Sepultura – Chaos A.D. (1993)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEChaos A.D. (1993), quinto album dei Sepultura, è il loro album della svolta.
GENEREUn groove metal ispirato ai Pantera ma con un piglio più cupo e hardcore, qualche influenza dal thrash/death passato e soprattutto influssi tribali.
PUNTI DI FORZAUn ottimo stile, originale e che funziona bene; una grande classe; una vena sperimentale apprezzabile.
PUNTI DEBOLIUna scaletta un po’ discontinua, specie nella seconda parte, qualche accenno di confusione.
CANZONI MIGLIORIRefuse/Resist (ascolta), Territory (ascolta), Propaganda (ascolta), Nomad (ascolta), Manifest (ascolta)
CONCLUSIONIPur non essendo perfetto, Chaos A.D. riesce a sfiorare quasi il capolavoro: se sei un fan del groove metal, è un acquisto consigliato!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
87
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Gli anni novanta per il metal furono un periodo di crisi, ma anche di grandi innovazioni. Finito il periodo dei generi classici, molti giovani gruppi cominciarono a sperimentare nuove sonorità, creando o contribuendo a sviluppare le moderne incarnazioni di death, black, progressive, doom, gothic, power. Ma anche gli album di chi aveva reso grande il metal nel decennio successivo e poi cambiato genere non sono da prendere sotto gamba. Seppur spesso bistrattati o persino odiati all’epoca, molti di essi ascoltati oggi suonano interessanti, e sarebbero da rivalutare. È il caso, per esempio, di Chaos A.D., quinto album dei Sepultura: alla sua uscita nel 1993, il gruppo fu accusato di essersi venduto e abbandonato da molti dei fan della prima ora. Dal mio punto di vista, è comprensibile che il passaggio da un thrash/death metal diretto a un suono che si rifaceva ai Pantera, che all’epoca spopolavano, possa aver spiazzato tutti. D’altra parte, però, se ascoltato oggi Chaos A.D. è un album con molto da dire, in primis per quanto riguarda il genere. È certo ispirato alla band texana ma presenta anche molti spunti di personalità: si tratta di un groove metal con un piglio più cupo e hardcore, che gli dà un tocco più rabbioso. Contribuiscono a questo effetto alcuni influssi thrash e death, ancora presenti a tratti; soprattutto, però, i Sepultura cominciano qui a amalgamare il loro suono con elementi tribali, e almeno in questo caso lo fanno con successo. È anche questo uno dei motivi di fascino di Chaos A.D., oltre al fatto la bravura dei brasiliani è sopravvissuta anche al cambio di genere. Seppur ogni tanto l’album sia un po’ confuso – specie per quanto riguarda la seconda metà, che gli costa la possibilità di essere un capolavoro – il livello medio è sempre elevato, e sono presenti alcuni picchi davvero grandiosi. Insomma, seppur molti lo odino, Chaos A.D. è un album unico e di alta qualità: più che degno di stare nella discografia di una band come i Sepultura, a mio avviso!

Un breve intro con il battere di un cuore (è una registrazione “in utero” del battito del figlio Zyon, il figlio di Max Cavalera nato proprio nel ‘93), poi Igor Cavalera con le sue percussioni dà il la all’esplosione del martellante riff di base di Refuse/Resist. È una norma avvolgente e di potenza assurda, come del resto lo sono le sue evoluzioni. Sia quelle più oblique e alternative, sia quelle più dirette – come per esempio le macinanti strofe, ben guidate dalla voce abrasiva di Max – colpiscono alla grande. Anche i momenti di poco più blandi, considerabili i ritornelli, sono di gran impatto: compensano la maggior apertura con un’aura pesante, opprimente, di gran cupezza. Completa il quadro una frazione centrale anche più veloce della media e che incide bene con i suoi assoli slayeriani e le ritmiche di influenza punk. È la ciliegina sulla torta di una traccia semplice e breve, ma di impatto favoloso: Chaos A.D. si apre con un botto assoluto! La successiva Territory è introdotta ancora dal Cavalera batterista, veloce e vorticoso, seguito poi dal riffage groove dissonante di suo fratello e di Andreas Kisser che ne segue la frenesia. Sembra che debba svilupparsi un pezzo veloce e dinamico, ma è solo un illusione: presto i Sepultura virano su una norma più lenta, quasi solenne. L’impatto però rimane lo stesso, e non solo: è ben potenziato da un’aura rabbiosa, strisciante, malata, che colpisce alla grande. È quella che valorizza sia le strofe, minacciose e vorticanti, sia soprattutto i ritornelli, più rabbiosi e che il frontman rende quasi lancinanti nella loro incredibile ferocia. Solo ogni tanto la norma iniziale torna alla carica: è una delle poche variazioni del pezzo insieme alla progressione centrale, ancora lenta ma davvero avvolgente, tra bordate ritmiche clamorose e dissonanze penetranti. È una frazione lunga ma grandiosa, il complemento migliore per una traccia davvero perfetta in ogni suo momento: abbiamo un altro dei picchi assoluti di quest’album!

Anche Slave New World esordisce lenta e lugubre, quasi doom all’inizio, ma è di nuovo un avvio fuorviante. Quando entra nel vivo, abbiamo una norma di base veloce e di influenza thrash, che macina con potenza. Sembra quasi che il pezzo sia costruito intorno a questa norma: all’inizio solo ogni tanto lascia spazio a frazioni più lente e che riprendono in parte l’inizio. Poi però la traccia svolta su una lunga frazione più oscillante, che unisce riff fangosi, un’atmosfera cupa, scoppi di energia groove metal e stacchi eclettici, in certi casi di influsso ancora tribale. È una frazione ottima, sfaccettata e interessante, la migliore di un brano per il resto un po’ corto (nemmeno tre minuti), tanto da apparire incompleto. A parte questo però è eccellente: se sfigura dopo l’uno-due che segue, lo fa solo di poco! È ora il turno di Amen, che ci mette un po’ ad andare al punto: all’inizio c’è solo il ritmo di Igor Cavalera e del basso di Paulo Jr., e solo pian piano le chitarre filtrano. Ma per lungo tempo rimangono solo dissonanti e dilatate: solo dopo quasi un minuto entrano davvero nel vivo con potenza. Il tempo è lento, ma le ritmiche riescono lo stesso a graffiare: merito di un’aura asfissiante, cupa e rabbiosa, ben evocata dal suono lugubre, dalla voce di Max Cavalera e da dissonanze piazzate in punti strategici. Per lunghi tratti, questa norma avanza ossessiva, con giusto qualche breve stacco qua e là, che sia dilatato oppure più cattivo – ma tutti si integrano bene nel fluire del pezzo. Lo stesso vale per la strana apertura al centro, più espansa e in cui a una base rarefatta si uniscono cori da chiesa, prima di lasciare spazio a una sezione di energia distruttiva notevole. È la quadratura del cerchio per un brano stavolta non eccelso, ma di ottima qualità: è quello che spicca di meno nella prima metà di Chaos A.D., ma questo in fondo significa poco. A questo punto, i Sepultura concedono all’ascoltatore un breve momento per riposare le orecchie con Kaiowas – dedicata all’omonima tribù amazzonica che si suicidò per protesta contro il governo brasiliano, che voleva portargli via le sue terre. Un inizio molto soft e misterioso, con effetti sonori ambientali, poi la musica entra nel vivo riprendendone gli echi con più forza. Ci ritroviamo allora in un pezzo a tratti abbastanza animato grazie alle percussioni di Paulo jr., ma che si basa tutto su uno spirito crepuscolare, ben evocato dalle chitarre acustiche che ne costituiscono la colonna portante. Tutto ciò attraversa tratti più veloci e pestati e altri più calmi, da passaggi più vuoti ad altri molto melodici e quasi solari – come quello nel finale. Il complesso però è ben concepito: nonostante la differenza radicale col resto del disco non stona, anzi risulta un godibilissimo diversivo!

Con Propaganda si torna a correre: un breve intro molto dissonante, poi prende vita una scheggia monolitica, compatta. Il riffage di base, vorticoso e martellante coi suoi influssi thrash, colpisce alla grande sotto a strofe che di norma tirano dritte e colpiscono come un treno. Solo a tratti la frenesia si placa, per brevi frazioni più lente ma sempre potenti: che si tratti di passaggi strumentali o dei refrain, urlatissimi e obliqui, una certa agitazione rimane sempre. Solo nella seconda metà ciò viene meno: abbiamo una lunga sezione più espansa e meno ansiosa, ma sempre oscura, strisciante. L’impatto però resta lo stesso: merito di arrangiamenti come il ritorno dell’inizio oppure qualche influsso quasi da metal classico posto qua e là. Tutto però è ben scritto, ogni momento avvolge alla grande, e anche gli incastri più arditi funzionano bene. È la parte migliore di una traccia non tra i picchi di Chaos A. D., ma nemmeno troppo lontana! Sin dall’avvio, la seguente Biotech Is Godzilla è serrata ed estrema, con un riffage di origine death retto dal ritmo frenetico di Igor Cavalera che devasta tutto sul suo percorso. Solo a tratti la traccia si ferma, per brevi refrain quasi tagliati col coltello, che rallentano in maniera imperiosa e presentano un ritmo marziale. Non sono male, ma la differenza pesa: in generale, si sposano poco col resto del pezzo. Per il resto, si rivela buona la parte centrale, ancora di influenza death, che alterna staffilate veloci e passaggi più rallentati ma sempre rumorosi e dinamici. Per il suo difetto – e anche per la durata, ridotta a meno di due minuti – abbiamo un pezzo un po’ sottotono, ma non orrendo: è un divertissment, ed è anche il punto più basso del disco, ma in fondo è piacevole al punto giusto. Va però meglio con Nomad, che dopo un intro inquieto parte lenta e grassa, groove metal al massimo della sua potenza. Il tutto rimane però molto espanso: lo sono sia i tratti più ritmici e potenti, come sono per esempio le strofe, sia quelli in cui la band perde impatto e compensa con un’aura cupa e possente, ma al tempo stesso quasi lisergica, da bad trip. Gli unici momenti invece davvero diretti sono i ritornelli: semplici, con un riffage panteriano al cento percento come base, colpiscono alla grande. Lo stesso vale anche per le tante variazioni inserite dai Sepultura nel tessuto del brano: che siano momenti pesanti e dissonanti come la progressione centrale o il rutilante finale, o ancora bizzarri stacchi come quello sulla tre quarti, tutto funziona piuttosto bene. Abbiamo un pezzo forse un po’ caotico ma godibile e con tanti ottimi momenti, che lo fanno arrivare appena alle spalle dei picchi di Chaos A.D..

Con la successiva We Who Are Not As Other i Sepultura virano su qualcosa di più sperimentale. L’avvio è lento, mogio, melodico, molto d’atmosfera, con un lead di Kisser dalle dissonanze che ricordano addirittura il black metal. È una norma che torna spesso nel pezzo: all’inizio si alterna con un momento più morbido, quasi malinconico, anche se poi il brano muta progressivamente verso una maggior oscurità e potenza. Anche quando Max Cavalera comincia a cantare però i giochi sono ancora tranquilli e dilatati; solo sulla tre quarti torna l’abituale impatto dei brasiliani, un breve sfogo di potenza prima che il brano si spenga in un caos di risate inquietanti. Il tutto è unito abbastanza bene, e scorre senza grandi spigoli né momenti dissonanti. Abbiamo insomma un esperimento ben riuscito, seppur non sia eccezionale. Manifest torna alla carica con velocità: l’inizio è rutilante e potente, ancora con quelle vaghe venature thrash già sentite altrove. Ma la band di Belo Horizonte non ha finito di sperimentare: in questo caso, presto ai momenti più potenti si alternano altri più dilatati, dissonanti, quasi alternativi, in cui al posto del cantato regolare ci sono degli spezzoni parlati. Sembrano quasi campionamenti da qualche radio, invece sono un report creato appositamente dalla band che denuncia la repressione della rivolta del carcere di Carandiru, a San Paolo del Brasile, che nel 1992 causò ben centoundici vittime tra i carcerati. Solo al centro la traccia si fa più diretta e potente: comincia un’evoluzione che alterna momenti di gran impatto e altri davvero stridenti, tutti ben concatenati e corredati dalla voce del Cavalera cantante, che torna a urlare. La furia del gruppo si sfoga per qualche minuto, ma poi il dinamismo pian piano comincia a spegnersi, con una frazione più lenta che pian piano torna alla norma più espansa sentita all’inizio, e poi va anche oltre. Il finale diventa così etereo, quasi malinconico a tratti, confusionario, ma evoca lo stesso una bella atmosfera, cupa e strisciante. Parliamo insomma di un pezzo di alta qualità, non lontanissimo dai picchi della prima parte del disco – e il più bello in assoluto di questa seconda metà di Chaos A.D..

È ora il turno di The Hunt, cover della band post-punk inglese New Mode Army che ricalca abbastanza l’originale, specie in dettagli come le chitarre pulite nelle strofe, e in generale nella maggior calma generale. Se i Sepultura le aggiungono un po’ di cattiveria in più – soprattutto con la voce del frontman –e un’atmosfera plumbea, più pesante, il resto è invariato. Certo, la maggior parte dei passaggi funzionano bene: sia le crepuscolari strofe, sia i ritornelli, più rutilanti e anthemici, sono godibili al punto giusto. Come cover in generale però è riuscita a metà: se risulta molto piacevole, stacca un po’ troppo con le altre, e per quanto questo le consenta di spiccare, alla fine non lascia granché il segno. E visto poi che a me piacciono di più riletture stravolte e adattate al cento percento al genere della band di destinazione, come esperimento per i miei gusti è un mezzo fallimento. Per fortuna, nel finale l’album si ritira su lasciando da parte le sperimentazioni e torna a qualcosa di più diretto e potente. Dopo un breve intro dai toni quasi industrial, Clenched Fist prende vita con suggestioni dallo stesso genere nelle chitarre, ben mischiate però con la base groove metal, che viene resa così martellante e di gran impatto. Questa base si alterna a tratti con momenti più espansi, brevi e che servono solo a lanciare la successiva ripartenza; altrove invece è la volta di brevi fughe ma travolgenti e di gran energia. Tutto ciò ci conduce alla svolta della seconda metà, in cui queste suggestioni cominciano ad alternare con momenti quadrati e panteriani, molto ossessivi, in cui il frontman comincia a ripetere soltanto le tre parole “soul, mind, fist”. È l’inizio della fine: questa frazione brucia a lungo per poi virare su una coda più lenta e doom, che progressivamente tende a spegnersi, finché non rimangono che dei dissonanti fuzz – destinati anch’essi a sparire nel vuoto. Ma l’album ha ancora un colpo di coda: dopo qualche istante di vuoto è il turno di due tracce nascoste, contenenti risate isteriche – probabili out-take del finale We Who Are Not As Others. Sono un finale un po’ inquietante (e tuttavia a loro modo anche allegre, visto che la band sembra più che altro divertirsi) ma in fondo non malaccio per un album del genere.

Come già accennato all’inizio, per colpa di qualche sbavatura e della lieve flessione nella sua seconda parte, Chaos A.D. manca il capolavoro. Ma non lo fa di molto: anche così è ottimo, e contiene almeno un paio di pezzo immortali nella storia della groove metal. Insomma, si tratta di un album da rivalutare: se ti piacciono queste sonorità, non dovresti avere preconcetti (anche se, dall’altra parte, se invece sei un fan oltranzista di thrash e death, ovviamente non fa per te). Riscoprilo, e capirai che il suo più grande peccato è l’essere unico, solo un lavoro di transizione. Dopo questo i Sepultura si evolveranno ancora e da Roots in poi abbracceranno un nu metal ancora personale, ma a cui peserà di più la confusione sentita qui – e in seguito, quando torneranno a sonorità simili, lo faranno in maniera meno originale. Ma questa è un’altra storia.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Refuse/Resist03:19
2Territory04:47
3Slave New World02:54
4Amen04:27
5Kaiowas03:43
6Propaganda03:32
7Biotech Is Godzilla01:52
8Nomad04:58
9We Who Are Not as Others 03:42
10Manifest04:46
11The Hunt (New Model Army cover)03:59
12Clenched Fist04:57
Durata totale: 46:56
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Max Cavaleravoce, chitarra ritmica e acustica
Andreas Kisserchitarra solistica e acustica, viola caipira
Paulo Jr.basso e timpano
Igor Cavalerabatteria e percussioni
  
OSPITI
Jello Biafravoce (traccia 7)
ETICHETTA/E:Roadrunner Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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