Falls of Rauros – The Light that Dwells in Rotten Woods (2011)

Per chi ha fretta:
The Light that Dwells in Rotten Woods (2011), secondo album degli americani Falls of Rauros, non è il loro album più riuscito ma si difende alla grande. Per quanto non sia originalissimo, il black metal melodico e atmosferico del gruppo, condito con bei influssi folk, funziona bene: merito di atmosfere sempre avvolgenti e di un comparto melodico studiato alla grande. Peccato solo per qualche difetto: l’inconsistenza di avere solo tre canzoni vere e proprie e una lieve tendenza a perdersi non sono limiti così grandi, ma impediscono al disco di raggiungere il capolavoro. Poco male, comunque: abbiamo lo stesso un album sempre godibile e ben fatto, specie per quanto riguarda Awaiting the Fire or Flood That Awakes It, il picco massimo del disco. Ed è così che pur non essendo un capolavoro né l’album migliore dei Falls of Rauros, The Light that Dwells in Rotten Woods è ottimo, e può fare la felicità dei fan del nuovo black metal americano.

La recensione completa:
Tra i fenomeni recenti sorti all’interno del genere metal, il black all’americana è uno dei più interessanti. Non stupisce perciò che, dopo alcuni anni passati nell’underground, il fenomeno si sia espanso ben oltre i confini della Cascadia (la regione storica degli Stati Uniti da cui provengono le band che hanno creato la scena) e veda nomi attivi in ogni parte del Nord America e in Europa. Per esempio, provengono dalla costa opposta degli Stati Uniti (precisamente da Portland, Maine) i Falls of Rauros. Misteriosa band (si conoscono i nomi dei membri, ma non il loro ruolo), dalla nascita nel 2005 a oggi hanno pubblicato quattro album, con cui sono diventati una valida seconda linea nella del scena black americano. E ascoltando per esempio il secondo The Light that Dwells in Rotten Woods, uscito nel 2011, non si fa molta fatica a capire perché. Quello dei Falls of Rauros di base è il classico black metal atmosferico con inserti folk suonato da altri nella loro corrente, più spostato verso il primo; ma i secondi, in sottofondo, spesso lo arricchiscono di una sfumatura. È un suono più minimale della media e di sicuro lontano dal classico folk/black nordeuropeo: ricorda invece gruppi come Agalloch e Woods of Ypres, ma in parte guarda anche ai primi Ulver. Seppur non sia il massimo dell’originalità, i Falls of Rauros lo maneggiano alla grande: The Light… può contare in primis su grandi atmosfere, sempre molto calde, accoglienti, a tratti persino intimiste. Merito anche del comparto melodico, molto più spinto rispetto a tanti altri gruppi, e che rende li suono degli americani più “orecchiabile” – se così si può dire di un genere come il black. Messi tutti insieme, sono dettagli ben riusciti, che rendono The Light… ottimo anche a dispetto di alcuni difetti, su tutti una certa inconsistenza. Se è vero che dura quasi tre quarti d’ora, i brani effettivi in scaletta sono solo tre: anche solo uno in più sarebbe stato molto meglio. E poi ogni tanto i Falls of Rauros sembrano perdersi: seppur sia piacevole per tutta la sua durata, a The Light… mancano passaggi davvero clamorosi e quel quid in più che distingue un disco ottimo da uno eccelso. Poco male, comunque: anche così rimane un gran album, non tra i più belli del “cascadian black metal” ma tutt’altro che irrilevante, come leggerai nel corso della recensione.

Coi suoi quasi quattro minuti, l’iniziale Earth’s Old Timid è così lunga da essere a metà tra un intro e un brano vero e proprio, seppur i suoi toni puramente folk rock spostino il giudizio leggermente verso il primo. Già dall’inizio a dominare è la chitarra acustica, a cui si uniscono poi una batteria anche un po’ pestata – ma che non stona, né turba la calma generale – e altri lievi echi. Pian piano entrano in scena anche venature di chitarra distorta, che danno al tutto un tocco post-rock, oltre a una malinconia ancora più spinta. È il dettaglio migliore di un brano che per il resto è un po’ ridonante, ma tutto sommato non dà fastidio: è anzi un preludio piacevole, prima che Banished stacchi e porti il tutto in ambito black. Ma l’ascoltatore si ritrova ancora in un panorama per nulla aggressivo: è vero che elementi come anche lo scream dell’anonimo cantante sono aggressivi, ma il ritmo è lento e l’incedere lezioso e molto melodico. Merito anche del riffage, graffiante ma al tempo stesso disteso e supportato da una chitarra folk, appena udibile ma di grande aiuto per l’atmosfera generale. C’è spazio poi per lunghe frazioni che, qua e là, accentuano ancora il lato melodico dei Falls of Rauros, grazie a un bel florilegio di lead nostalgici, di gran effetto emotivo. Le due parti si alternano diverse volte e si uniscono anche a tratti per momenti di puro pathos, oltre a scambiarsi con momenti più vuoti, di vago influsso doom. A parte questo però, la struttura si mantiene simile, con giusto piccole variazioni, fino a metà, quando dopo quasi sei minuti la musica si spegne. Ma non è che l’inizio di un crescendo che parte dal lieve basso e poi comincia a crescere con malinconiche venature folk, che si accoppiano poi a un riffage black ma lontano, in sottofondo. È il preludio a un’esplosione che si fa attendere un po’, ma poi arriva con gran potenza: abbiamo allora una ripartenza energica e travolgente, in cui le melodie rimangono solo in parte – ma non spariscono mai del tutto. Si tratta di uno sfogo che va avanti per poco prima di tornare a contaminarsi con l’anima più calma degli americani, che si esplica in un bel lead, lontano e quasi inudibile ma che dà al tutto una malinconia unica. È così che la traccia arriva fino alla fine, prima di confluire in un breve outro, che rallenta molto e riprende le sonorità dell’intro, seppur in maniera più energica ed elettrica. È il gran finale di un buonissimo pezzo, pur rivelandosi col senno di poi il meno bello tra i tre di The Light….

Anche Awaiting the Fire or Flood That Awakes It comincia placida, con un intro ondeggiante e tranquillo di chitarre acustiche che si incrociano per un effetto ancora triste, melanconico. Pian piano questa parte cresce, con l’entrata di effetti, percussioni e influssi post-rock: va avanti per circa due minuti ma senza annoiare, anzi con un mood di attesa notevole, finché i Falls of Rauros non svoltano di colpo. Ci ritroviamo allora in una norma black metal più potente ma ancora intensa, quasi poetica, grazie al lead a metà tra folk e post-rock che si intreccia alle ritmiche e agli echi di chitarra acustica. Tuttavia, siamo ancora nel preludio: la traccia vera e propria entra nel vivo dopo un altro minuto, quando d’improvviso la musica vira su qualcosa di più aggressivo, con un riffage black retto per la prima volta da un blast beat. Ma l’anima più calma degli statunitensi non è sparito: per quanto dissonante, questa fuga non è fredda, anzi esprime calore. Merito dei tanti arrangiamenti che entrano tra le righe e rendono il tutto più melodico, ma anche della struttura, che a tratti porta il brano ad addolcirsi, ed è sempre in movimento. Pian piano inoltre la progressione tende a tornare verso la melodia e la calma, con l’atmosfera che diventa man mano sempre più aperta, a tratti persino serena, fino a sboccare nella frazione centrale, pacifica e dominata dai bei ghirigori delle chitarre. Toccato quest’apice, la band torna pian piano verso qualcosa di più ombroso, ma senza pestare troppo: presto anzi il pezzo si spegne del tutto. Anche stavolta sembra la fine, ma non lo è, e dopo un po’ la placida e delicata progressione folk rock in scena torna a crescere, seppur solo con sussurri ed echi lontani. Ma la svolta è vicina: all’improvviso, deflagra una traccia lenta ma di gran potenza, oscura e disperata, quasi lancinante pur nella sua semplicità. All’inizio c’è soltanto un riffage black, oscillante e lineare, sotto alle urla laceranti del cantante; solo in seguito giungono in scena i soliti lead melodici. È una frazione breve ma catturante e splendida: non è solo uno dei passaggi migliori di quella che risulta il picco assoluto di The Light…, ma anche dell’intero album!

Nonesuch River Chant è un altro interludio, stavolta molto breve (poco più di un minuto e mezzo) in cui i Falls of Rauros mostrano la loro anima folk e acustica, con solo due chitarre e un lieve coro in sottofondo. Non serve a molto, se non a introdurre Silence, che ne riprende l’anima, seppur con una maggior densità nelle chitarre acustiche e l’ingresso prima di percussioni, e poi della sezione ritmica. Da questo momento, il tutto comincia a crescere sempre di più in intensità e a farsi più elettrico, finché un potente riff irrompe nella scena. È l’inizio di un pezzo che riprende più o meno le melodie precedenti, ma in maniera metallica e potente, il che dà al tutto una marcia in più in fatto di pathos e profondità emotiva. Questa norma tende inoltre ad attraversare dei bei cambi d’umore: a tratti il pezzo si appesantisce, fino ad arrivare a momenti che non perdono del tutto né la melodia né la nostalgia, ma scattano verso il blast beat e si fanno vorticosi. In altri momenti invece la struttura porta la band ad aprirsi e a tornare verso le coordinate iniziali, folk e tenui. Altrove ancora, le varie parti si uniscono insieme, in frazioni rutilanti ma al tempo stesso nostalgiche grazie agli onnipresenti lead di chitarra, oppure in passaggi lancinanti grazie allo scream del cantante, come sempre estremo e doloroso. Ma forse il momento migliore da questo punto di vista è il finale, frenetico e potente ma anche melodico, solare, infelice eppure al tempo stesso trionfante, un momento di puro lirismo musicale che colpisce alla grande. Anche in questo caso, è il passaggio migliore di un’altra traccia di alto livello, appena sotto a Awaiting the Fire… per qualità! The Light… ormai è alla fine, e per l’occasione i Falls of Rauros scelgono The Cormorants Shiver on Their Rocks, outro dei più classici per questo genere di disco. La norma è governata quasi tutto da una mogia chitarra acustica, in questo caso accoppiata all’inizio con un carillon e un pianoforte. Sembra quasi che debba essere tutto così quando invece la densità sale, con un lead di chitarra distorta che pian piano cresce fino a prendersi la scena, per un momento centrale ancora ricercato e poetico. Merito anche degli arrangiamenti al di sotto, dai lievi cori sintetici alle percussioni che danno al tutto un ritmo dritto ma solenne. È insomma un bel momento per un outro forse un pelino lungo – e che dopo di questo si spegne e va avanti ancora qualche minuto più mogio con di nuovo solo le chitarre a incrociarsi – ma piacevole. Come finale, non c’è male!

Per concludere, anche a dispetto dei difetti The Light that Dwells in Rotten Woods è un album di qualità superiore. Se il nuovo black metal americano fa per te, il consiglio è quello di recuperarlo: come già detto, non sarà tra i capolavori del genere, né probabilmente è il migliore dei Falls of Rauros, ma sono sicuro che tu ti possa accontentare. Quel che è certo, è che al suo interno troverai pane per i tuoi denti!

Voto: 85/100

Mattia

Tracklist:

  1. Earth’s Old Timid Grace – 03:53
  2. Banished – 10:47
  3. Awaiting the Fire or Floo that Awakes It – 13:27
  4. Nonesuch River Chant – 01:36
  5. Silence – 09:40
  6. The Cormorantes Shiver on Their Rocks – 04:37

Durata totale: 44:00

Lineup:

  • Aaron – sconosciuto
  • Evan – sconosciuto
  • Jordan – sconosciuto
  • Ray – sconosciuto
  • A. Lunn – batteria (guest)

Genere: folk/black metal
Sottogenere: atmospheric/melodic black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Falls of Rauros

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