, questo non è stato il destino dei Doomraiser: due anni e mezzo dopo, il come-back Erasing the Remembrance dimostrò che i romani potevano persino superarsi. Si tratta di un lavoro che porta avanti al meglio tutti i pregi del predecessore, in primis il genere: è sempre lo stesso doom metal pesante e oscuro, forse in questo caso con meno influssi stoner e a tratti un tocco più lugubre. Anche il talento dei Doomraiser è rimasto lo stesso, nella costruzione di atmosfere plumbee e riff grassi e possenti, che ti entrano dentro con facilità; tra l’altro il gruppo stavolta li impiega in canzoni ancor più sfaccettate e ricche. In più, tutto ciò è valorizzato dalla registrazione di Erasing the Remembrance, più avvolgente e meno grezza rispetto a Lords of Mercy. Questo, insieme al fatto che stavolta non c’è nemmeno il più piccolo momento morto, ci consegnano un album grandioso, che supera persino il precedente e, a mio parere, riesce addirittura a raggiungere la perfezione.

Quasi a voler sottolineare la continuità col predecessore, Erasing the Remembrance comincia con un pianoforte simile all’outro dell’esordio. Poi però si sente una porta sbattere: è il momento in cui l’ospite Convulsion dei Midryasi comincia a urlare, prima con la sua voce naturale, che poi però si abbassa di un’ottava e diventa orrorifica. È la stessa sensazione che prosegue poi, con i lievi effetti ambientali abbastanza inquietanti che proseguono fino alla fine di Pachidermic Ritual. È un ottima introduzione per Another Black Day under the Dead Sun, che poi entra nel vivo: all’inizio è un pezzo doom lento ed espanso, ma anche possente e di gran cupezza. La norma di base alterna momenti più rocciosi e d’impatto e altri ancora più rarefatti, con un riff davvero dilatato, atmosferico e il cantante Cynar che sfodera una prestazione sofferta, prima di riesplodere di nuovo coi ritornelli. Questi sono leggermente più rutilanti del resto, ma a dominare è sempre un certo mood depresso e nichilista, all’inizio molto mogio. Poi però il frontman comincia a urlare di più, e il pezzo di conseguenza si fa più graffiante: sempre di infelicità parliamo, ma ora è più lancinante, e colpisce direttamente allo stomaco. Questa progressione va avanti fino a  quando il tutto rallenta ancora e si fa più dilatato, con persino qualche suggestione drone. A un certo punto, sembra quasi che la traccia stia per spegnersi, quando entrano in scena tranquille chitarre pulite e la voce cupa di Cynar. Ma non siamo nemmeno a metà traccia: presto la musica riprende forza e velocità, e d’improvviso ci ritroviamo in una fuga di tempo medio alto col riffage dal piglio stoner che ricorda quasi i Cathedral. L’atmosfera diventa più brillante e meno tesa, ma una certa inquietudine non scompare mai, almeno dal sottofondo, per poi tornare alla carica quando, dopo un assolo sabbathiano, la musica si arresta. Tra vari echi – tastiere, a tratti anche un violino – abbiamo allora un altro interludio morbido e strisciante, con un senso di attesa che si scioglie solo all’arrivo del riffage grasso e ossessivo di Drugo e Molestious. È quello che fa la base alla successiva ripartenza, che dopo qualche secondo riesplode e riprende i temi in parte i temi iniziali, ma con una rabbia tutta nuova. Si tratta di un momento nero come la notte, forse il più incisivo di un pezzo però meraviglioso in toto e con neanche un momento morto nei suoi dieci minuti, il migliore di una serie di capolavori che è appena all’inizio!

The Raven si attacca alla breve coda vorticosa della precedente e ne sviluppa la natura martellante. Dopo un attimo, dal mare quasi caotico che si è creato emerge un riffage sempre circolare e frenetico ma più ordinato e possente: è quello che regge le lunghe strofe, lente ma dinamiche e molto avvolgenti. La loro corsa si arresta solo davanti a ritornelli che rallentano di molto e si fanno striscianti, con la loro natura crepuscolare e più doom in senso classico. Pian piano quest’ultima norma prende il sopravvento, ma al tempo stesso comincia a mutare, facendosi più aperta e bizzarra, con l’ingresso per esempio di una tastiera di gusto quasi vintage. È l’introduzione alla parte centrale, doom molto classico con un bell’assolo di chitarra, anch’esso più che tradizionale e aperto, per poi tornare però alla cupezza. Abbiamo allora una frazione più pestata e potente, in cui si mettono in mostra gli stacchi del batterista Pinna, alternati con un riffage cupo e fangoso. Tutto ciò prosegue per qualche minuto, prima di acquietarsi in quella che sembra una coda, con solo una lontana e cupa chitarra pulita. Ma è solo un interludio: all’inizio è vuoto e rarefatto, ma pian piano torna a crescere, fino a una nuova esplosione: è l’inizio di un crescendo sempre più cupo e potente, fino al ritorno della norma iniziale, con ancor più grinta e cattiveria. È il gran finale di una traccia splendida, poco sotto alla precedente per qualità! Un breve intro inquietante, con risate di bambini e un carillon, poi C.O.V. (Oblivion) prende vita possente. All’inizio il riff è movimentato e graffiante, ma quando entra nel vivo si fa più rallentato, strisciante, quasi solenne pur nella sua oscurità. È un momento cupo, che colpisce alla grande sia per potenza che per cupezza: a renderla anche più efficace è poi il contrasto con l’altra anima del pezzo. Spesso infatti i Doomraiser partono per fughe imperiose, di energia incredibile, quasi da pogo – pur rimanendo doom al cento percento.  Questa impostazione va avanti per oltre metà pezzo: solo più tardi si cambia, con una norma a metà tra i due mondi che porta un po’ di distensione in questo ambiente, fin’ora così cupo. È una frazione molto avvolgente, sia nella parte pesante iniziale, sia in quella successiva, in cui i romani si mettono a flirtare con l’hard rock anni settanta, per un effetto movimentato e divertente. Il momento migliore è però quello ancora  successivo, in cui questa falsariga si alterna con pesantissime staffilate ritmiche, che potenziano entrambi le parti. È  un altro passaggio eccellente per una traccia meravigliosa, un altro dei picchi del disco!

Vanitas prende vita da un lungo intro, col soffiare del vento e un flauto mogio che disegna per circa un minuto melodie tranquille, dolci. È quindi un bello stacco quando la traccia vera e propria entra nel vivo come un pezzo veloce e incalzante, molto dinamico. Sembra l’inizio di un pezzo tutto giocato sulla velocità e su riff incisivi, ma poi i Doomraiser cambiano ancora direzione verso una base più distesa, che però compensa alla grande la mancanza di dinamismo con l’atmosfera. L’aura sprigionata è ancora una volta avvolgente, cupa e crepuscolare  ma al tempo stesso profonda e toccante anche a livello emotivo. È questo connubio che si accentua ancora di più nello sviluppo del pezzo, specie nei ritornelli, quasi catchy ma al tempo stesso incisivi, quasi lancinanti nella loro estrema semplicità. Buona anche la struttura, che stavolta non si limita ad alternare le diverse parti per un po’ e poi a staccare. Al contrario, subito dopo la prima progressione all’improvviso ci ritroviamo nel vuoto, con solo il minaccioso arpeggio di chitarra in lontananza e qualche eco sparuto qua e là. Pian piano però in questa norma spuntano la voce di Cynar, i tocchi leggeri di Pinna e una lieve chitarra. È il preludio alla nuova deflagrazione, ma il ritmo rimane ancora lento, per un effetto davvero cupo e possente – grazie anche al cantante e a una citazione letta dall’ospite Annarita Lombardi. Solo dopo un po’ il ritmo accelera: si crea allora un ambiente movimentato in cui il frontman sfodera addirittura una sorta di scream, poi il pezzo rallenta e torna alla cupezza precedente. Abbiamo allora un altro interludio lungo ma avvolgente, che colpisce alla grande grazie anche agli assoli che ci campeggiano all’interno, e non annoia un secondo, prima che la falsariga iniziale torni alla carica, con ancor più pathos. Ma stavolta è un breve ritorno di fiamma, prima che il tutto si spegna in un finale sottotraccia, misterioso e molto eterea, dilatato e che lo diventa sempre di più, fino a spegnersi in una coda tranquilla, piena di echi. È un altro passaggio riuscito a meraviglia per una traccia eccezionale in ogni stacco e in ogni passaggio dei suoi oltre quindici minuti, uno dei picchi assoluti di Erasing the Remembrance!

Head of the River presenta toni da blues quasi sudista, con tante chitarre echeggiate e distorte che si incrociano tra loro, insieme a lontani effetti ambientali. È un interludio con un po’ di inquietudine ma tutto sommato calmo, che funziona bene nel suo scopo: far riposare un attimo le orecchie prima dell’assalto finale di Rotten River! Quasi senza preavviso, la sua prima frazione (The River) entra in scena potente e veloce, non estrema ma con una furia notevole, ben evocata sia dalle urla di Cynar che dal riffage, circolare e graffiante. È la base dell’intera prima parte, una cavalcata travolgente con giusto qualche variazione tra passaggi più possenti e altri più obliqui. Solo dopo qualche minuto si calma un po’, ma la tensione non scema: abbiamo anzi un momento ossessivo e ancora più sinistro, che colpisce alla grande prima che la fuga torni al comando. Ma stavolta non dura molto: presto la seconda parte On the First Day of the New Dark Year for the World 01/01/08 entra in scena espansa, quasi spaziale vista la lentezza e la distorsione delle chitarre, unita poi a synth ed effetti elettronici. È una frazione che avanza a lungo, ripetitiva ma avvolgente: scorre in fretta, prima che la traccia riprenda vigore, mescolando le suggestioni delle due parti precedenti in qualcosa di possente e molto martellante. In effetti, il riff che Molestius e Drugo scandiscono comincia a ripetersi ossessivo, circolare e di gran potenza, con giusto poche variazioni: è una lunga coda finale senza grandi variazioni, ma non per questo annoia, anzi. L’atmosfera che si crea è molto avvolgente, per merito anche dei synth che tornano, dei piccoli cambi di arrangiamenti e del fatto che pian piano tutto si distorce e diventa sempre più psichedelico. Si prosegue così fino a una conclusione ruggente che riporta in alto la potenza, ma è giusto un attimo prima che tutto si spenga (anche se la vera conclusione è una strana traccia nascosta parlata al contrario, che compare subito dopo). Il risultato di tutto questo è forse il pezzo meno bello all’interno di Erasing the Remembrance. Ma questo la dice solo lunga sull’album che chiude, visto che è comunque un piccolo capolavoro e non ne rovina per nulla la perfezione!

Per quanto mi riguarda personalmente, è una dura lotta dover scegliere quale, tra quest’album e Lords of Mercy è il migliore. Ma se col cuore sono più legato all’esordio, a essere obiettivi Erasing the Remembrance è più bello: è un album perfetto, senza la minima sbavatura né alcun punto basso. Nella mia opinione, parliamo addirittura di uno dei più grandi dischi doom metal di tutti i tempi, ed è un vero peccato che i Doomraiser siano così sottovalutati, sia all’estero che in Italia. Dovrebbero essere tra i più grandi, invece di avere solo una fama, seppur relativamente spinta, nell’underground. Ed è anche per questo che, se ami il genere, ti consiglio di correre a recuperare quest’album a tutti i costi: se non altro, in questo modo farai almeno un po’ di giustizia!

Voto: 100/100

Mattia
Tracklist:

  1. Pachidermic Ritual – 02:12
  2. Another Black Day under the Dead Sun – 10:06
  3. The Raven – 09:24
  4. C.O.V. (Oblivion) – 07:59
  5. Vanitas – 15:07
  6. Head of the River – 02:45
  7. Rotten River – 11:26
Durata totale: 58:59
Lineup:

  • Cynar – voce
  • Drugo – chitarra
  • Molestius – chitarra
  • BJ – basso
  • Pinna – batteria
Genere: doom metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Doomraiser

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