MET – Americano (2017)

Per chi ha fretta:
I milanesi MET (acronimo che sta per “Modern Electric Trio”) sono un gruppo dalle sonorità molto classiche: questo è sia il pregio che il difetto del loro primo album Americano (2017). Da un lato, il loro hard rock classico di stampo statunitense (richiamato anche dalla copertina) con forti contaminazioni southern e blues sa come intrattenere a dovere un ascoltatore. Dall’altro lato però alla loro musica manca un po’ di personalità e di quegli spunti di qualità che fanno la differenza tra un album decente e uno ottimo. In più, il disco pecca di una scaletta un po’ ondivaga: se la prima parte è buona e presenta belle zampate come la piacevole title-track, la ballad blues Need to Live e l’energica Sting With My Venom, la seconda si affossa un pochino. E così, sommando pregi e difetti, Americano è un album mezzo gradino sopra alla media, capace di divertire senza problemi un fan dell’hard rock; sono però convinto che i MET debbano  fare di più.

La recensione completa:
Una copertina particolare: è questa il primissimo dettaglio che si nota approcciandosi ad Americano, primo album dei MET – acronimo che sta per “Modern Electric Trio”. Ma basta conoscerli un po’ meglio per capire che si tratta di una scelta azzeccata: il Colosseo piazzato con un fotomontaggio all’interno di Central Park descrive a meraviglia il suono e la filosofia del gruppo. Seppur siano nati a Milano, la musica dei MET si rifà all’hard rock classico americano, in parte a quello degli anni settanta – specialmente Aerosmith e Van Halen – e in parte al decennio successivo – certi dettagli ricordano i Cinderella più eclettici. A questo i milanesi aggiungono però una bella vena blues e southern rock, molto spinta, che porta la band ad avvicinarsi a ZZ Top e Molly Hatchet. Nonostante qualche influsso più moderno – che arricchisce lo spettro dei MET ma non ne snatura l’essenza – lo stile di Americano è più che classico: è il pregio del trio, ma purtroppo rappresenta anche uno dei loro difetti. Da un lato i lombardi sanno come divertire: la loro musica è orecchiabile, ti spinge a muoverti e a cantare i ritornelli. Dall’altro però nell’intero disco non c’è nulla che non si sia già sentito altrove. Questo non è un problema in sé, anzi: la musica di Americano non è nemmeno troppo trita e scontata, e come detto intrattiene bene. Però ai MET mancano quegli spunti di personalità e quei colpi di genio che possono fare la differenza, e portare un album a essere un capolavoro. In più, la scaletta è un po’ ondivaga, specie nella seconda metà, con qualche pezzo meno bello: anche questo contribuisce a limitare un album godibile e almeno mezzo gradino sopra alla media, ma non del tutto soddisfacente.

Sin dall’intro, la opener Americano mette bene le carte in tavola: abbiamo un avvio rockeggiante e classico, con influssi southern anche più spinti che in seguito. È la base di partenza da cui prende vita una struttura principale semplice, fatta di strofe di basso profilo, ancora di tono sudista e di bridge che crescono in tensione fino allo scoppio dei ritornelli. Questi ultimi rimangono energici, ma al tempo stesso diventano molto catchy, grazie anche al cantante Mitia Maccaferri che mescola inglese e italiano. Sono il momento più riuscito di una traccia però tutta ben fatta, sia nella falsariga di base sia nelle poche variazioni – come il tradizionale assolo al centro. Abbiamo insomma una bella apertura, nemmeno troppo lontana dal meglio del disco a cui dà il nome! La successiva Escape è meno selvaggia e più contenuta della title-track: già dall’inizio, si basa sullo shuffle del batterista Stefano Galli su cui si staglia un giro di chitarra semplice e bluesy, ma di buon effetto. Questa base viene meno solo nei refrain, più intensi e ritmati, con una cadenza spezzettata che dà loro quasi un tono “da musical”, oltre a renderli ancora molto orecchiabili. Completa il quadro un assolo in linea con quest’ultima parte, e che in generale risulta piacevole: lo stesso vale del resto anche per le altre parti della canzone. Pur senza spiccare molto né essere un pezzo topico, abbiamo una buona traccia, che intrattiene al punto giusto. È però un’altra storia con Need to Live prima ballata di Americano – ma ben lontana da quella calma e lacrimevole che è un cliché nell’hard rock. Al contrario, è un pezzo con un pelo di malinconia a tratti, ma anche un’aura serena e un tono southern molto spinto, con spunti che a tratti la avvicinano a Dead or Alive. Ma i MET non hanno certo copiato i Bon Jovi: parliamo di una canzone che varia un po’ di più. Se all’inizio c’è solo la chitarra pulita di Fabio Vitiello sotto alla voce, pian piano il pezzo cresce, con l’ingresso di un po’ più di distorsione e della sezione ritmica. Tutto rimane però abbastanza tranquillo e soft, mentre l’hard rock torna solo coi ritornelli. Ma anche in questo caso, l’atmosfera resta distesa, il che accoppiato con le belle melodie del gruppo rendono il tutto molto catturante e d’impatto. Completano il quadro due assoli puramente blues, al centro e poi nel finale. Sono la ciliegina sulla torta di un brano semplice ma che scorre velocissimo (sembra breve, invece è uno dei pezzi più lunghi qui dentro): il risultato è davvero ottimo, uno dei picchi assoluti del disco!

Con Sting With My Venom, il trio milanese torna a scatenarsi: un breve intro di chitarra, poi entra nel vivo un pezzo southern rock grasso e grezzo, ma anche con una sua sensualità. In parte, questa norma fa da base anche ai ritornelli: alternano l’anima più rutilante del pezzo, che colpisce con potenza, a momenti più preoccupati, con persino un certo pathos. Le strofe invece sono più espanse e tranquille, con giusto qualche incursione del riff distorto: per il resto ci sono  gli arpeggi, per un effetto nostalgico e avvolgente. Buona anche la frazione strumentale nel finale, rumorosa ma molto coinvolgente, tra belle staffilate ritmiche che riprendono i riff precedenti e buoni assoli. Chiude alla grande il cerchio di una canzone semplice ma di grandissimo impatto, la migliore di Americano al pari della precedente! La seguente You’d Better Play some Blues comincia in una maniera che ricorda molto i Deep Purple, sia nel riff che, soprattutto, nella chitarra al di sopra, distorta tanto da sembrare quasi un organo. In parte quest’essenza rimane anche nello sviluppo della canzone, che però diventa più scanzonata e “da strada”. È ciò che si può sentire sia nelle strofe, in cui la chitarra distorta già sentita all’inizio guida la band verso un crescendo che culmina in ritornelli ancora disimpegnati e allegri, oltre che rockeggianti. Fa eccezione a questa norma solo un breve stacco centrale, leggermente più preoccupato, ma poi il pezzo si distende ancora, e dopo il solito assolo è il turno del finale, in cui la norma del ritornello si espande. È un buon finale per un pezzo non trascendentale ma che svolge il suo compito: quello di intrattenere per i suoi tre minuti e poco più! È quindi il turno di New Day con cui i toni cambiano di nuovo: abbiamo un altro lento, stavolta molto più tradizionale – il che però è anche il suo limite maggiore. All’inizio la norma è molto distesa, tranquilla, espansa, con solo la chitarra e la voce di Maccaferri a echeggiare quasi nel vuoto. Pian piano però entrano in scena gli altri strumenti: all’inizio sono anch’essi molto espansi, ma pian piano le loro sonorità si fanno più nitide, finché non arrivano i ritornelli. Da qui il brano si potenzia molto: le melodie rimangono le stesse come anche il pathos, che anzi grazie all’accelerazione si accentua ancor di più – o almeno ci prova. Per quanto piacevoli, infatti, proprio i refrain perdono un po’ rispetto al resto: sono un po’ scolastici, telefonati, e il fatto che per quasi tutta la seconda parte i MET li ripetano di continuo non è di grande aiuto. Abbiamo insomma un pezzo carino ma nulla più, il meno bello in assoluto di tutto Americano.

Dopo un inizio strano, in formato “stop and go”, Damn Bite si avvia invece in una maniera più lineare e rock, con un riffage di base classico che ricorda da lontano gli AC/DC. Tuttavia, la band lo tiene un po’ a freno per le strofe, sottotraccia in maniera voluta e lievemente crepuscolari. Questa natura consente loro di lanciare al meglio bridge vorticanti e nervosi, che in parte riprendono l’inizio, per poi introdurre ritornelli che tornano all’ordine, ma in maniera più catchy e divertente. Non c’è praticamente altro nel pezzo, a parte un assolo dilatato al centro: per il resto abbiamo un pezzo semplice, forse addirittura troppo. È godibile, su questo non si discute, ma forse un po’ leggerino, e passa in fretta senza lasciare grandissime tracce di sé nell’ascoltatore. Un intro particolare, in cui Maccaferri canta il riff principale, poi No Surrender comincia subito la sua evoluzione di base. All’inizio i toni sono molto soffici, con la movimentata batteria di Galli su cui si staglia solo la voce del frontman, mentre la chitarra e il basso sono tranquilli e a tratti addirittura scompaiono. Pian piano però l’elettricità sale, fino a ritornelli semplici ma di ottima, da southern rock, avvolgenti grazie alla melodia vocale del cantante, che si stampa facilmente in mente. Al solito, come da norma dei MET c’è poco altro oltre a un assolo centrale, sempre classico e che svolge sempre il suo lavoro nella giusta maniera , e a un finale che unisce la norma con il preludio. Sono due buoni arricchimenti per una traccia che non farà gridare al miracolo, ma si difende bene: è di buona qualità, di gran lunga la migliore di questa seconda metà di Americano. Siamo ormai in chiusura: per l’occasione, i milanesi schierano We’re Only Dust, che parte da un intro a metà tra rock classico e qualche eco addirittura alternative, ma poi comincia a pendere decisamente sul primo fino all’esplosione. Abbiamo allora un’alternanza tra ritornelli semplici, hard rock tranquillo e lineare, e strofe invece che riprendono l’avvio, e lo corredano con toni crepuscolari, quasi oscuri. È ciò che consente a quest’ultima anima di essere interessante e di incidere: purtroppo, non si può dire lo stesso dei primi, un po’ scontati e privi di grinta. Senza dubbio non sono spiacevoli, ma ancora una volta alla band manca il giusto mordente e lo spunto per renderli significativi. Buono è invece l’ennesimo assolo ben riuscito di Vitiello: contribuisce a un episodio discreto, piacevole, ma non di più – che quindi è il perfetto manifesto dei difetti della seconda parte dell’album.

Per concludere, a causa dei difetti e della flessione nel finale (senza cui poteva essere almeno buono), Americano è un lavoro soltanto discreto. È molto godibile, e se ti piace l’hard rock classico di sicuro saprà intrattenerti: in questo caso, ti è consigliato. Sono convinto però che i MET debbano fare di più: la scena è così ampia e piena di band simili che in questo modo non è facile anche solo emergere e trovare il proprio spazio vitale. Per quanto mi riguarda, li aspetto al varco, sperando che la prossima volta mostrino non dico originalità – perché in fondo non è strettamente necessaria – ma almeno una personalità un po’ più spinta.

Voto: 71/100

 
Mattia
Tracklist:

  1. Americano – 04:38
  2. Escape- 04:10
  3. Need to Live – 05:10
  4. Sting with My Venom – 05:15
  5. You’d Better Play some Blues – 03:13
  6. New Day – 04:30
  7. Damn Bite – 04:38
  8. No Surrender – 04:15
  9. We’re Only Dust – 03:59
Durata totale: 39:52
Lineup:

  • Mitia Maccaferri – voce e basso
  • Fabio Vitiello – chitarra
  • Stefano Galli – batteria
Genere: hard rock
Sottogenere: southern rock
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei MET

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