Blind Guardian – Nightfall in Middle-Earth (1998)

Per chi ha fretta:
Nightfall in Middle-Earth (1998), sesto album dei Blind Guardian, non è solo un album importante per me (è stato quello che mi ha aperto la porta per il metal): è anche un lavoro eccezionale sotto ogni punto di vista. Lo è in primis nel concept ispirato al Silmarillion di John R.R. Tolkien, motivo di gran fascino anche perché i tedeschi riescono a supportarlo alla grande. Come il romanzo, anche la musica della band di Krefeld è cupa ed epica, più di quanto lo sia mai stata: merito della notevole ricchezza di dettagli, di melodie sempre catturanti, di strutture spigolose ma non difficili da ascoltare, in ultima analisi di un songwriting eccelso. È da qui che proviene album splendido, pieno di canzoni leggendarie tra cui Into the Storm, Nightfall, Mirror Mirror, Time Stands Still (at the Iron Hill) e A Dark Passage sono soltanto quelle più in vista. È vero anche che, dall’altra parte, qualche pezzo meno bello (The Eldar, When Sorrow Sang) è presente, e che ogni tanto gli interludi funzionali al concept spezzettino un po’ troppo l’album. Ma in fondo non è un granché come difetto: non sarà perfetto né il migliore dei Blind Guardian, ma Nightfall in Middle-Earth resta comunque un capolavoro assoluto e una pietra miliare del power metal, imprescindibile per ogni fan del genere!

La recensione completa:
Nell’esistenza di ogni persona, ogni tanto accadono fatti che ti cambiano totalmente la vita. Magari sono cose da poco, ma gli effetti a lungo termine saranno poi eccezionali: come un sassolino lanciato da una montagna che si trasforma a valle in una frana immensa. E capita spesso che poi questi momenti ce li portiamo nel cuore. È ciò che, per esempio, mi è successo in un bel giorno del 2004. Nonostante siano passati quasi quattordici anni, ricordo chiaramente come mi sentivo in quel periodo: come capita spesso quando hai sedici anni, vivevo un periodo pieno di problemi e di rabbia, che provavo a sfogare tramite la musica. Ma quella che avevo cominciato ad ascoltare da circa un anno – musica “alternativa” come Blink 182, Green Day, Linkin Park, Sum 41 e simili – già non funzionava più per lo scopo: in breve tempo, mi era già venuta molto a noia. Forse fu proprio questo motivo a spingermi, quel giorno, a chiedere a un compagno di classe di prestarmi uno dei CD che stava mostrando agli altri. Non avevo mai sentito nominare né il titolo né tantomeno il gruppo, ma c’era qualcosa che mi attirava, così glielo chiesi. È strano pensarci ora: all’epoca ero molto timido, e di solito non avevo il coraggio di fare cose simili, specie con uno come quel compagno, con cui all’epoca non avevo molta familiarità. Ma quella volta, chissà perché, ci riuscii: quella decisione cambiò per sempre la mia vita, e non impiegai molto a capirlo. Successe quello stesso giorno: dopo la fine della lezione, sull’autobus che mi riportava a casa inserii il CD nel mio lettore portatile (sì, all’epoca si usavano!) e schiacciai play. E quando, dopo il breve intro, quella musica al tempo stesso così potente ma così melodica, così rabbiosa eppure così elegante cominciò a fluire, per me fu la proverbiale folgorazione sulla via di Damasco. Di che album sto parlando? Era Nightfall in Middle-Earth, dei Blind Guardian: il disco che mi ha introdotto al metal. E non solo.

In effetti, oltre  a farmi conoscere il genere, quest’album mi ha portato a scoprire anche un’altra passione:  quella per il libro su cui è basato il suo concept, il Silmarillion di John R. R. Tolkien. Molto snobbato dal lettore medio, che conosce piuttosto lo Hobbit e Il Signore degli Anelli grazie ai film di Peter Jackson, in realtà è una vera e propria bibbia dell’universo del professore inglese. E, per quanto mi riguarda, non solo è superiore a entrambe le altre due opere, ma dopo tanti anni rimane uno dei miei libri preferiti in assoluto. Chiusa questa parentesi, per quanto riguarda i Blind Guardian, Nightfall in Middle-Earth si concentra sulla sezione chiamata Quenta Silmarillion, la più lunga delle cinque che compongono il romanzo. Come dice il nome stesso, è la storia dei tre Silmaril, gioielli di luce creati dal signore degli elfi Fëanor che però, attraverso diverse vicende  porteranno la rovina sulla sua stirpe, sulla razza dei Noldor a cui appartiene e sui loro alleati. È una storia piena di battaglie e di lacrime, di sconfitte ed eventi oscuri, ma anche di eroismo: è anche questo a rendere Nightfall in Middle Earth così riuscito. Le innumerevoli sfumature atmosferiche create dai Blind Guardian, che vanno dall’aggressività al pathos, sono perfette per accompagnare i vari episodi di questo racconto. In special modo, lo sono l’oscurità imperante, che ben riflette la pesantezza del destino che ricade sui protagonisti del Silmarillion, e l’epicità delle loro imprese: entrambi sono presenti come non mai nella musica dei tedeschi, e sono alla radice del suo fascino. Ma in Nightfall in Middle-Earth c’è molto di più: ci sono melodie catturanti, strutture spigolose ma al tempo stesso immediate. E c’è il gran talento dei Blind Guardian nel costruire, ancora una volta, musica di gran impatto ma allo stesso tempo ricercata e profonda: merito di una cura e di una ricchezza di dettagli incredibile, con cui l’album riesce a stupire anche dopo centinaia di ascolti. Poco importa, quindi, se un paio di pezzi siano meno buoni o se qualche interludio tra le varie canzoni possa essere prescindibile: Nightfall in Middle-Earth rimane una pietra miliare del power metal e uno dei più grandi concept album della storia. Non stupisce che sia stato il trampolino di lancio che ha consentito ai Blind Guardian di sfondare anche nel mercato statunitense, oltre a proiettarli in maniera definitiva nell’olimpo dei grandi del power metal.

Nightfall in Middle-Earth è leggendario sin da War of Wrath, intro celeberrimo se non altro per il fatto che per anni i Blind Guardian lo hanno usato come apertura per i loro concerti. E non è nemmeno difficile comprenderne il fascino, con la sua impostazione “da film”: all’inizio si sentono suoni di battaglia – è la Guerra d’Ira, la guerra finale del Silmarillion in cui i Valar (figure semi-divine del mondo tolkeniano) scesero in campo accanto a elfi e uomini. Poi, quasi con uno zoom cinematografico, i tedeschi ci portano all’interno della fortezza di Angband, dove Morgoth – il Vala malvagio, principale antagonista del Silmarillion – viene esortato a fuggire da Sauron, suo servo più fedele. Ma Morgoth sa di non aver scampo: congeda il suo luogotenente (che poi a sua volta diventerà, come è noto, un signore oscuro) e poi comincia a ricordare. Le sue memorie partono proprio dall’inizio, dal giorno in cui distrusse i due alberi di luce –antenati del sole e della luna – con l’aiuto del ragno gigante Ungoliant, e poi approfittò dell’oscurità per uccidere Finwë (padre di Fëanor) e rubare i tre Silmaril. È questo il tema principale di Into the Storm, che all’improvviso esplode potente e con un mood davvero oscuro, tenebroso, quasi orrorifico. È il mood che avvolge buona parte della norma principale: tortuosa, sempre potente, evoca bene il buio e il caos che doveva regnare in quel drammatico giorno. Questa cupezza si apre un pochino soltanto coi ritornelli: introdotti da bridge vorticosi e aggressivi, in cui Hansi Kürsch urla moltissimo, perdono un po’ di oscurità ma in compenso diventano corali, trionfali, epici, in ultima analisi travolgenti. Unite insieme, le due parti sono un turbine oscuro che gira in maniera vertiginosa per tutta la durata. Non vengono risparmiati nemmeno il preoccupato passaggio centrale – il primo delle tante grandiose frazioni centrali strumentali che André Olbrich e Marcus Siepen ci regaleranno lungo tutto l’album – e il finale, ancora nervoso ma in qualche modo quasi trionfante. È il sigillo perfetto su una canzone meravigliosa, il primo di una lunga serie di capolavori!

Lammoth, primo breve interludio, è costituito soltanto da un urlo: è quello di Morgoth, che tradito e assalito da Ungoliant per il possesso dei Silmaril, chiama a raccolta i suoi Balrog, che la metteranno in fuga. Il signore oscuro così potrà tenere per sé i tre gioielli, che saranno incastonati nella sua corona ferrea; ma il focoso Fëanor e la sua stirpe non possono accettare il misfatto con leggerezza. All’inizio a dominarli è lo scoramento e il lutto, come ben mostra il mogio intro medioevale di Nightfall, tra chitarre acustiche e flauti. Poi però subentra la rabbia e il desiderio di vendetta: anche questo è ben evocato dai Blind Guardian quando scattano e tornano verso il metal. Di power c’è ancora poco, il tempo tenuto da Thomen Stauch è lento e ondeggiante, ma la voce di Hansi, sempre tagliente, e le ritmiche di chitarra le danno un tono teso, cupo, iracondo. Sono frazioni che vanno avanti a lungo, alternandosi ancora con momenti più morbidi in cui torna l’anima più soft iniziale. Ma di sicuro questo non ammoscia il pezzo, anzi: le parti più tristi e quelle più aggressive riescono, nel contrasto, a potenziarsi a vicenda e ad avvolgere ancora meglio. Questo saliscendi incredibile di emozioni ha poi il suo culmine nel ritornello, che mescola le varie suggestioni già sentite in qualcosa di struggente con una potenza evocativa assurda, un’apoteosi grandiosa che si scolpisce in mente al primo ascolto. Ottima anche la frazione di assoli al centro, ricercata e dal mood quasi poetico; non parliamo poi di quella che segue, epica nel duetto tra cantante e cori. Sono entrambi un arricchimento – di cui tra l’altro non c’era nemmeno bisogno, visto il valore del resto – per un’altra traccia meravigliosa.

The Minstrel è un altro breve interludio,  probabilmente basato sulla figura di Maglor, figlio di Fëanor ricordato come il musicista che compose “La Caduta dei Noldor”, il che introduce bene le tematiche del brano seguente. Ma anche musicalmente, con la sua chitarra acustica mogia e l’effetto pioggia è un buon preludio per The Curse of Feanor, che poi esplode rabbiosa, piena di vortici di chitarra vertiginosi. All’inizio il ritmo è quasi tribale, ma poi la traccia si fa maschia, con ritmiche dure, un tempo frenetico e un Hansi aggressivo, che stavolta si immedesima in Fëanor in prima persona. Ci racconta così come la sua ira lo porti a legare i Noldor a un giuramento di vendetta, che li porterà ad atti terribili – come l’assassinio dei Teleri, altro popolo elfico, che non voleva concedere loro le proprie navi per inseguire Morgoth da Valinor (la terra immortale dei Valar) alla Terra di Mezzo. Pian piano però questo odio si spegne, per dei bridge espansi e quasi delicati: ma il rancore di Fëanor non è sparito, e si ripresenta in ritornelli drammatici, di gran impatto anthemico. Splendida anche la scelta di una struttura meno lineare e in continuo movimento, passando per momenti quasi schizofrenici, altri invece più delicati, quasi leziosi, altri ancora di pura rabbia. È un affresco che illustra bene l’animo tormentato e pieno di contraddizioni del re degli elfi, anche grazie alla capacità dei Blind Guardian di rendere il tutto scorrevole, senza il minimo spigolo. E così, tra lunghi momenti solistici molto avvolgenti e momenti di gran impatto sentimentale, abbiamo un’altra traccia splendida: in qualsiasi altro album sarebbe tra i migliori, se qui non ci arriva è solo per l’eccezionalità di Nightfall in Middle-Earth!

È ora il turno di Captured, altro interludio parlato in cui Morgoth parla a Maedhros, primogenito di Fëanor, appena catturato con un inganno: rimarrà prigioniero per molti anni nella sua fortezza oscura. È proprio Maedhros che ci racconta le terribili condizioni della sua cattività in Blood Tears, la prima vera ballad del disco. Sin da subito, è un brano mogio e ricercato, con chitarre echeggiate, tastiere e percussioni che le danno quasi un tono magico. Questa base si mantiene abbastanza a lungo, almeno all’inizio: praticamente lascia spazio solo ai chorus, che tornano alla potenza ma sono sempre lenti, intensi, laceranti, di gran intensità. Il power metal vero e proprio torna solo per alcuni stacchi, che di colpo virano su una norma tempestosa e pesante, di gran cattiveria. Buoni anche gli altri momenti più densi qua e là, che però spesso sono espansi, ed esprimono malinconia più che impatto: ne è uno splendido esempio la frazione di assoli al centro, disperato e lancinante, il momento migliore del brano. Anche il resto non scherza, però: come il precedente, abbiamo un pezzo che qua quasi sfigura; ma a parte questo è eccezionale, e di sicuro non è da sottovalutare.

 A questo punto, è il turno di un’altra pagina di storia con Mirror Mirror, leggendaria fin dall’avvio, lento ma epico,con quella melodia che ti si stampa subito in mente come nella pietra per non uscirne mai più. Da qui poi parte la splendida fuga che tutti conoscono: incalzante, di urgenza grandissima, è però abbellita dal lavoro congiunto delle chitarre e della tastiera dell’ospite Mathias Wiesner per un effetto fascinoso e antico. Tutto questo ci conduce poi a ritornelli potenti ma al tempo stesso malinconici all’inverosimile, col loro coro incredibile, catchy, da puri brividi. Ma anche il resto è grandioso: che diventi più mogia e delicata oppure si spogli e punti più all’impatto, la norma funziona in ogni sua variazione, e non c’è nemmeno un momento morto. Lo stesso vale per la lunghissima frazione centrale (e per la breve coda finale, che ne riprende alcuni temi): quasi allegra a tratti, piena di sfumature che la portano in certi momenti persino verso il progressive, non stona però in un pezzo di norma più drammatico. Anzi, il tutto funziona molto bene a descrivere la disperazione, ma anche la speranza di Turgon, figlio di Fingolfin (fratellastro di Fëanor nonché uno dei signori degli elfi) nel fondare Gondolin, città che per secoli resterà nascosta agli occhi del nemico. Abbiamo insomma un pezzo davvero perfetto, non solo tra i più belli di Nightfall in Middle Earth ma della carriera dei Blind Guardian: ancora una volta, è tutt’altro che difficile capire perché sia considerato il più famoso della band di Krefeld!

Con Face the Truth, nuova frazione parlata, i tedeschi ci presentano proprio Fingolfin, divenuto re degli elfi dopo la morte di Fëanor: è lui a introdurre le tematiche di Noldor (Dead Winter Reigns), che arriva a ruota. A livello musicale, prende vita lenta e tranquilla, con l’accoppiata di chitarre pulite e distorte (scelta saggia, considerando quanto l’intermezzo precedente fosse breve: ancora le orecchie si devono riposare da tante emozioni!). L’atmosfera è calma, decadente, di calda depressione: ben si sposa col testo, che racconta della maledizione caduta sulla razza dei Noldor in seguito ai tradimenti e agli orrori causati dall’ossessione di Fëanor e dei suoi figli per i Silmaril. Questa sensazione resta per lunghi tratti anche quando il pezzo si potenzia di più: ne sono il miglior esempio i refrain, quasi da lacrime per i cori lancinanti che accompagnano Hansi mentre canta dell’infelice destino dei Noldor. Le strofe invece sono più tenui, ma a tratti perdono l’anima iniziale per qualcosa di più strisciante e cupo, che di norma li fa esplodere poi in brevi stacchi più rabbiosi e potenti. Veloce e tortuosa, con ancora qualche influsso prog, è anche la frazione centrale, che però stavolta mantiene il tono negativo e triste del resto. Anche per questo, nonostante la sua differenza, risulta un bell’arricchimento per un’altra traccia stupenda, giusto a un’incollatura dal meglio del disco per qualità!

Battle of Sudden Flame è una breve traccia col flauto e la chitarra classica, dai toni medioevali. Ci troviamo all’interno della Dagor Bragollach (la “battaglia della fiamma improvvisa”, appunto) con cui Morgoth ruppe l’assedio alla sua fortezza di Angband e travolse l’esercito elfico, causando moltissime perdite. La sua calma è un ottimo preludio per la tempesta, che arriva a ruota: Time Stands Still (at the Iron Hills) comincia in una maniera che ricorda addirittura i primi Rhapsody, con le sue sonorità sinfoniche. Il paragone con la band nostrana non è campato per aria: quando poi il pezzo entra nel vivo, la tensione e l’epicità sono simili, seppur declinata in un senso meno eroico e più disperato e cupo. Il tutto funziona alla grande nell’evocare bene alla mente l’ultima cavalcata di Fingolfin, uno dei passaggi più immaginifici di tutto il Silmarillion. Pensando che tutto fosse perduto per i Noldor dopo la Dagor Bragollach, in preda a rabbia e disperazione il re degli elfi cavalcò senza che nessuno osasse fermarlo fino alle porte di Morgoth, e lo sfidò – una sfida ricalcata da Hansi al centro, con le sue urla laceranti. In ogni caso, nella sua progressione la la traccia si fa sempre più oscura, fino a condurre a brevi bridge strani, ancora di sonorità molto medioevale. Sono il perfetto interludio prima che i ritornelli esplodano con la forza di una bomba: corali, evocativi al massimo, colpiscono con forza e drammaticità, ma risultano al tempo stesso catturanti in una maniera incredibile. Forse però il passaggio migliore è quello centrale, che anche senza bisogno di parole descrive in maniera molto vivida il duello finale tra Fingolfin e Morgoth, con quest’ultimo che, pur ferito diverse volte, riuscì alla fine a prevalere. È una frazione che fa il paio (anche in qualità) con il finale, in cui tutto ormai lo scontro è finito: non c’è rimasto da fare altro che piangere un altro grande signore elfico caduto, e i Blind Guardian lo fanno con qualcosa davvero epico e al tempo stesso lacrimevole. È la grande conclusione per un altro pezzo in pratica perfetto, trai picchi assoluti di Nightfall in Middle Earth.

The Dark Elf è l’ennesimo interludio, in cui un breve coro usa giusto poche parole per descrivere Eöl, l’elfo oscuro, e Maeglin, suo figlio, che manipolato da Morgoth e dall’invidia finirà per portare la rovina su Gondolin. È proprio di lui – e di Túrin Turambar, un uomo di una stirpe alleata degli elfi, che andrà incontro agli inganni delle forze del male e a un destino avverso in una maniera simile – che parla Thorn. All’inizio è lenta ma potente, con le ritmiche di Marcus e André davvero energiche che danno quasi l’idea di voler partire da un momento all’altro con cattiveria. Poi però la musica si spegne in una norma tranquilla, crepuscolare, con solo la voce di un Hansi stavolta dolce sulla sezione ritmica e gli arpeggi docili dei due chitarristi. Ma i tedeschi non hanno ancora finito di stupire: a un certo punto, il metal torna alla carica con potenza e uno spirito quasi solare a prima vista, dietro cui però cova una gran malinconia. È quella che poi fa bella mostra di sé nei chorus, ondeggianti e di pathos immenso, da veri brividi pur nella loro (relativa) semplicità. Buone anche le frazioni che appaiono poi, più nei classici canoni del power metal, intense e potenti, ma senza che venga mai meno una certa infelicità: lo stesso vale del resto per i momenti più espansi che riprendono l’inizio. In ogni caso, è ottima anche la parte centrale, dura e molto cupa: anch’essa, come il resto, contribuisce bene a illustrare il destino avverso che le manipolazioni del signore oscuro hanno fatto cadere sul capo dei due protagonisti della canzone. Lo stesso si può dire anche del passaggio che la segue, più tranquillo e in cui sotto ai cori compare un pianoforte. Tutti questi dettagli compongono un’altra delle tracce “sottotono” di Nightfall in Middle Earth: ma questo significa al soltanto che è splendida e ha solo la colpa (se così si può chiamare) di non essere bella quanto i picchi del disco!

The Eldar è l’unica ballata del disco senza traccia di metal. In pratica, per tutta la sua durata in sottofondo è dominata dal pianoforte su cui si staglia la voce di Hansi, che canta la storia di Finrod Felagund, un altro re dei Noldor morto per salvare Beren, uomo di una stirpe verso cui provava riconoscenza. Di norma lo fa con dolcezza, accompagnato da lievi cori, su una base molto calma e mogia; solo sulla tre quarti i toni si alzano e si fanno quasi strazianti, al momento dell’addio a Finrod. È un bel momento per una traccia ottima ma per il resto un po’ sottotraccia: nella scaletta, è quella che spicca di meno tra i pezzi veri e propri. Parliamo insomma del punto in assoluto più basso dell’album; ma magari ce ne fossero di più, di album con picchi negativi di questa qualità! È quindi il turno di Nom the Wise, breve outro in cui non c’è altro che Beren, che ricorda il suo amico (col suo soprannome nella lingua degli uomini: “nom”, ossia saggezza). Sono poche parole ma molto sentite, prima che giunga in scena When Sorrow Sang: anch’essa è centrata su Beren, e sull’amore che lo portò a morire per Luthien, principessa elfica che lo ricambiava, nonostante la differenza di razza. A livello musicale, qui i Blind Guardian tornano a pestare in maniera clamorosa: sin dall’inizio è frenetica e tempestosa, per poi assestarsi su una norma power metal vertiginosa e incalzante. A tratti questa base si fa anche più potente: si cambia verso solo nei chorus, che si aprono e in cui l’impatto (comunque ancora presente) si fa da parte per lasciar spazio a un pathos notevole. Normale, del resto, contando che parlano del dolore di Luthien per la morte del suo amato. Sono il momento topico della traccia, con la loro emozione e i bei lead di André che la coronano, ma il resto non è da meno: sia la norma di base, sia le variazioni che danno al tutto un tocco di epicità in più sono di alto livello. Ed è anche per questo che è un po’ un peccato: vale per questa canzone esattamente lo stesso discorso di The Eldar! È quindi il turno di Out on the Water, brano con solo calme chitarre e lievi tastiere sinfoniche sotto alla voce di Hansi, sempre tranquillo. Il breve testo che canta conclude la storia precedente: con Beren tornato in vita grazie a Luthien, che ha commosso persino Mandos (il Vala che sovrintende alla morte), si chiude una delle poche (forse l’unica) storia a lieto fine del Silmarillion.

In The Steadfast c’è solo la voce di Morgoth, già sentita in passato: si vanta delle sue conquiste davanti a Húrin – padre di Túrin suo prigioniero, sui cui figli ha scagliato una maledizione.  A questo punto, dopo due interludi di fila, a un ascoltatore distratto può sembrare quasi che l’album si stia spegnendo, ma i Blind Guardian hanno in serbo un’ultima zampata – e che zampata! D’improvviso, A Dark Passage esplode: non è molto veloce né potente, ma i lead di André, cupi e dissonanti, riescono a creare un’oscurità palpabile, quasi orrorifica. È la stessa che, dopo un breve interludio più aperto con dei cori dilatati, domina la parte centrale, ancora non velocissima ma incalzante e di gran potenza. Questa essenza si accentua e diventa sempre più feroce, attraverso bridge spogli, sena più le melodie che spuntavano in precedenza, per poi raggiungere l’apoteosi dei ritornelli. Questi ultimi tornano in parte ai fraseggi di chitarra, ma il clima rimane sempre plumbeo, malvagio, grazie a un Hansi che urla con cattiveria e a cori che rendono il tutto davvero potente. In più la struttura presenta notevoli variazioni: a tratti la musica si fa meno aggressiva e più drammatica, quando il punto di vista passa da Morgoth ai suoi nemici; altrove ancora invece diventa anche più potente e rabbiosa. Il tutto è impostato in una maniera quasi teatrale, che rende facile seguire la struttura nonostante sia molto tortuosa, e di immaginare bene in mente i vari passaggi del Silmarillion di cui parla il testo. È questo particolare a potenziare ancora di più il pezzo, che per questo si rivela un altro vortice clamoroso di emozioni, culminante nell’ultimo ritornello, ancora più incazzato e possente. È l’ultimo momento topico di Nightfall in Middle Earth prima di una coda martellante e quasi caotica, marziale, con cui la musica infine si spegne. Ma l’album non è ancora finito: c’è ancora spazio per Final Chapter (Thus ends …), l’ultimo breve interludio parlato che narra del trionfo di Morgoth, già descritto in parte anche nella traccia precedente. I tempi sono oscuri, ma la speranza non è finita: è il suo seme che, come anticipato da War of Wrath, alla fine porterà alla sconfitta il signore oscuro. E così il cerchio si chiude.

Per concludere, Nightfall in Middle-Earth è un album magnifico, epico, pieno di sfumature, che solo per un paio di pezzi meno validi arriva a sfiorare la perfezione, invece di centrarla in pieno. Del resto i Blind Guardian nella loro strabiliante carriera hanno fatto persino meglio, e nemmeno una volta sola: Tales from the Twilight World, Somewhere Far Beyond, Imaginations from the Other Side e A Night at the Opera lo dimostrano bene. Ma di sicuro questo non è un buon motivo per sottovalutare Nightfall in Middle-Earth: è comunque un lavoro eccezionale in tutti i sensi, che non può mancare a chiunque si dica fan del power metal!

Voto: 98/100

All’incirca vent’anni fa, il 24 aprile del 1998, vedeva la luce Nightfall in Middle-Earth, sesto album dei Blind Guardian. Per quanto sia stato importante per la carriera dei tedeschi e abbia influenzato molte band power metal nel futuro, rispetto a tanti altri apparsi in “recensioni storiche” qui su Heavy Metal Heaven è senza dubbio meno seminale. Ma come già detto, la sua importanza per me a livello personale è eccezionale: forse senza quest’album non avrei mai conosciuto il metal, e di conseguenza nemmeno questa webzine esisterebbe. È proprio questo il senso del modesto tributo che è questa recensione.

Mattia

Tracklist:
  1. War of Wrath – 01:50
  2. Into the Storm – 04:24
  3. Lammoth – 00:28
  4. Nightfall – 05:34
  5. The Minstrel – 00:32
  6. The Curse of Feanor – 05:41
  7. Captured – 00:26
  8. Blood Tears – 05:23
  9. Mirror Mirror – 05:06
  10. Face the Truth – 00:24
  11. Noldor (Dead Winter Reigns) – 06:51
  12. Battle of Sudden Flame – 00:43
  13. Time Stands Still (at the Iron Hill) – 04:53
  14. The Dark Elf – 00:23
  15. Thorn – 06:18
  16. The Eldar – 03:39
  17. Nom the Wise – 00:33
  18. When Sorrow Sang – 04:25
  19. Out on the Water – 00:44
  20. The Steadfast – 00:21
  21. A Dark Passage – 06:01
  22. Final Chapter (Thus Ends…) – 00:48
Durata totale: 01:05:27
 
Lineup:

  • Hansi Kürsch – voce
  • André Olbrich – chitarra solista, ritmica e acustica
  • Marcus Siepen – chitarra ritica
  • Thomas Stauch – batteria e percussioni
  • Mathias Wiesner – tastiera (guest)
  • Michael Schüren – pianoforte (guest)
  • Max Zelzner – flauti (guest)
  • Oliver Holzwarth – basso (guest)
Genere: power metal
Sottogenere: epic/dark power metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Blind Guardian

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