Monolith Cult – Gospel of Despair (2017)

Per chi ha fretta:
Seppur sia quasi perfetto a livello formale, a Gospel of Despair (2017), secondo album dei britannici Monolith Cult, manca un po’ di sostanza. Da un lato, dettagli come la copertina, la cura tecnica o la registrazione sono stati studiati a dovere e risultano molto validi. Dall’altro però l’epic doom metal del gruppo è pieno di cliché e incide poco: colpa anche del songwriting, spigoloso e con cambi di direzione fuori luogo. In più, la scaletta soffre dei problemi tipici del metal attuale, omogeneità e mancanza di hit: solo la lenta semi-title-track The Gospel of Despair e la vorticosa Complicit in Your Own Abuse riescono a spiccare. In generale, Gospel of Despair è un album piacevole ma che passa senza lasciare il segno: non è scadente, ma i Monolith Cult possono fare di meglio.

La recensione completa:
Cos’è più importante per il metal: la forma oppure la sostanza? Può sembrare una domanda banale, ma in realtà non lo è affatto: ci sarebbe molto, moltissimo da scrivere sull’argomento. Ma per farla breve e non allungare troppo questa recensione, dirò solo che secondo me la seconda batte la prima, seppur di poco. Un album che ne ha molta ma è carente nella forma può essere lo stesso ottimo (ce ne sono tanti, per esempio nel black metal), mentre la perfezione formale ma senza sostanza spesso mi risulta un po’ noiosa e poco attraente. Purtroppo, appartiene a questa seconda categoria Gospel of Despair dei Monolith Cult. Secondo album di questa band nata a Bradford, nello West Yorshire nel 2012, e con all’attivo già l’esordio Run from the Light l’anno successivo, è un lavoro ben studiato per quanto riguarda i dettagli. Lo si può già vedere dalla copertina: ricca di particolari tutti da trovare, è una delle più belle che mi siano capitate davanti negli ultimi anni. Vale lo stesso anche dal punto di vista tecnico e della registrazione: Gospel of Despair ha un bel suono, avvolgente e di gran potenza, su cui di sicuro i Monolith Cult hanno lavorato a dovere. Insomma, parliamo di un lavoro quasi perfetto dal punto formale: purtroppo però la sostanza è tutt’altro che eccellente. Lo è a partire dallo stile: è un epic doom metal che ricorda soprattutto i Solstice – non stupisce, visto che nelle file dei Monolith Cult sono presenti Ian Buxton, attuale bassista della storica band, e Lee Baines, per un piccolo periodo loro chitarrista. È un genere così poco sfruttato che è meno difficile, rispetto ad altri, trattarlo in maniera personale: purtroppo però i britannici non ci riescono. Lungo tutto Gospel of Despair si inseguono spesso tanti dei cliché del genere: il risultato è che tutto suona poco significativo, con melodie e atmosfere che restano poco in mente. Colpa, del resto, anche del songwriting dei Monolith Cult, che creano pezzi un po’ spigolosi, in alcuni casi con cambi repentini che però non suonano molto bene: sembrano anzi fuori luogo, in un genere lineare come l’epic doom. Unendo a questo anche i difetti tipici del metal di oggi – mancanza di hit, una certa omogeneità – Gospel of Despair alla fine si rivela solo decente e piacevole. Non è del tutto da buttare, anzi qualche canzone di livello c’è, ma nel complesso risulta nella media e tutt’altro che memorabile.

Senza alcun preludio, Disconnection Syndrome parte col riff possente e moderno di Baines e Wayne Hustler: all’inizio è espanso e quasi ricorda il post-metal, ma poi la band lo riprende in maniera più diretta. La norma di base è energica e preoccupata, grazie anche a Bryan Outlaw, che con la sua voce possente e un filo sguaiata le dà una marcia in più. Pian piano, il tutto si evolve: a tratti si fa anche più rumoroso, con persino qualche vaga influenza estrema, ma nel suo scorrere la tendenza è quella alla melodia, fino a raggiungere bridge più tranquilli e tristi. Sono la perfetta introduzione a ritornelli che di colpo staccano: il ritmo rallenta e il riff si muta in dei lead di malinconia lancinante, che colpiscono bene. Seppur siano molto diversi dalla natura marziale del resto, in questo caso si integrano a meraviglia in un pezzo che riesce a impattare sempre a dovere: merito del pathos che respira quasi ovunque, che dà al tutto una marcia in più. Valida si rivela anche la sezione di tre quarti: calma e mogia, conserva però un pelo di aggressività grazie ancora al cantante. È un bel complemento per una traccia non trascendentale, anche per colpa di qualche cliché di troppo, ma di buona qualità. Va meglio invece con The Gospel of Despair,che sin dall’inizio si mostra lenta ed evocativa, con un riffage espanso e puramente epic doom, davvero profondo e cupo. È la base che regge anche i potenti refrain: come da norma del genere, risultano epici ma anche tristi, lancinanti, di grandissimo impatto. Diverse invece sono le strofe: più veloci, ossessive e oscillanti, hanno uno spirito incalzante sia nei momenti più rallentati e riflessivi, sia in quelli più diretti e rapidi. Quest’ultima anima prende quando poi, passata da poco metà canzone, i Monolith Cult accelerano. Cominciano ad alternarsi allora frazioni martellanti, di gran potenza, con in evidenza le chitarre e il basso di Buxton, e altre invece melodiche e infelici, in cui Outlaw ben accompagna le melodie che dominano. È un bel finale, roccioso e di gran potenza, per una traccia che lo è altrettanto: forse non sarà da annali ma si rivela ottima, uno dei picchi assoluti dell’album a cui (più o meno) dà il nome!

Kings of All That’s Lost prende il vita con un altro riff da classico doom al cento percento – forse anche troppo: ogni tanto il senso di già sentito diventa troppo forte, e fa storcere il naso. A parte questo, però, è una discreta norma di base, specie per quanto riguarda le strofe, solenni e cupe, che avvolgono abbastanza bene. Meno bene vanno invece i bridge: sembrano davvero troppo lunghi e prolissi, con un senso d’attesa troppo spinto e che dura a lungo. Ma forse se non funzionano è colpa dei ritornelli: potenti ma poco musicali, non riescono a soddisfare le aspettative, sembrano quasi indecisi se accelerare o rimanere contenuti, e il risultato è che ammosciano un po’ il complesso. In generale, anche i passaggi più piacevoli non si uniscono bene agli altri: il pezzo è strutturato male, e tende a ripetersi per oltre cinque dei suoi oltre sette minuti e mezzo, risultando alla fine prolisso. Molto meglio va invece nel finale, che accelera e si trasforma presto in un crescendo travolgente, roccioso e di gran fascino, grazie alle bellissime melodie di Baines e Hustler e a staffilate ritmiche ben riuscite. È una parte splendida, ma troppo breve per tirare su un pezzo che alla fine risulta solo sufficiente, piacevole a tratti ma nel complesso non riuscitissimo. È quindi il turno di Chotia In Memorium, breve interludio con soltanto i nostalgici lead dei due chitarristi, che si incrociano nel vuoto per una cinquantina di secondi. Non servirà a molto, ma è un buon intro per Sympathy for the Living, che a ruota esplode con una grande energia, ma senza rinunciare al lato emotivo e alla melodia. È l’inizio di strofe che poi però, col tempo, si fanno più cupe, vorticosi e potenti, prima di arrivare a bridge rumorosi, che uniscono le due anime in qualcosa di nervoso, preoccupato. Fin’ora è stata una bella progressione, ma poi i Monolith Cult decidono di cambiare strada in maniera radicale, con refrain molto rallentati e melodici, che evocano un gran pathos grazie alle melodie dei chitarristi e di Outlaw. Presi a sé stante, sono validi come il resto, ma purtroppo non si sposano bene col dinamismo e la tensione del resto, sono troppo diversi: non riescono a rendere giustizia al tutto, né a liberare la tensione sprigionata altrove. Non aiuta poi la presenza anche di una terza frazione, lentissima e catacombale al centro: anch’essa non è male, ma c’entra poco con le altre due, e solo quando si trasforma in un pezzo doom veloce e macinante riesce a integrarsi. Nel complesso, abbiamo un episodio un po’ confuso, senza un’anima ben precisa, che rappresenta bene i difetti di Gospel of Despair, di cui tra l’altro rappresenta anche il picco negativo: un vero peccato, visto che gli spunti sono quasi tutti di buona qualità.

Per fortuna, a questo punto l’album si ritira su con Complicit in Your Own Abuse, che parte da un intro ancora lento e catacombale, molto da doom tradizionale. Sembra quasi che debba iniziare un altro pezzo lento e ridondante, ma stavolta è solo un intro: dopo poco, la traccia svolta di colpo e diventa più dinamico. Cominciano da qui ad alternarsi momenti più rallentati ma blasfemi, con ottime trame di chitarra spezzettate ma di gran impatto sia musicale che atmosferico, e momenti più vorticosi e di gran cupezza. Appartengono a quest’ultima norma i ritornelli: più potenti e arcigni, hanno al tempo stesso uno spirito catturante e un vago velo melodico che li potenzia ancora di più. Ottima anche la struttura, stavolta più complessa e con più stacchi: tra questi brillano la frazione centrale, ancora graffiante e incalzante per lunghi tratti, seppur al centro si apra e riprenda l’inizio. Ma la musica rimane incisiva: grazie alla cupezza che si crea, anche questo passaggio si inserisce bene nel tessuto del pezzo, nonostante la differenza col resto. Il risultato è insomma una traccia di ottima fattura, la migliore in assoluto della scaletta con The Gospel of Despair! Come la precedente, la conclusiva Death Means Nothing dà l’idea all’inizio di essere un pezzo lento, persino di vaghe suggestioni funeral, ma poi accelera. La norma di base si regge sul tempo medio-basso impostato dal drummer ospite Dan Mullins (ex Bal-Sagoth e My Dying Bride), pestato e incalzante nonostante la lentezza, su cui si staglia il riffage di Baines e Hustler, ancora di gran pesantezza. Purtroppo però subito dopo i Monolith Cult presentano ritornelli ancora poco funzionali: tornano a una lentezza esasperata, rompono il dinamismo che si era creato e stavolta non riescono a evocare nulla, suonano quasi stonati. Queste tre frazioni si allineano spesso lungo il pezzo, con giusto qualche variazione rappresentata da qualche tratto più veloce che ricorda molto i Candlemass. A parte i refrain, nessuno di essi è spiacevole, anzi spesso sono avvolgenti, seppur ogni tanto gli spigoli si facciano sentire, e limitino la resa generale. Nemmeno le variazioni, come le frazioni  più melodiche che compaiono qua e là per dare un tocco di varietà in più sono eccezionali: risultano piacevoli, ma un po’ nella media, e non riescono a fare la differenza. Anche in generale, abbiamo un pezzo un po’ “grigio”, che non dà troppo fastidio se non in pochi momenti, ma scorre senza lasciare grande traccia di sé: alla fine risulta sufficiente, e nulla più.

Per concludere, come già detto Gospel of Despair è un album nella media: è piacevole, di certo non scadente, e il fatto che sia perfetto dal punto di vista formale gli fa guadagnare altri punti. Se ti piace il doom e in particolare la sua incarnazione epic, sarà un album che potrà piacerti, specie come sottofondo o come ascolto estemporaneo. Per quanto riguarda i Monolith Cult, però, se vogliono andare lontano dovranno fare molto meglio di così, e lavorare per sviluppare una maggior personalità. Per ora sono decenti, ma di sicuro si può fare di più.

Voto: 66/100

Mattia

Tracklist:

  1. Disconnection Syndrome – 06:02
  2. The Gospel of Despair – 06:17
  3. Kings of All That’s Lost – 07:17
  4. Chotia in Memorium – 00:46
  5. Sympathy for the Living – 05:34
  6. Complicit in Your Own Abuse – 07:54
  7. Death Means Nothing – 08:17
Durata totale: 42:07
 
Lineup:

  • Bryan Outlaw – voce 
  • Lee Baines – chitarra
  • Wayne Hustler – chitarra 
  • Izak Buxton – basso
  • Dan Mullins – batteria (guest)
Genere: doom metal
Sottogenere: epic doom metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Monolith Cult

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