LaColpa – Mea Maxima Culpa (2017)

Per chi ha fretta:
La musica degli alessandrini LaColpa è nichilismo puro, come dimostra il full-lenght d’esordio Mea Maxima Culpa (2017). Si tratta di un lavoro davvero estremo, col suo mix caotico di sludge metal atmosferico e noise, con in più altri influssi che contribuiscono a creare un marasma oscuro, alienato e asfissiante. La sua essenza caotica è sia il pregio che il difetto dell’album: da un lato, aiuta la musica del gruppo a essere allucinata, ma dall’altro limita un po’ l’atmosfera, che non riesce a incidere a dovere. Colpa anche di una certa assenza di spunti che spicchino: per questo l’album si lascia poco alle spalle, anche se il suo scorrere è godibile – specie nella conclusiva Fragments (of a Smiling Face), il pezzo più convincente del trio che compone la scaletta. E così Mea Maxima Culpa si rivela alla fine un album discreto e incoraggiante come esordio, ma i LaColpa dovranno crescere un po’ per sfruttare al meglio i pregi presenti qui.

La recensione completa:
“Nichilismo puro”: non esiste un modo migliore, per descrivere la musica dei LaColpa. Quintetto nato ad Alessandria nel 2015, è arrivato all’esordio sulla lunga distanza l’anno scorso con Mea Maxima Culpa, uscito grazie a Toten Schwan Records. Parliamo di un lavoro davvero estremo, a partire del genere: è una caotica mescolanza tra uno sludge metal dilatato, atmosferico, e forti pulsioni noise rock, con in più altri influssi provenienti per esempio dal black. È un connubio all’insegna, appunto, del nichilismo più puro: in Mea Maxima Culpa non ci sono quasi melodie, né passaggi malinconici, né momenti per rifiatare, tutto è solo oscurità, alienazione e toni asfissianti. Parliamo di un marasma in cui ci si sente quasi persi, vista la mancanza di punti di riferimento: questa caratteristica è sia il pregio che il difetto più grosso dei LaColpa. Da un lato, aiuta il suono del gruppo a essere il più allucinato possibile, ma dall’altro Mea Maxima Culpa stenta proprio nell’atmosfera, che dovrebbe essere invece il suo punto forte. Nonostante un suono iper-grezzo – ma adatto al contesto – i riff graffiano, e lo stesso vale per le dissonanze; purtroppo però il tutto risente delle strutture quasi aleatorie dei LaColpa. Senza essere stata studiata a dovere, l’aura generale non riesce ad avvolgere molto: la conseguenza è che Mea Maxima Culpa scorre senza grandi spigoli, ma si lascia poco alle spalle. Contribuiscono a questo anche la relativa assenza di spunti che spicchino: solo pochi passaggi sono memorabili, gli altri si limitano a svolgere il loro lavoro, ma senza brillare. In generale, abbiamo un lavoro interessante e promettente, ma con alcuni limiti: i piemontesi dovranno liberarsene, se in futuro vorranno sfruttare a pieno i pregi che già mostrano qui.

L’inquietudine dei LaColpa è già ben presente dall’intro di Soil, traccia che all’inizio è solo rumori d’ambiente e gli effetti strani, stridenti creati da Cecco Testa, per un effetto davvero lugubre. Solo pian piano il pezzo entra nel vivo, prima con l’arrivo in scena del basso di Andrea Moio, seguito dallo scream strascicato di Mario Olivieri e da lievi effetti sintetici. Ma anche questa norma, lenta e strisciante, va avanti a lungo: solo dopo quasi tre minuti e mezzo il pezzo entra davvero nel vivo, lento ed espanso, con al centro il riffage di Davide Destro, profondo e doomy, accompagnato da dissonanze sludge. È la falsariga che avanza in maniera ossessiva per un po’, ma a questo punto i piemontesi non hanno nessuna intenzione di fermarsi: pian piano il pezzo si evolve, fino a farsi più veloce e possente, con bordate ritmiche notevoli. Queste si alternano con ritorni di fiamma della norma iniziale, in una struttura tortuosa e cangiante, che a volte propone fughe precipitose, convulse e caotiche, o al contrario rallentamenti imperiosi, quasi drone per suggestione. Molti passaggi funzionano bene, ma ogni tanto la band perde il focus, e spunta qualche momento morto. È il caso per esempio della lunga frazione di tre quarti, confusa e poco incisiva: molto meglio va invece con la parte successiva, un bello stacco dalle sonorità elettroniche che si mescolano poi con elementi lugubri, un finale morbido ma molto avvolgente. In generale, abbiamo un pezzo con alcuni buoni spunti, ma in generale soltanto discreta: questo lo rende non solo una opener adatta, ma anche il perfetto manifesto di Mea Maxima Culpa. La successiva Scars ha un inizio a tinte puramente noise, con una sorta di blast beat di sottofondo – molto in sottofondo, a tratti sparisce anche – su cui si posano fuzz, echi, urla e di tutto di più. Non è malaccio, ma per i miei gusti dura un po’ troppo a lungo, e alla fine si rivela anche un po’ fastidioso: va molto meglio quando invece si vira su una norma molto più calma e vuota, con solo un beat elettronico. È la base di partenza da cui i LaColpa costruiscono un pezzo simile, lento quasi all’esasperazione e asfissiante. Frazioni stridenti con influssi black, che la rendono ancor più claustrofobico, si alternano ad altri più espansi e vuoti, in una progressione che ha dell’orrorifico e procede a lungo. Forse lo fa un po’ troppo, con qualche momento, specie dei più rarefatti, che risulta un po’ prolisso, ma in generale è una progressione riuscita. Ciò va avanti fino alla fine, all’arrivo di un altro momento vuoto con di nuovo il beat industriale sentito prima e strani echi scrocchianti: è strano ma adeguato come finale di un pezzo  non eccellente, ma piacevole il giusto – se così si può definire, in un genere come questo!

Fragment (of a Smiling Face) comincia da un’introduzione sottotraccia, con solo fuzz di chitarra sulla batteria di Davide Boeri ad accompagnare la voce di Olivieri, sussurrata ma ancora graffiante. Come da norma dei LaColpa, anche stavolta si va al dunque con lentezza: solo nel giro di diversi minuti questa falsariga cresce, fino a diventare un pezzo sludge allucinato e dilatato, ma con una certa potenza. Si tratta di un pezzo cupo e strisciante, che stavolta avvolge molto bene e a lungo, prima che gli alessandrini decidano di cambiare ancora al centro. D’improvviso allora il pezzo accelera: è un passaggio imperioso retto dal blast beat su cui si staglia il riffage di Destro, con ben più di un retrogusto death metal. È una fuga che travolge tutto per qualche momento, ma poi perde il suo dinamismo e si arena, come se fosse stanca – anche se l’effetto è comunque avvolgente al massimo. Ma i piemontesi non hanno finito le energie: a metà esatta del pezzo è la volta di una nuova progressione, stavolta più lenta ma di gran impatto. La sua base è un riffage grasso, quasi dalle suggestioni groove metal, che però pian piano si attorciglia su qualcosa di martellante e alienato ai massimi termini. Anche questa falsariga è destinata a morire, spegnendosi in un tripudio di fuzz stridenti, ma il pezzo ancora non è finito: subito dopo, parte un altro momento tempestoso e cupo. Tuttavia, per la prima volta in Mea Maxima Culpa, il mood non è solo fangoso e nichilista: questa nuova ripresa evoca sì freddezza – grazie anche a qualche influsso black di ritorno – ma anche una depressione lancinante, palpabile, triste. È un momento caotico ma che penetrante e ottimo, forse addirittura il migliore della traccia – nonché l’ultimo musicale dell’intero album. D’improvviso infatti tutto si spegne: non c’è rimasto spazio per altro che per una coda di quasi tre minuti simile a quella di Scars, vuota e glaciale, con solo una percussione lenta e martellante – poi affiancata da un dissonante fuzz di chitarra. È tutto sommato un finale adatto per una traccia con ancora qualche momento morto , ma tutto sommato buona: non solo è il picco dell’album che chiude, ma è anche la direzione che, a mio avvio, i piemontesi dovranno prendere in futuro!

Per concludere, Mea Maxima Culpa è un album godibile, specie come sottofondo musicale per una serata particolarmente oscura: a chi ama sonorità così nichiliste piacerà di sicuro. Inoltre, è incoraggiante anche come esordio; tuttavia, i LaColpa dovranno cercare di focalizzare meglio le proprie composizioni, studiare meglio le strutture ed eliminare i troppi momenti morti presenti qui. Da loro, spero di ascoltare in futuro un lavoro caotico e nichilista come questo, ma realizzato meglio e più avvolgente. Ma come sempre, solo il tempo potrà dirci se ci riusciranno.

Voto: 69/100

Mattia
Tracklist:

  • Soil – 13:46
  • Scars – 10:43
  • Fragments (Of a Smiling Face) – 15:00
Durata totale: 39:29
Lineup:

  1. Mario Olivieri – voce
  2. Davide Destro – chitarra
  3. Cecco Testa – elettronica, effetti
  4. Andrea Moio – basso
  5. Davide Boeri – batteria
Genere: doom metal/noise
Sottogenere: atmospheric/sludge metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei LaColpa

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