Folkodia – Battle of the Milvian Bridge (2017)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEBattle of the Milvian Bridge (2017) è il settimo album del progetto Folkodia – il primo dalla scomparsa del leader Ruslanas “Metfolvik” Danisevkis, avvenuta nel 2013.
GENEREIl solito folk metal di inclinazione epica del gruppo.
PUNTI DI FORZAAlcuni ottimi brani, una buona varietà di influenze.
PUNTI DEBOLIMolti cliché che fanno suonare l’album generico e trito, e in generale una forte mancanza di freschezza. Alcuni brani senza capo né coda, all’niterno di una scaletta ondivaga.
CANZONI MIGLIORIMasada Burns, Journey into Darkness, Red Rubicon
CONCLUSIONIBattle of Milvian Bridge è un album piacevole ma molto di maniera, il classico lavoro da supergruppo: è consigliato solo ai fan del folk metal che non pretendono a tutti i costi il capolavoro!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
68
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Chi bazzica da un po’ il mondo del folk metal di sicuro conoscerà, almeno di nome, i Folkodia. Band internazionale parallela ai Folkearth (e con molti musicisti da quest’ultimo) fondata per volontà di Ruslanas “Metfolvik” Danisevskis nel 2007, doveva essere all’inizio un progetto “one-shot”. Poi però si decise di continuare: dopo il primo Odes to the Past (2008), la band macinò l’invidiabile media di un album all’anno fino al 2013, anno della tragica scomparsa del musicista lituano a causa di un melanoma. Sembrava la fine dei Folkodia, ma più di recente i compagni di Metfolvik – che di sicuro avrebbe voluto continuare – hanno riattivato il progetto in suo onore. Il risultato dei loro sforzi si è concretizzato lo scorso 19 novembre, all’uscita del settimo album della loro carriera, Battle of the Milvian Bridge. Rispetto al passato, non è cambiato molto: i Folkodia suonano sempre il solito, classico folk metal con un’inclinazione epica, che deve parecchio a pagan e viking. In più, sono presenti alcuni influssi death e black da una parte, mentre dall’altra Battle of the Milvian Bridge presenta venature dal power e dal metal melodico: nessuna di esse è determinante, ma contribuiscono a rendere il suono dei Folkodia più vario e piacevole. Se in sé questo è positivo, dall’altro lato l’album ha anche un buon numero di difetti, che ne limitano molto la resa. Il principale è il suo essere molto generico: Battle of the Milvian Bridge è pieno dei tipici cliché del folk metal e suona un po’ trito, a volte anche nei suoi pezzi migliori. Questa mancanza di freschezza è comprensibile, visto che in fondo parliamo di un supergruppo attivo da molti anni; tuttavia, di fatto si rivela un grosso limite, e non consente ai Folkodia di fare un passo in più e andare oltre la media. Inoltre la band stenta un po’ nel songwriting: per esempio, le strutture delle canzoni spesso non sono quelle classiche, non hanno ritornelli né altri schemi simili. Di per sé non è un difetto, specie se uno ci sa fare, ma in Battle of the Milvian Bridge questo si traduce molte volte in tracce senza capo né coda: è il motivo, tra l’altro, per cui la scaletta si rivela abbastanza ondivaga. Certo, non è del tutto un disastro: con alcune belle canzoni e un paio addirittura eccellenti, i Folkodia riescono lo stesso a raggiungere un’ampia sufficienza. Abbiamo però un lavoro tutt’altro che memorabile, che alla fine non lascia troppo il segno.

Senza nessun indugio, Battle of the Milvian Bridge entra nel vivo brillante ed evocativa, con un lead di chitarra che porta subito a immaginare l’inizio di una battaglia. È la stessa sensazione che si ha quando il pezzo entra nel vivo, una lenta ma incalzante cavalcata che alterna momenti più esplosivi, con bei fraseggi di strumenti tradizionale a generare una certa malinconia, e altri più diretti e sottotraccia. La progressione di norma è piacevole: merito anche di alcuni begli stacchi, che a volte movimentano il tutto tornando all’inizio oppure presentano qualche arrangiamento ben riuscito, come l’assolo di Michaël Fiori. In generale però il pezzo è un po’ piatto e ripetitivo, gli manca quel guizzo che potrebbe fare la differenza. È il difetto principale di un pezzo discreto, godibile ma tutt’altro che esaltante – anche se come apertura non è malaccio. Va decisamente meglio con The Maiden of Lorraine, che dopo un inizio rutilante e possente, che colpisce già bene, comincia con una cavalcata che a livello ritmico ricorda quasi gli Iron Maiden. Sopra al lavoro del bassista Gianluca Tamburini e del batterista Dennis Schwachhofer si scambiano però momenti più aggressivi, coi cori oppure il growl di Fiori e altri più lontani e profondi, con una nostalgica chitarra, un violino o la voce femminile di Hildr Valkyrie, calda e accogliente. Come nel brano precedente, il tutto avanza senza grandi scossoni, ma stavolta gli elementi si mescolano meglio tra loro e i momenti morti sono pochi. Al contrario, sono presenti alcuni ottimi spunti, come per esempio il rallentamento centrale, intenso dal punto di vista emotivo, che dà il là poi a una bella progressione a tinte power metal. È un buon arricchimento per una traccia non trascendentale ma di qualità molto buona!

Masada Burns si avvia con un giro di chitarra tempestoso, crepuscolare, circolare: è quello che in pratica regge l’intera canzone e le dà un tono cupo, a tratti quasi drammatico. Ciò si mantiene attraverso il frequente scambio tra i vari cantanti (tra cui c’è anche lo stesso Metfolvik, in un tributo postumo): funziona bene che si tratti di uno scream growl, di un cantato da viking metal o di uno più da metal classico. Buoni anche gli stacchi più spogli e con un riffage semplice e diretto, che aiutano la traccia a non risultare ridondante. Lavorano allo stesso obiettivo anche i tanti piccoli cambi di ritmo e di arrangiamenti: quasi non si sentono se non si fa attenzione, ma sono molto importanti alla buona riuscita del tutto. L’unica variazione netta è invece la frazione centrale, più lenta e lacrimosa del resto, grazie anche all’ottimo assolo della chitarra di Tamburini. E così, nonostante sia un po’ differente dal resto del disco – se non altro per la quasi assenza di strumenti folk – abbiamo un gran bel pezzo, non solo tra i più riusciti di Battle of the Milvian Bridge, ma anche quello che spicca di più! È ora il turno di Battle of Salamis, che senza indugi va subito al punto: all’inizio è dominata dal growl, ma a parte questo è aperta, quasi trionfale. Presto però la direzione cambia, con un’accelerazione che porta prima a bridge frenetici e quindi a ritornelli incalzanti, di vago retrogusto speed se non fosse per la voce profonda di Fiori e per i fraseggi ancora folk della chitarra. Potrebbe essere una bella norma da ripetere in pezzo lineare, ma subito dopo i Folkodia partono con una fuga imperiosa, in blast beat, che si accoppiano a melodie nostalgiche. Purtroppo le due parti non si sposano bene e nemmeno le voci (a tratti in growl, a tratti raddoppiate) aiutano, anzi. Anche la frazione più lenta che si apre al centro di questa frazione non è proprio il massimo: coi suoi assoli cerca di incidere a livello sentimentale, ma non ci riesce granché. Nemmeno il finale, che unisce le due norme sentite in precedenza è proprio il massimo, per quanto alcune cose funzionino. In generale, abbiamo un pezzo con qualche buono spunto ma non sfruttato a dovere, e alla fine si rivela così così.

La base di Falcons over Svevia è costituita da un mid-tempo marziale su cui si posa un riffage incalzante ed epico, corredato a volte dal growl di Fiori, altrove invece dal violino di Elisabeth Wiesner. Questa norma però tende ancora una volta a variare: a tratti mantiene il suo impianto generale e accelera come all’inizio, oppure rallenta e si fa più roccioso e battagliero, come sulla tre quarti. Altrove invece sono presenti variazioni più particolari, con una fuga ancora in blast beat a cui si accoppiano cori un riffage di vago retrogusto black e un giro frenetico di violino, per qualcosa di discreto stavolta. È però la parte meno bella di un pezzo che per il resto rende molto meglio: merito della sua atmosfera, sempre tesa e maschia attraverso tutta la sua durata. È il valore aggiunto di una traccia che nonostante quella sbavatura risulta molto buona, a poca distanza dal meglio di Battle of the Milvian Bridge! Un piccolo intro col flauto di Emily Cooper, quindi Hussar Angels esordisce con strofe movimentate. In esse si alternano passaggi frenetici ed evocativi, ancora di influsso black/viking, e altri più calmi, col violino della Wiesner in bella vista. Lo scambio va avanti finché la musica non si apre: è il turno allora di refrain molto più melodici, quasi catchy con l’incrocio di tante voci sopra a un bel florilegio di chitarra. Questa struttura di base si mantiene a lungo, con giuste poche variazioni, in cui di norma le due anime principali si uniscono. Fa eccezione quella al centro, in cui fa bella figura un nervoso ma apprezzabile duetto tra flauto e chitarre. È una frazione lunga ma di livello buono, che incide abbastanza in una canzone che non sarà tra i picchi dell’album, ma sa il fatto suo! L’inizio della seguente Pytheas in Thule, con la fisarmonica di Juan Pablo “Juskko” Churruarin fa presagire qualcosa di diverso in arrivo, ma poi la traccia si accartoccia. La base presenta infatti le stesse melodie di chitarra, gli stessi vocalizzi lontani e gli stessi fraseggi di violino già sentiti molte volte lungo l’album – e nella storia del folk metal. Un po’ meglio vanno gli stacchi più spogli e crepuscolari che si aprono qua e là, con il growl di Fiori in bella vista: spiccano parecchio in mezzo alla canzone. Peccato solo che il resto non ci riesca, e sia invece un mare abbastanza insipido, che cerca di suonare lezioso e malinconico ma ci riesce solo in qualche sparuto tratto. Sono da citare per esempio i momenti in cui al centro c’è il violino, oppure la progressione centrale, che accelera e si fa più incisiva e meno dilatata. Il resto però scorre senza graffiare troppo: abbiamo un pezzo piacevole e senza grandi spigoli, che però non rimane granché in mente.

Sigillum Militum Xpisti soffre dello stesso difetto della precedente: sin dall’inizio, è molto stereotipata. È la stessa sensazione che si ha poi entra nel vivo veloce e vorticosa, anche incalzante, ma in cui molti giri e il riffage suonano tradizionali, forse anche troppo. Ma il momento peggiore da questo punto di vista sono i ritornelli, con un giro di flauto che più classico non si può per il folk – per quanto la loro costruzione non sia spiacevole. Solo a tratti il pezzo riesce a non suonare stantio: sono di norma brevi stacchi più spogli qua e là, che durano troppo poco per poter cambiare il destino del pezzo. In generale, abbiamo un altro episodio sufficiente e senza grossi difetti – se non una certa ripetitività, che però non è il problema maggiore – ma non lascia il segno, e quasi si fa fatica a ricordare alla fine del disco. Sembra quasi che ormai Battle of the Milvian Bridge abbia già detto tutto quello che aveva da dire quando invece arriva Journey into Darkness. Si parte da un breve intro mogio, con la sola voce di Hildr Valkyrie e un lieve tappeto di strumenti tradizionali, ma poi la musica esplode. Comincia così un’alternanza tra momenti più aggressivi e movimentati e altri che invece si aprono con melodie folk si fanno lontani, malinconici, inframezzati da passaggi che uniscono le suggestioni tra i due mondi. È una falsariga incalzante e molto avvolgente, grazie a un buon numero di variazioni ben riuscite, nel ritmo ma anche degli arrangiamenti, coi tanti momenti in cui i vari cantanti si alternano o gigioneggiano. È un valore aggiunto per un brano semplice ma buonissimo, a breve distanza dai picchi assoluti del disco! Va ancora meglio però con Red Rubicon, a cui i Folkodia affidano il compito di chiudere l’album: è da subito un pezzo lento su cui aleggia un’aura mogia, di sconfitta. Lo si sente bene nelle strofe: sia i momenti più calmi e melodici, sia in quelli più diretti e potenti, con a tratti anche un po’ di ferocia, è questa sensazione a dominare ovunque. Ancor più forte è però nei ritornelli, che si aprono più del resto e con il loro coro potente, che incrocia la voce femminile di Anaïs Chevallier riesce a catturare con gran forza. Arricchisce il tutto qualche variazione ben riuscita, come gli stacchi presenti qua e là, il solito assolo, classico ma buono, oppure la coda finale, con solo la chitarra acustica sotto a una voce calma. Nel complesso, ne risulta un altro gran pezzo, il migliore della scaletta che chiude con Masada Burns: peccato solo che se l’album fosse stato tutto come questo duo di chiusura, sarebbe risultato ben migliore!

Insomma, Battle of the Milvian Bridge non è altro che il classico album da supergruppo (come del resto lo sono altri nelle carriere dei Folkearth e dei Folkodia). È piacevole, ottimo dal punto di vista tecnico e della registrazione e certo non insufficiente, ma risulta di maniera, non troppo ispirato e alla fine totalmente nella media del folk metal attuale. Se questo genere ti piace, è comunque un album che ti è consigliato, ma solo se non hai troppe aspettative: se invece quel che vuoi è il capolavoro a tutti i costi, cerca pure altrove.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Battle of the Milvian Bridge04:24
2The Maiden of Lorraine04:14
3Masada Burns04:05
4Battle of Salamis04:46
5Falcons over Svevia05:09
6Hussar Angels04:05
7Pytheas in Thule04:26
8Sigillum Militum Xpisti03:58
9Journey into Darkness04:20
10Red Rubicon04:02
Durata totale:  43:29
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Anaïs Chevalliervoce (tracce 6 e 10)
Ruslanas Danisevsisvoce (tracce 3, 8 e 10)
Michaël Fiori “Saga”voce, chitarra e basso (tracce 1, 4 e 5)
Hildr Valkyrievoce (tracce 1, 2, 9)
Gianluca Tamburinichitarra e basso (tracce 2, 3, dalla 6 alla 10)
Juan Pablo “Juskko” Churruarinfisarmonica (tracce dalla 7 alla 9)
Emily Cooperflauti (tracce  6, 8 e 9)
Elisabeth Wiesnerviolino (tracce dalla 2 alla 10)
Dennis Schwachhoferbatteria
ETICHETTA/E:Stygian Crypt Productions
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Grand Sounds Promotion

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