Silenzio Profondo – Silenzio Profondo (2017)

Per chi ha fretta:
Silenzio Profondo (2017), primo full-lenght dell’omonima band di Quistello (Mantova), è un lavoro molto sopra alla media del suo genere oggi. Lo è a partire dallo stile, un heavy metal sì classico ma che non disdegna influssi moderni – oltre che da hard rock e heavy melodico – e dettagli  personali come i cantato in italiano, che non lo fanno mai essere trito né scontato. Anzi, è un suono fresco e personale, ma non solo: i lombardi ci mettono anche un bel songwriting, vario e mai omogeneo, che permette loro di evitare il rischio prolissità anche nei pezzi più lunghi. Ma il loro pregio migliore è la capacità di emozionare: lo si sente bene in pezzi come la struggente Senz’Anima, la drammatica A Stretto Contatto, l’intensa e varia ballad Fragile, la diretta Fuga dalla Morte e la sfaccetata title-track. È per questo che nonostante qualche ingenuità e una registrazione un po’ grezza Silenzio Profondo è quasi un capolavoro, da recuperare per ogni fan dell’heavy metal stanco dei soliti cliché del revival attuale.

La recensione completa:
Forse è una realtà controintuitiva, ma nonostante le mille opportunità dei tempi moderni oggi non è facile suonare heavy metal classico e soprattutto farlo bene. Parliamo di un genere che ha dato quasi tutto negli anni ottanta: riuscire a riprenderlo e al contempo a non suonare banale è qualcosa in cui buona parte dell’attuale revival fallisce miseramente. Tuttavia, per fortuna ogni tanto esce fuori qualcuno che ci riesce: è il caso dei Silenzio Profondo. Nati nel 2006 a Quistello, in provincia di Mantova, passano in breve da cover di Iron Maiden, Deep Purple e Metallica a musica originale, con il lodevole obiettivo di proporre un heavy metal cantato in Italiano. Gli anni subito successivi furono costellati da un paio tra demo ed EP ma anche da tante difficoltà, specie nella formazione, che ha visto frequenti cambi di lineup e anche la tragica morte del chitarrista Matteo Fiaccadori, in un incidente stradale nell’aprile del 2017. Ma i Silenzio Profondo hanno sempre continuato, in barba alle difficoltà: il risultato è stata l’uscita, lo scorso 28 ottobre, del tanto agognato esordio omonimo sulla lunga distanza. Come già accennato, il genere affrontato dai lombardi nel disco è di base heavy metal classico, ma senza troppo nostalgie né quel senso di stantio che molti hanno. Pur avendo poco di davvero originale, i Silenzio Profondo riescono a rileggerne gli stereotipi in qualcosa che suona fresco e personale. Merito di tanti dettagli ben riusciti: oltre al cantato in italiano, ben gestito da Maurizio Serafini, sono presenti contaminazioni che vanno dall’hard rock e dall’heavy melodico a suoni più moderni. Tutti questi influssi sono funzionali ad arricchire lo spettro di Silenzio Profondo, ma anche la band ci mette del suo: rispetto a tanti altri, abbiamo un lavoro che brilla per varietà interna. Ogni pezzo ha la sua personalità ben definita, e le melodie tendono a non ripetersi come succede invece a buona parte dei dischi di oggi – specie se da gruppi ai primi passi. Merito anche di un ottimo songwriting, che consente ai Silenzio Profondo di gestire al meglio anche i propri brani più lunghi senza per questo essere prolissi e senza cadere in troppi cliché. Ma il vero punto di forza della band è la sua capacità di evocare le emozioni più varie, e renderle palpabili. In Silenzio Profondo, non c’è solo potenza né solo melodia o pathos: la band è bravissima a intersecarli e mescolarli, creando affreschi sempre coinvolgenti. Ed è anche per questo che nonostante qualche ingenuità e una registrazione un po’ grezza, non gravissime ma che ne limitano un po’ una resa, Silenzio Profondo è un esordio grandioso, molto sopra alla media dell’ultimo periodo!

La opener Senz’Anima parte da un breve intro esuberante a tinte rock, che quasi fa pensare a un album di coordinate hard anni ottanta o addirittura hair metal. Ma presto la musica si indurisce e diventa più seriosa: la norma di base è diretta e d’impatto, con un riffage di base chiaramente ispirato agli Iron Maiden ben supportato dal batterista Alessandro Davolio. Questa impostazione a un certo punto comincia però a perdere in intensità, e al tempo stesso assume un’anima più melodica: è l’introduzione a ritornelli lenti e morbidi, che colpiscono con il loro pathos oltre che per la melodia catturante cantata da Serafini. Sono il momento migliore di un pezzo per il resto molto lineare: come variazione, c’è spazio solo per una frazione centrale che rimescola le due anime in qualcosa che alterna impatto e melodia con intelligenza, e per un bel finale rutilante. Sono due dettagli ben riusciti per un’apertura in grande stile, poco distante dai picchi della scaletta che apre! Fin dal vorticoso esordio, la seguente A Stretto Contatto mostra un certo senso di preoccupazione crepuscolare: è lo stesso che si propaga nel resto della canzone. Ne sono l’esempio perfetto i ritornelli, col frontman e le belle melodie della coppia d’asce che evocano una forte tristezza, pur nella loro semplicità estrema che li rende anche molto catchy. La stessa suggestione torna anche nelle strofe, seppur declinate in maniera diversa: a dominare qui è la potenza del riffage, che crea sì una certa tensione, ma in questo caso più diretta, senza fronzoli, in certi casi quasi epica. Splendida anche la parte centrale, che all’inizio riprende la componente più classica del pezzo, ma poi mostra un anima più cupa e moderna, a tratti con persino un vaghissimo retrogusto metalcore. Nonostante questo, non stona nell’economia del pezzo: lo stesso vale, del resto, per l’ossessivo finale, ancor più melodico del resto ma splendido, un sigillo di gran profondità emotiva su un pezzo meraviglioso, uno dei migliori in assoluto di Silenzio Profondo!

Terzo Millennio ha un avvio da puro heavy classico, quasi disimpegnato, ma poi i lombardi cambiano strada. La falsariga di base è molto più tranquilla, d’atmosfera, con all’inizio solo il basso di Tommaso Bianconi insieme alla batteria – mentre in seguito spuntano chitarre circolari. Ma il complesso rimane sottotraccia, con Serafini che non urla e un ritmo lento, che fa risultare il tutto dilatato, espanso. Solo in seguito la tensione sale, prima con bridge quasi drammatici e poi con refrain meno carichi di pathos e più potenti, diretti, con un certo senso epico ma anche un animo crepuscolare che cova ancora in sottofondo: entrambe le parti incidono alla grande. Buona anche la solita frazione centrale, divisa a metà tra un avvio spezzettato, quasi da metal tecnico, e un assolo più classico. Anch’essa contribuisce a un pezzo di ottima qualità, che in un qualsiasi album heavy metal medio sarebbe tra i migliori: se non ci riesce qui, è solo per l’eccezionalità dei Silenzio Profondo! È quindi il turno di Fragile, con cui i lombardi rallentano i propri ritmi: all’inizio si intersecano con lentezza le chitarre di Fiaccadori e di Gianluca Molinari, per un effetto mogio, triste. In seguito, il tutto si fa anche più soft: sopra alla placida sezione ritmica cominciano  a intersecarsi docili arpeggi, mentre l’elemento più teso è la voce di Serafini, teatrale e drammatica. Questa norma si alterna di tanto in tanto con ritornelli più elettrici, ma in cui l’atmosfera infelice si amplifica anche di più, grazie a una grinta maggiore che a volte muta persino in rabbia e li fa esplodere ancora meglio. Sembra quasi di trovarsi davanti alla classica power ballad, ma i Silenzio Profondo anche stavolta rompono i soliti cliché: passata da poco metà, la traccia prende un’altra strada, e dopo un altro stacco calmo e ricercato comincia a crescere. La tensione sale attraverso gli assoli dei due chitarristi, molto espressivi e quasi speranzosi, ma poi il pezzo  cambia strada e il panorama si rabbuia d’improvviso. Abbiamo allora un finale tetro, con un riffage a tinte doom e la voce del frontman distorta, per un effetto orrorifico, spaventoso. Ma nonostante la differenza col resto, funziona alla grande come finale di una ballata che non sarà innovativa, ma che non suona nemmeno trita: anzi, emoziona davvero, e guarda il meglio del disco da molto vicino!

Dopo un pezzo così cupo, saggiamente i Silenzio Profondo piazzano Jack Daniel’s, che comincia brillante, scanzonata: stavolta, non è solo un’illusione. Anche nel suo svolgimento, abbiamo un pezzo di classico heavy metal da strada, diretto e senza fronzoli: lo si sente benissimo nelle strofe, intrattenenti con la loro energia e le copiose influenze hard rock. Lo stesso vale anche per i refrain: pur virando su una norma meno potente e più melodica mantengono lo stesso spirito, corredato dall’anima più catchy dei lombardi che li arricchisce ancor di più. Si cambia senso solo con la solita parte centrale, variegata come al solito: alterna momenti più rocciosi e potenti, con un retrogusto da heavy moderno e tratti più aperti, in cui viene fuori anche un pelo di malinconia. Ma anche stavolta lo sviluppo è naturale, e non ci sono spigoli: nonostante la differenza, si unisce bene al resto. Nel complesso, forse col suo spirito iper-tradizionale risulta il brano meno bello nella scaletta; poco male, tuttavia, visto quanto riesce a intrattenere! La seguente Fuga dalla Morte viene fuori da un intro di strane dissonanze, quasi industrial per suggestioni (!), come un pezzo crepuscolare, lento e ancora di vago influsso doom. Ma siamo ancora al preludio: di colpo, la band vira su una norma infuocata e veloce, heavy metal con influssi speed. Come impostazione di base, ricorda quella del precedente, seppur stavolta declinata in una forma più tagliente ed energica, oltre ad avere una vaga inquietudine che cova in sottofondo. Questa viene fuori  con più forza poi nei bridge convulsi, che introducono al meglio refrain semplici ma di potenza assurda, che colpiscono con la forza di un pugno in faccia. Sono il momento migliore del pezzo insieme alla frazione centrale, che perde dinamismo ma compensa alla grande con un carico di oscurità splendido. Merito del riffage doomy di Fiaccadori e Molinari, che si allunga sui colpi potenti di Davolio e regge dei cori davvero lugubri, prima di dare il la a un assolo che lo è altrettanto. È un ulteriore quid per un pezzo che può sembrare quasi banale ma è costruito a meraviglia, e risulta uno dei più riusciti di Silenzio Profondo!

Donna senza Testa ci mette un po’ ad andare al punto: inizia distesa, eterea, con lontane chitarre molto espanse. Solo col passare dei secondi questa norma cresce in impatto, fino a stabilizzarsi su un mid tempo quadrato e potente. Sembra quasi che ci aspetti un pezzo tutto così, ma poi i Silenzio Profondo stupiscono l’ascoltatore virando su una norma molto più calma, da ballata, con arpeggi delicati dei due chitarristi e un’aura nascosta. La musica torna a deflagrare solo per i refrain: riprendono in parte l’impostazione iniziale con una certa variabilità, alternando in maniera repentina passaggi più melodici e altri più arcigni e minacciosi. Il tutto genera un’atmosfera non troppo oscura ma molto misteriosa, che arricchisce molto il tessuto del brano. Fa eccezione solo la sezione centrale, più docile e tranquilla sia nella prima parte, con solo gli arpeggi puliti, sia in quella successiva, potente ma molto melodiosa. Nonostante questo, si integra bene in un pezzo meno valido della media dell’album, ma che incide con la sua anima eclettica e di sicuro qui non sfigura. Siamo ormai alle ultime battute, e per l’occasione la band schiera una traccia che porta il suo stesso nome. Anche Silenzio Profondo ci mette molto a entrare nel vivo: inizia con suoni di pioggia, a cui presto subentra un arpeggio tranquillo, molto semplice. Pian piano il pezzo cresce, col raddoppio della chitarra e l’entrata in scena della sezione ritmica, ma dà sempre l’idea di dover essere una ballad; invece, poi all’improvviso tutto deflagra. Cominciano ad alternarsi allora lead di chitarra circolare, melodico ma teso, quasi epico, e momenti più centrati sulle ritmiche, ma con la stessa seriosità: nel complesso, sono strofe molto incalzanti e al tempo stesso avvolgono nella loro aura preoccupata. È la stessa che poi si accentua nei chorus, più drammatici e quasi lancinanti – seppur a tratti mutino e divengano più melodici e mogi. La parte migliore però è quella centrale, che dopo un assolo lento e nostalgico d’improvviso fugge: è una progressione che mantiene la stessa anima riflessiva del resto ma la accoppia con una bella frenesia. Così, tra momenti di grande pathos dato dalla voce di Serafini, ottimi assoli e staffilate ritmiche maideniane di gran efficacia, il pezzo progredisce fino alla fine, sempre energico ed emozionante. Anche il resto però non scherza: abbiamo una gran conclusione, uno dei picchi assoluti dell’album che chiude con A Stretto Contatto e Fuga dalla Morte!

Per concludere, grazie a tanti bei pezzi, pochi difetti e pochi momenti morti, Silenzio Profondo riesce addirittura a sfiorare il capolavoro. Ma il bello è che per la band lombarda sembrano esserci ampi margini di miglioramento: ovviamente non si può dire con certezza, ma ho l’impressione che il prossimo album potrebbe essere migliore, e non di poco. Nel frattempo di scoprire se sarà davvero così, però, il consiglio è di recuperare quest’album: se ti piace l’heavy metal tradizionale – e ancor di più se sei stanco dei soliti suoni triti e ritriti – di sicuro questo per te sarà una splendida sorpresa!

Voto: 89/100

 
Mattia
Tracklist:

  1. Senz’Anima – 03:59
  2. A Stretto Contatto – 05:41
  3. Terzo Millennio – 04:23
  4. Fragile – 07:51
  5. Jack Daniel’s – 05:13
  6. Fuga dalla Morte – 05:46
  7. Donna senza Testa – 06:29
  8. Silenzio Profondo – 07:52
Durata totale: 47:14
Lineup:

  • Maurizio Serafini – voce
  • Matte Fiaccadori – chitarra
  • Gianluca Molinari – chitarra
  • Tommaso Bianconi – basso
  • Alessandro Davolio – batteria
Genere: heavy metal

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