Mason – Impervious (2017)

Per chi ha fretta:
Impervious (2017), secondo album degli australiani Mason, è un album ben al di sopra della media del thrash metal attuale. Lo è in primis grazie al genere: contaminato da influssi groove, rimane però ancorato più al thrash, e guarda sia al passato che ai tempi moderni, con per esempio molti stacchi melodici. Questi però sono molto ben, fatti, e in generale il songwriting riesce a mantenere un equilibrio eccellente tra potenza e melodia, oltre a mostrare un’ottima varietà interna. Un suono preciso ma mai plasticoso completa un quadro di gran sostanza, ben rappresentata da pezzi come Tears of Tragedy, la title-track, Cross This Path e Hellbent on Chaos. E così, a dispetto di qualche sbavatura e di un po’ di ripetitività, Impervious è un lavoro personale e di ottima qualità: per chi è stufo del solito revival che guarda solo al passato, è un album da non perdere!

La recensione completa:

Se leggi da almeno qualche mese Heavy Metal Heaven, sai di sicuro che non sono un grande fan dell’attuale revival thrash metal, anzi. Come ho spesso sottolineato in molte recensioni, lo trovo spesso sterile: colpa delle tante band che si limitano a riproporre l’incarnazione più classica del genere senza riuscire ad aggiungere nulla di personale alla causa. Ma fare di tutta l’erba un fascio sarebbe ingiusto: seppur siano una minoranza, esistono band che riescono ad affrontare il genere con personalità e buon talento. È per esempio il caso dei Mason: nati nel 2009 a Melbourne, a dispetto di qualche cambio di lineup e di un breve split nel 2015 sono riusciti a pubblicare due EP e due full-lenght, tra cui l’ultimo Impervious risale allo scorso otto luglio. Parliamo di un lavoro intrigante a partire dal genere: è un thrash metal con forti influssi groove ma che mantiene comunque un’aderenza più verso il primo. Per esempio, il riffage dei Mason ricorda spesso gli Exhorder, oltre che gente come Overkill e Annihilator. Ma gli australiani non si limitano a copiare questi gruppi: guardano sì con un occhio al passato, ma con l’altro ai tempi moderni. In Impervious, si può sentire spesso un’alternanza tra passaggi rabbiosi e altri più melodici, che si rifanno al melodeath – anche se trasportato in ambiente più thrash. Si tratta però di momenti sempre espressivi, che non ammosciano mai le canzoni: merito di un songwriting mai banale e di livello molto elevato. È evidente che i Mason ci sanno fare: tra un ottimo equilibrio tra potenza e melodia e una certa varietà interna in ogni pezzo (nessuno è solo aggressivo e basta), Impervious risulta personale e molto al di sopra della media del thrash oggi. Ottima anche la registrazione, precisa e professionale ma senza che venga mai meno un certo spirito selvaggio: non siamo in presenza della classica iperproduzione plasticosa, insomma. Ci sarebbero tutti gli elementi per un capolavoro: peccato solo che a tratti i Mason cadano in qualche sbavatura. Per esempio, Impervious è un po’ ondivago, con tanti pezzi eccellenti ma anche qualcuno che non lo è: colpa anche di un pelo di ripetitività, con qualche costruzione melodica che torna tra i vari brani (seppur il disco non sia omogeneo come tanti altri, anzi). Ma in fondo si tratta di difetti da poco: se gli tolgono la possibilità di diventare immortale, Impervious si rivela lo stesso un ottimo album, tutto da scoprire.

La musica comincia a fluire con Eligos, intro molto semplice: sono presenti solo ritmiche di chitarre lente ma potenti rette dal drumming pestato di Nonda Tsatsoulis. Non è niente di che – in fondo si tratta giusto di trenta secondi – ma come inizio è più che adatto per portarci già nell’atmosfera di Impervious, prima che Burn scatti. Abbiamo allora una  veloce fuga a tinte thrash ma senza rinunciare a una pesantezza moderna nel riffage di Jimmy Benson e Grant Burns, classico tanto da essere quasi banale, ma che colpisce bene. Va ancora meglio con i ritornelli: introdotti da bridge vorticosi, rallentano un po’ e mostrano influssi punk, che li rendono persino più incisivi. Sembra quasi che il pezzo debba muoversi tutto su queste coordinate, quando invece al centro rallenta molto: all’inizio è una frazione lenta e molto espansa, che per suggestioni ricorda quasi Seasons in the Abyss degli Slayer. Poi pian piano il ritmo torna a salire e con esso la potenza, ma l’aura rimane crepuscolare e avvolge bene, grazie a riff cupi e a un bell’assolo che si staglia al di sopra. È il passaggio più riuscito di una traccia che forse non fa gridare al miracolo, ma a parte questo è buonissima! È però un’altra storia con Tears of Tragedy, che si avvia subito tempestosa e movimentata per poi assestarsi su una norma davvero di gran impatto. Le strofe sono cavalcate veloci e feroci, grazie al riffage tagliente come un rasoio e alla voce al vetriolo di Benson, che riesce a infondergli una rabbia palpabile, penetrante. Ancor meglio va però coi ritornelli, che si aprono e si fanno più melodici, ma non accoglienti: seppur le chitarre tranquille creino pathos, è qualcosa di lancinante, che colpisce con forza. Altrettanto valida è la frazione centrale, anch’essa divisa a metà tra una prima parte davvero pesante e una seconda preoccupata e molto più placida, l’unica davvero calda del pezzo con la sua serie di assoli, lunga ma variegata e mai noiosa. Sono gli ingredienti di una vera e propria perla, non solo uno dei picchi assoluti di Impervious ma anche uno dei pezzi che mi ha colpito di più in assoluto in questo genere negli ultimi anni!

Dopo una valanga di note così travolgente, uno ci si aspetterebbe qualcosa sulla stessa linea, ma ora i Mason cambiano strada con The Afterlife. Abbiamo un pezzo che almeno all’inizio ha quasi un aspetto da ballad, con in evidenza la chitarra pulita in bella vista sopra a una base di effetti strani ed echeggiati, per un risultato mogio e al tempo stesso oscuro. Solo dopo oltre un minuto la traccia entra nel vivo con potenza, ma anche ora non è solo aggressività e basta: è vero che a tratti il pezzo è davvero pesante, con momenti col blast e copiosi influssi death, ma altri sono più aperti. Se le strofe sono schegge thrash rabbiose e potenti, senza grandi fronzoli, i ritornelli cambiano rotta verso qualcosa di più aperto: oltre alla furia hanno anche un certo tocco melodico, e con la loro lentezza fanno respirare bene il pezzo. Ancor diversi sono quei tratti in cui il tono crepuscolare dell’inizio torna alla carica: sono sempre di alto livello, e arricchiscono il pezzo di un’altra sfumatura, specie con la frazione centrale oppure il malinconico finale. Nel complesso, ne risulta un altro pezzo di ottima qualità, che non sfigura neppure dopo un macigno del genere. Un avvio ossessivo e groove, poi Impervious si sviluppa invece in un pezzo più spostato sul thrash, almeno per le strofe, ancora potenti e dirette. Ma la formula che già i Mason hanno sperimentato in precedenza si ripete: dopo un po’, questa norma si apre, stavolta in qualcosa di vorticoso ma quasi lacrimevole, dissonante. Può sembrare quasi una sorta di ritornello, e se fosse sarebbe un po’ un ammosciamento: invece, funziona bene come introduzione ai veri refrain, che ci sorprendono ancora con un’improvvisa valanga di pathos, di gran impatto sia per potenza che per melodia e atmosfera. C’è poco altro da riferire a parte un altro assolo ben riuscito e qualche arricchimento melodico che dà al tutto un po’ di nostalgia in più: sono la ciliegina sulla torta di un altro bellissimo pezzo, a giusto un pelo di distanza dal meglio dell’album a cui dà il nome!

Cross This Path ha un esordio abbastanza melodico, e anche quando poi la musica comincia a macinare con potenza un lead di chitarra quasi power rimane sempre in scena. È questo l’andamento generale del pezzo, che pende più sull’anima melodica degli australiani: lo si può ben sentire nelle strofe, riottose ed energiche, ancora una volta un perfetto equilibrio tra potenza e melodia. Lo stesso vale per i chorus, movimentati ma al tempo stesso lancinanti e disillusi: colpiscono bene con la loro melodia. Ottimi anche gli altri arrangiamenti: sia i momenti che tornano all’escalation iniziale che quelli più calmi, come l’assolo centrale, classico ma di altissima qualità, svolgono il loro lavoro in maniera eccelsa. Abbiamo insomma un pezzo breve ma meraviglioso, un altro dei picchi assoluti di Impervious! Con la successiva Sacrificed, i Mason cambiano quindi strada: abbiamo un pezzo quadrato e possente, stavolta senza grande ricercatezza né profondità emotiva. Ma non è un problema: la musica funziona bene anche così, come dimostrano per esempio le strofe, strane e oblique col loro riffage in controtempo, ma incalzanti al punto giusto. Lo stesso vale per i refrain, anche più dissonanti e obliqui sia con le ritmiche, a tratti molto potenti, sia nella voce di Benson, per un effetto strano ma che riesce a essere intrigante. Ottime si rivelano anche le variazioni che il gruppo inserisce qua e là: che si tratti di passaggi dominati da ritmiche rocciose oppure aperture meno potenti, ma che compensano con l’oscurità, tutto funziona abbastanza bene. Soprattutto, lo fanno le sezioni poste al centro e nel finale, che riportano malinconia e melodia all’interno del pezzo, ma senza stonare con la potenza del resto. Sono anzi un bell’arricchimento per un episodio che forse non sarà tra i migliori dell’album, ma sa bene il fatto suo!

Hellbent on Chaos comincia subito preoccupata e terremotante, con i giri della chitarra di Benson e Burns retti da un Tsatsoulis di nuovo frenetico. Quando poi la traccia va al punto, l’urgenza rimane la stessa: le strofe sono lunghe cavalcate vorticose e drammatiche, con la stessa preoccupazione a cui ormai i Mason ci hanno abituato. Sembra quasi che debbano introdurre refrain ancor più intensi, ma stavolta gli australiani hanno in serbo un’altra sorpresa: la musica vira su una norma più leggera e diretta solo all’impatto, con ritmiche rocciose, di buona potenza, e un’impostazione quasi catchy. Pian piano inoltre le due norme cominciano a mescolarsi, fino a raggiungere una parte centrale pestata e potente, ancora una volta scritta a meraviglia. È il momento migliore di una traccia semplice, forse addirittura banale, ma che colpisce ancora una volta nel segno e risulta poco lontana dai picchi di Impervious! Quest’ultimo è ormai agli sgoccioli: c’è rimasto spazio solo per la conclusiva Created to Kill, che si apre con una frazione di gran impatto, thrash/groove al massimo delle sue possibilità. Quasi da subito, questa norma comincia ad alternarsi con frazioni più melodiche e sottotraccia, calme e malinconiche. Ciò accade per esempio nelle strofe, energiche e urlate e i bridge, in cui invece Benson sussurra, accompagnato da chitarre eteree. È la progressione perfetta per introdurre ritornelli in cui entrambe le anime si uniscono in qualcosa di al tempo stesso possente e intenso: sarebbe quasi melodeath se non fosse per l’assenza del growl, la malinconia è la stessa. Vanno nella stessa direzione anche i momenti che inframezzano queste parti, lunghe fughe che alternano momenti di gran armonia e altri più potenti, ma sempre con un gran spessore emotivo. Buona anche la struttura, stavolta più ricca e complessa, ma gestita alla grande dagli australiani: nonostante la durata di oltre sei minuti e mezzo, c’è davvero poco che sia considerabile un momento morto. Abbiamo insomma un altro pezzo emozionante e di gran impatto, non tra i migliori del disco che chiude ma lo stesso ottimo!

Come già detto all’inizio, è un vero peccato che Impervious soffra di quei pochi difettucci: senza, poteva essere senza fatica un capolavoro. Ma ci si può accontentare alla grande: anche così è un disco di ottima qualità, mai banale, pieno di sostanza e di belle canzoni. Sì, è anche vero che non è proprio un lavoro per tutti: tra i suoi modernismi e le tante aperture melodiche potrebbero far storcere il naso ai fan più intransigenti. Ma se non lo sei, e ancor di più se sei un po’ stanco dei soliti gruppi da revival thrash, tutti uguali e senza personalità, i Mason sono i tuoi uomini: corri a provare!

Voto: 85/100

 
Mattia
Tracklist:
  1. Eligos – 00:29
  2. Burn – 03:30
  3. Tears of Tragedy – 04:05
  4. The Afterlife – 05:13
  5. Impervious – 04:48
  6. Cross This Path – 03:27
  7. Sacrificed – 04:11
  8. Hellbent on Chaos – 03:54
  9. Created to Kill – 06:29
Durata totale: 36:06
Lineup:

  • Jimmy Benson – voce e chitarra
  • Grant Burns – chitarra solista
  • Steve Montalto – basso
  • Nonda Tsatsoulis – batteria
Genere: thrash/groove metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Mason

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2 risposte

  1. Mauro ha detto:

    Questo è davvero un bell'album…nulla di rivoluzionario ma sicuramente personale ed ispirato, ben suonato, trasuda passione

  2. Mattia Loroni ha detto:

    Contento che sia piaciuto anche a te! In ogni caso, grazie mille per il commento 🙂 .

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