Testament – Souls of Black (1990)

Per chi ha fretta:
Souls of Black (1990), quarto album dei Testament, è un lavoro discreto, ma nulla più. Colpa in primis dello stile: dopo gli esperimenti del precedente Practice What You Preach (1989), i californiani affrontano qui un genere più lineare e che guarda alle origini, ma ciò rende il risultato un po’ trito. Soprattutto però manca la magia che ha fatto grandi i primi due album: colpa un po’ della fretta di partecipare al Clash of the Titans Tour, un po’ del calo di ispirazione che il genere viveva all’epoca. Certo, non tutto è da buttare: tracce come la potente opener Face in the Sky, la leggendaria title-track, la scatenata Love to Hate e la lancinante ballad The Legacy si difendono in una scaletta un po’ ondivaga ma non scadente. In generale, Souls of Black è piacevole ma non all’altezza degli album migliori della carriera dei Testament: può andare bene se si cercano quaranta minuti di thrash senza pretese, ma non a chi invece vorrebbe un capolavoro a tutti i costi!

La recensione completa:

Per quale motivo, all’inizio degli anni novanta, il metal classico nelle sue varie espressioni vide la fine della sua epoca d’oro? Per molti, la risposta è facile: colpa dell’esplosione del breve ma travolgente ciclone grunge. Ma è davvero tutto qui? Se è vero che i venti nuovi che spiravano da Seattle hanno contribuito molto, a mio avviso però la causa profonda va ricercata proprio all’interno dello stesso metal tradizionale. Dopo anni di splendore, proprio in quegli anni tutte le correnti cominciarono ad accartocciarsi su se stesse, a ripetersi, per esempio con la nascita di tante band minori poco valide, che si limitavano a copiare i grandi nomi. Ma anche molti di questi ultimi vissero in quel periodo dei problemi oppure un calo dell’ispirazione: da questo punto di vista, il caso del thrash è esemplare. Persa la rabbia giovanile che avevano dato origine al genere, in quel periodo molti deviarono verso suoni più ricercati (con risultati a volte anche eccezionali, ma più spesso poco riusciti). Dall’altro lato però ci fu anche chi cercò, di recuperare la spontaneità originaria, ma anche qui la fortuna fu alterna: è per esempio il caso dei Testament.

All’alba dei “nineties”, la band californiana era reduce da Practice What You Preach, terzo album che rappresentava una piccola novità: rispetto ai precedenti era più variegato e ragionato. Fu – ed è tutt’ora – un esperimento un po’ controverso, amato da alcuni e disprezzato da altri: a mio avviso però ha un suo perché, e pur non essendo al livello dei primi due album si difende alla grande. Di sicuro, lo fa molto meglio del successore Souls of Black, con cui la band si ripresentò poco più di un anno dopo: parliamo di un passo indietro in tutti i sensi. Abbandonata l’anima eclettica, i Testament riproposero un thrash più canonico, e anche per questo molto meno ispirato: in esso sono presenti tutti i cliché del genere che già all’epoca stavano diventando triti. In parte, questo è forse dovuto alla fretta con cui i Testament lo hanno registrato, prima di partire alla volta del Clash of the Titans europeo per spalleggiare Megadeth e Slayer. Lo si sente bene anche nella registrazione, un po’ approssimativa specie se confrontata con la media dell’epoca. Ma parte della colpa ricade anche sulla stessa band americana: al di là di tutto, si sente che la magia di The Legacy e The New Order non c’è più. Sì, è vero che Souls of Black non è brutto: con alcuni pezzi che intrattengono e anche un paio di perle, risulta discreto e piacevole. Ma in generale risulta poco ispirato e di maniera, e scompare se paragonato alla maggior parte dei dischi nella carriera dei Testament.

Le danze prendono vita da Beginning of the End intro molto breve (poco più di trenta secondi la sua durata) con una chitarra classica di gusto quasi flamenco che disegna un breve assolo, prima che l’aura si incupisca. È il preludio all’esplosione di Face in the Sky, che ne riprende l’anima e per qualche istante è dissonante e cupa. Siamo però ancora nell’introduzione: il pezzo vero e proprio accelera e diventa più diretto e potente. Anche la struttura è quella classica: strofe senza grandi fronzoli – se non qualche lead che li punteggia qua e là – si alternano con bridge più preoccupati e ritornelli semplici, catturanti, con il giusto impatto. È un’impostazione un po’ scolastica, ma che in questo caso funziona: le melodie, per quanto tradizionali, colpiscono molto bene, e l’energia è quella giusta. Il momento migliore è però quello centrale, tortuoso e pieno di influenze: in esso si alternano momenti più cadenzati e altri più lineari, in un affresco in cui si risentono i Testament più ispirati. È la ciliegina sulla torta di un pezzo forse banale ma coinvolgente, appena alle spalle dei picchi di Souls of Black! La successiva Falling Fast comincia subito energica e maschia, per poi svilupparsi come un pezzo vorticoso, da puro thrash classico. Presto però gli americani virano su qualcosa di più particolare, con la voce di Chuck Billy effettata e più melodica del solito, sopra a una base preoccupata. L’effetto che si sprigiona è particolare ma molto godibile: purtroppo, lo stesso non si può dire dei ritornelli. Troppo tradizionali, col botta e risposta tra lo stesso frontman e una voce rabbiosa – ricordano chiaramente gli Anthrax, ma senza lo stesso impatto – smorzano un po’ l’effetto del resto. In più, la struttura è troppo ripetitiva, presto annoia, e nemmeno i rari stacchi servono a mitigarla: solo l’assolo centrale funziona, mentre i rallentamenti cadenzati qua e là tolgono solo dinamismo al complesso. Abbiamo insomma un pezzo con un buonissimo potenziale ma un po’ castrato, che alla fine risulta piacevole ma nulla più. Per fortuna, ora è il turno di Souls of Black, canzone leggendaria sin dal tempestoso intro iniziale del basso di Greg Christian. È da qui che comincia a fluire un mid tempo arcigno e potente, reso quasi marziale dal drumming di Louie Clemente: sono coordinate che si mantengono più o meno per tutto il pezzo. Si possono trovare sia nelle strofe, magmatiche e potenti, con lo splendido lavoro di Eric Peterson e Alex Skolnick  a livello ritmico, sia nei ritornelli, ancor più cadenzati e anthemici, che pur nella loro semplicità colpiscono in maniera stupenda. Un assolo preoccupato e pieno di pathos corona un pezzo elementare e molto breve, ma splendido in ogni suo passaggio: non è difficile capire perché sia ancora oggi un classico che i Testament ripropongono sempre in concerto!

Con Absence of Light, la mancanza di ispirazione di Souls of Black torna alla luce. In realtà la norma di base non è niente male: graffiante e ritmata, con dei buoni stacchi vorticosi che la rendono più varia, incide al punto giusto. Anche i passaggi più strani e dissonanti che compaiono qua e là non sono un problema, anzi arricchiscono il pezzo: purtroppo però, di nuovo gli americani falliscono i ritornelli. Più lenti, fanno perdere al tutto di dinamismo, ma non compensano in nessun senso: essendo poco musicali, risultano piuttosto anonimi. Buona invece la lunga parte degli assoli, in questo caso con una bella punta di malinconia: come sempre, sono una garanzia. Insomma, è un vero peccato: visto che a parte i chorus tutto il resto è ottimo, poteva essere un pezzo di alto livello, invece che uno discreto e un po’ ambivalente. È quindi il turno di Love to Hate: comincia subito veloce e frenetica, ma nel suo sviluppo lo diventa anche di più. Le lunghe strofe seguono uno schema di accelerazioni veloci e convulse, alternate con brevi momenti più distesi che però aiutano a farle respirare bene. Tutto questo ci conduce a ritornelli rallentati ma graffianti: nonostante la perdita di velocità, mostrano una bella potenza e una grande grinta, che li rende anche catchy. Molto buona anche la parte centrale, l’unica che varia un po’ la formula e si fa tortuosa: tra momenti ritmici che riprendono l’inizio, assoli al fulmicotone e momenti preoccupati, crepuscolari, si viene a creare un bell’affresco. È  il passaggio migliore di un pezzo non eccelso, che sparisce se confrontato con le migliori tracce della carriera dei Testament: ha però il merito di essere molto godibile, e alla fine non è nemmeno troppo distante dai picchi di Souls of Black! La seguente Malpractice si apre con un intro strano, sconnesso, quasi da thrash tecnico, ma poi la musica diviene molto più lineare. La norma di base è semplice, movimentata e divertente, con un vago retrogusto da quello che nei decenni successivi sarà nominato “thrash ‘n’ roll”. Qua e là si aprono però più stacchi del solito: spesso sono nervosi e più lenti, oltre che tortuosi e obliqui – e così facendo, spezzano un po’ la linea del resto. Fanno eccezione i ritornelli: più diretti e classici, non esplodono moltissimo, ma col loro coro rabbioso riescono almeno a rimanere in mente. Il passaggio migliore è però di nuovo l’assolo centrale: cupo ma al tempo stesso lacrimevole, colpisce dritto al cuore, prima che il pezzo si faccia anche più duro che in precedenza. È un buon arricchimento per un altro pezzo non eccezionale ma piacevole e più che discreto.

L’inizio di One Man’s Fate, col dilatato basso di Christian ed echi di chitarra fa pensare quasi a qualcosa di atmosferico, ma in breve si torna nei canoni del thrash più puro – purtroppo. Ancora una volta, la base non è male: per quanto suoni già sentita, specie in relazione agli album precedenti dei californiani, ha una buona tensione, specie nei momenti in cui Clemente pesta di più. Anche i bridge colpiscono a dovere con la loro aura più preoccupata, ma poi i Testament piazzano ritornelli più lenti e strani, dispari, , che sembrano quasi confusi. Lo stesso impianto si ripresenta anche nella parte centrale, che però al posto della voce di Billy presenta il solito assolo, che rende il tutto molto più piacevole. In generale, in questo caso, sembra quasi che la band abbia voluto sperimentare qualcosa che sorprenda l’ascoltatore, ma il tentativo non è granché riuscito. Abbiamo un pezzo abbastanza anonimo, piacevole ma che passa liscio e non lascia quasi traccia dietro di sé. Per fortuna, con The Legacy si cambia decisamente registro, e non solo a livello musicale. Fin dal principio, è una docile ballata dominata dalle chitarre pulite ed echeggiate di Skolnick e Peterson, malinconiche e avvolgenti. All’inizio questa tristezza è forte, estroversa, ma poi diviene più mogia all’arrivo delle strofe, più lente e che vedono l’ingresso in scena di un inedito Chuck Billy, molto espressivo, o di brevi lead, anch’essi di gran tensione emotiva. Il tutto continua lo stesso a essere molto morbido: solo a metà traccia, col primo refrain la tensione sale, e le chitarre tornano a distorcersi. Ma il pathos resta lo stesso, anzi si fa ancora più lancinante e colpisce dritto al cuore, specie grazie al frontman, qui davvero lacerante, e al bel lavoro melodico che i chitarristi gli costruiscono intorno. Quest’ultimo brilla anche nella parte solistica sulla tre quarti, breve ma significativa: è un altro punto fermo di una canzone grandiosa. Poco importa se di thrash ha poco: insieme alla title-track è senza dubbio il picco assoluto di Souls of Black. Quest’ultimo nel finale torna quindi a correre con Seven Days of May, pesante sin dal vorticoso avvio, prima di stabilizzarsi su una norma diretta e d’impatto, per quanto non troppo veloce. È una bella base, quasi allegra se non fosse per la sua bella energia e per Billy che le conferisce aggressività. Queste caratteristiche si mantengono poi anche nei bridge: più distesi e musicali, colpiscono bene e introducono al meglio chorus più lenti ma anche più cupi e rabbiosi, coi loro cori e l’aura oscura che si viene a generare. Buona anche la frazione centrale, tortuosa e con persino un vago accenno progressive a tratti. Corona bene un pezzo di nuovo non eccezionale, ma discreto e piacevole: è insomma un buon rappresentante di pregi e difetti dell’album che chiude!

Per concludere, Souls of Black è un album che sintetizza lo spirito del tempo in cui è uscito: ritrae bene la citata stanchezza che il thrash cominciava a sentire all’inizio degli anni novanta. Per quanto riguarda invece il valore musicale intrinseco, è un album piacevole e discreto, molto adatto specie se l’intenzione è divertirsi con quaranta minuti di musica senza troppe pretese. Se ti piace il thrash insomma ti è consigliato, a meno che tu non cerchi il capolavoro: in quel caso, è meglio cercare altrove. A cominciare per esempio proprio dal resto della carriera dei Testament: poco ma sicuro, i californiani hanno fatto di meglio sia prima di quest’album, sia dopo!

Voto: 73/100

 
Mattia

Tracklist:

  1. Beginning of the End – 00:35
  2. Face in the Sky – 03:53
  3. Falling Fast – 04:05
  4. Souls of Black – 03:22
  5. Absence of Light – 03:54
  6. Love to Hate – 03:40
  7. Malpractice – 04:43
  8. One Man’s Fate – 04:49
  9. The Legacy – 05:30
  10. Seven Days of May – 04:40
Durata totale: 39:11
 
Lineup:

  • Chuck Billy – voce
  • Eric Peterson – chitarra
  • Alex Skolnick – chitarra
  • Greg Christian – basso
  • Louie Clemente – batteria
Genere: thrash metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Testament

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