Abkehr – In Asche (2017)

Per chi ha fretta:
In Asche (2017), primo EP del duo tedesco Abkehr, è un lavoro promettente ma con diverse ingenuità. Il black metal del gruppo, ligio alla scena classica e in particolare alla sua anima più atmosferica, è sia il suo punto di forza, sia il suo difetto. Se l’oscurità e la ferocia sono quelle giuste, come anche la registrazione grezza e dilatata, l’EP ha poca personalità, specie nei passaggi più veloci. In più, il duo pecca anche per quanto riguarda la mancanza di spunti: se le quattro canzoni della scaletta sono buone – specie le prime due – manca però loro il guizzo vincente. Per questi motivi, alla fine In Asche risulta un EP sufficiente e godibile, ma ancora un po’ acerbo: gli Abkehr dovranno crescere e risolvere i difetti, se vogliono avere qualche speranza di emergere nell’affollata scena black metal moderna!

La recensione completa:
Ha ancora senso suonare black metal classico alla fine degli anni dieci? Per quanto mi riguarda, la risposta è sì: visti i mille rivoli in cui il genere si è diviso dal duemila in poi, c’è ancora spazio per riuscire a fare qualcosa di buono negli stretti canoni stilistici del genere. Questo però non vuol dire che sia facile: vista la lunga storia del black metal, suonarlo senza cadere nei suoi cliché e suonare triti non è facile. Per esempio, i tedeschi Abkehr ci riescono solo in parte: almeno, questo è quel che risulta da In Asche, EP d’esordio del 2017 in una carriera cominciata due anni prima. La giovinezza di questo duo è ben avvertibile nel suo stile, che si rifà al cento percento al black metal norvegese più classico, e in particolare alla sua incarnazione più atmosferica. La sua “purezza” è un pregio per gli Abkehr, ma al tempo stesso anche un difetto: per ora alla band manca un po’ di personalità, specie nei passaggi più veloci e vorticosi, che sanno molto di già sentito. In più, a In Asche manca qualche spunto di qualità in più: di norma i pezzi sono costruiti a dovere e filano lisci, ma manca loro quel guizzo davvero vincente. Sono entrambi difetti comprensibili, visto che gli Abkehr sono appena all’inizio, ma saranno da correggere in futuro se il duo vorrà emergere. In effetti, i tedeschi possiedono gli elementi per poterci  riuscire: la cattiveria è quella giusta, come anche la capacità di evocare atmosfere oscure e penetranti. Anche la registrazione di In Asche è eccellente, specie per essere un EP d’esordio. Può sembrare trascurata, ma in realtà è stata ben studiata: grezza, rimbombante, dilatata e allucinata, è perfetta per esaltare l’oscurità e la ferocia degli Abkehr. Insomma, anche coi suoi difetti abbiamo un EP più che piacevole, nonostante difetti e ingenuità.

In Asche è diviso in quattro lunghe frazioni, a cui gli Abkehr invece che un titolo assegnano soltanto dei numeri romani. La prima, I, comincia da un intro espanso e ambient, che riporta alla mente il miglior Burzum d’annata – che del resto sembra l’influenza principale del duo. Questa norma sembra voler crescere lentamente, ma poi la chitarra che era intervenuta si spegne di nuovo: è tuttavia il preludio a una deflagrazione improvvisa. Ci ritroviamo allora in un brano frenetico e feroce, con ancora suggestioni della band di Varg Vikernes, specie nella melodia di fondo che spunta a tratti, lontana e che dà al tutto un tono espanso. I tedeschi scambiano queste frazioni  e altre più graffianti, che perdono in parte la loro carica atmosferica e si fanno più dirette. L’alternanza si propaga per buona parte della traccia: fanno eccezione due passaggi, a metà e sulla tre quarti. Il primo è più convulso e preoccupato: accoppia alla cupezza un’urgenza davvero palpabile. Al contrario, il secondo è molto più espanso: il ritmo di H. rallenta dal blast del resto del pezzo e a una chitarra rarefatta si sovrappongono le urla di Raash, lancinanti e spaventose. Sono entrambi arricchimenti per una traccia semplice e classica ma buonissima, che apre l’EP come meglio non si poteva. La successiva II parte un intro soft, con solo echi di chitarra pulita, ma molto minaccioso. Pian piano si cresce fino ad arrivare a un mid tempo che ne mantiene l’impianto melodico ma in maniera più energica, un pezzo black lento ed espanso.  Tuttavia, è ancora il preludio: la traccia vera e propria si avvia solo dopo un altro momento morbido e inquietante e si assesta su una norma frenetica, col blast beat di H. che regge un riffage simile al precedente, ancora profondo ma più graffiante. Questa falsariga torna ogni tanto lungo il pezzo, ma di norma la musica è più esasperata, con le urla del cantante a malapena udibili, echeggiate, quasi da depressive sopra a una base davvero selvaggia. È una corsa a perdifiato che avvolge bene, specie per lo scambio notevole tra momenti più feroci e altri più atmosferici che crea un gran bel contrasto, e se ogni tanto sembra troppo esagerata, questo non dà troppo fastidio. Il momento migliore è però il finale, che rallenta e si apre di molto: abbiamo allora un pezzo meno aggressivo ma tempestoso e di oscurità impenetrabile, che incide alla grande con echi e dissonanze. È un finale eccezionale per una traccia più che discreta, la migliore del disco dopo la precedente!

L’attacco di III, circolare e veloce, non è male, ma ricorda sia le altre fughe già sentite nelle due canzoni in precedenza, sia il black metal più classico. Non aiuta poi il fatto che gli Abkehr lo ripetano a lungo senza quasi variazioni – se non qualche stacco simile, con la stessa frenesia e lo stesso macinare, che alla fine risulta un po’ sterile. Molto meglio va invece quando  la traccia rallenta e si fa dilatata, quasi allucinata a tratti. Si stabilizza allora una norma lenta ma rabbiosa e strisciante, con ritmiche doom metal su cui si staglia ancora lo scream echeggiato di H.. Ma anche questa situazione non è destinata a durare: presto il brano compie una metamorfosi, per poi assestarsi su una norma più dissonante, lenta e graffiante. Tra le righe si può sentire però anche un certo pathos, per la prima volta in In Asche: è un effetto strano ma non spiacevole, anzi. Si tratta di un’ottima conclusione per una traccia divisa a metà per qualità e non riuscita al cento percento, ma tutto sommato godibile. A questo punto, siamo praticamente alla fine: c’è spazio solo per IV, che comincia ancora in maniera ambient, con un lontano effetto vento su cui si posano lontani echi di chitarra pulita e del basso di H.. Solo dopo un minuto la traccia entra nel vivo, veloce e vorticosa, ma stavolta senza un’aggressività spinta come in precedenza: se l’atmosfera rimane tetra, è comunque un’oscurità accogliente e non troppo fredda. Ancora meglio va quando il pezzo rallenta un po’: ci si ritrova allora in un ambiente più gelido che in precedenza, maschio, rabbioso, in cui spiccano le possenti ritmiche di chitarra. È una lunga frazione centrale che evoca una bella desolazione, prima che la traccia riprenda a correre. Buono anche il finale, che riprende la norma iniziale in maniera più lenta e anche più mogia, accogliente in maniera inaspettata: è strano, dopo tutta la ferocia sentita in precedenza, ma funziona bene. E così, mentre questa frazione sparisce in un finale ambient, che riecheggia dell’inizio (ma in maniera ancor più minimale), l’EP si conclude con un altro episodio con dei bei difetti, ma in fondo non disprezzabile.

Per concludere, In Asche è un lavoro piacevole ma non eccezionale: nonostante ci sia parecchio di buono in esso, suona ingenuo e acerbo. A parte questo, gli Abkehr sono una discreta promessa per il futuro: se riusciranno a trovare una personalità propria e a crescere, potrebbero avere una marcia in più rispetto a tanti altri. Certo non sarà facile, anche visto che la scena black metal è così affollata che non è facile emergere. Ma chissà che la fortuna e il tempo non possano dar loro una mano.

Voto: 66/100 (voto massimo per gli EP: 80)

Mattia
Tracklist:
  1. I – 07:14
  2. II – 06:05
  3. III – 07:13
  4. IV – 06:15
Durata totale: 26:47
 
Lineup:
  • Raash – voce, chitarra, basso
  • H. – batteria
Genere: black metal
Sottogenere: atmospheric black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Abkehr

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