Slow – V – Oceans (2017)

Per chi ha fretta:
Come indica il monicker stesso, il genere attuale della one-man band belga Slow è un funeral doom metal non innovativo, ma personale e di buona qualità. Merito dei vari influssi che il mastermind Déhà riesce a infilare nella musica e di una componente atmosferica molto spinta (ben aiutata anche dalla rarefatta registrazione). Ma il punto migliore del progetto è il songwriting sfaccettato e variegato: è questo a consentire al quinto album V – Oceans (2017) di non annoiare mai, nonostante la lunghezza e l’omogeneità. L’unico difetto è invece che tra le cinque canzoni, solo la vorticosa Déluge e la trionfale Mort spiccano, le altre per quanto buone non brillano altrettanto. È questo che non consente al progetto Slow di raggiungere il capolavoro, ma in fondo non importa: V – Oceans è comunque un album di altissimo livello, molto adatto ai fan del funeral e del doom più atmosferico.
La recensione completa:
“Nomen omen”: un detto latino che si applica molto bene al progetto Slow (seppur in teoria sia l’acronimo di Silence Lives Out/Over Whirlpool). One-man band fondata da Déhà (musicista belga attivo in molte band, tra cui il supergruppo doom internazionale Clouds) nel 2007, suonava all’inizio drone/ambient. Pian piano però il suo stile si è evoluto verso coordinate più metalliche, ma senza perdere alcuni suoi attributi. Quello che si può sentire nell’ultimo V – Oceans– quinto album di Slow uscito nel giugno dell’anno scorso e poi ristampato a gennaio dalla label nostrana code666 – è di base funeral doom metal, ma non del tipo più classico. È un suono molto rarefatto e orientato all’atmosfera, a tratti persino caotico, il che però lo rende sempre avvolgente. Allo stesso scopo, lavorano i vari influssi di Slow: da un lato, nei momenti più calmi ci sono venature post-metal e a volte addirittura gothic; altrove invece, in quelli più rarefatti, emerge un vago retrogusto black. Proprio a quest’ultimo si rifanno anche quei pochi momenti in cui Déhà abbandona la lentezza classica del funeral per accelerazioni spesso estreme: anche esse però si integrano bene nel tessuto di V – Oceans. Il risultato è un genere che non sarà chissà quale innovazione – ci si sentono echi dei Shape of Despair e degli Ahab più dilatati (richiamati anche dal concept “marino”) – ma suona personale e mai scontato. A questo contribuiscono anche diversi dettagli ben riusciti, come per esempio la registrazione: è rarefatta e a tratti quasi confusionaria, ma si sposa molto bene con le sonorità di Slow. Soprattutto però brilla il songwriting di Déhà, variegato e pieno di sfumature: V – Oceans non annoia mai pur essendo un album di quasi un ora che è quasi un unicum – più che cinque canzoni senza pause, è una sola divisa in cinque parti. Neanche un po’ di omogeneità e di ripetitività sono un problema: la dilatazione della musica di Slow fa sì che non pesino più di tanto. Più che altro, il vero difetto di V – Oceans è che per quanto sia godibile e ogni brano sia almeno ottimo, solo un paio di essi spiccano davvero.  Colpa forse di un pelo di paura di osare da parte di Déhà: non è un caso che proprio i due picchi dell’album siano quelli più variegati e lontani dai canoni del funeral. In fondo però non è una grande pecca: se alla fine sfiora solo il livello di capolavoro, invece di centrarlo, V – Oceans rimane un album di tutto rispetto.
L’iniziale Aurore comincia da un lungo intro ambient, molto tenue e tranquillo, in principio con un intreccio di melodie di tastiera lievi, lontane, delicate. Solo in seguito entra in scena una chitarra pulita, che aggiunge un pelo di malinconia al tutto: è proprio questa a dominare quando all’improvviso il brano entra nel vivo. Ci ritroviamo allora in un ambiente cupo, grazie al growl cavernoso e profondissimo di Déhà e a ritmiche di chitarra che lo sono altrettanto, ma al tempo stesso c’è un certo pathos che aleggia. Merito delle melodie della chitarra pulita alle spalle che dà al tutto un tocco notevole, presto aiutate nel loro corso da lead di stampo post-rock. Tutto questo si impianta su una progressione che porta pian piano il brano a farsi più denso e veloce: il ritmo, tutt’altro che alto, lo è comunque più del tipico funeral, e il riffage alterna passaggi più cupi ad altri più nostalgici con influssi post-metal in qualcosa di molto avvolgente. Il tutto procede a lungo senza grossi scossoni: solo sulla tre quarti la musica si spegne, per un breve interludio che riprende la norma iniziale, ma con in più le melodie più tristi della parte successiva. È un bellissimo passaggio, un bel preludio per un finale ancora più rumoroso e pieno d’emozione, grazie soprattutto a grandiose melodie post-rock, che creano un gran bel contrasto con le ritmiche macinanti e lo scream del mastermind. Si tratta di un ottimo sigillo su una grande canzone, che apre al meglio V – Oceans! La successiva Ténèbres esordisce dall’outro della precedente che si spegne, e all’inizio presenta solo un lontano pianoforte echeggiato. A esso però presto si accompagna la voce distorta di Déhà e lievi tastiere, che danno il là alla canzone vera e propria: ma anche qui, il mastermind prende molto con calma. Per un po’ ancora permangono le stesse tastiere a reggere il gioco, mentre su un ritmo lentissimo le chitarre sono molto espanse, quasi drone – forse un rimasuglio del genere precedente del progetto Slow. Solo dopo un po’ la questione diviene un po’ più penetrante, con un po’ più di potenza, ma il ritmo rimane lentissimo, quasi asfissiante: solo i synth danno un po’ di musicalità, il resto è puro nichilismo. Deve passare qualche minuto perché un lead di chitarra, anch’esso lentissimo e puramente funeral, porti un po’ di colore in questo ambiente così oscuro: ma l’atmosfera rimane ancora tesa, nichilista, depressa. Ma le cose sono destinate a cambiare: poco dopo metà del brano il clima si apre, e spuntano melodie lontane, con una malinconia palpabile che ricorda quasi il gothic. Intorno a questa norma c’è spazio per passaggi più spogli, con solo le profonde ritmiche doom accompagnate da tastiere quasi spaziali: nonostante la differenza però si uniscono alla grande, esaltandosi a vicenda nel contrasto. Si arriva così a un finale pieno di melodia, quasi ipnotico, dolce pur nella sua disperazione estrema: è forse il punto più bello di un’altra traccia ottima!
Anche Délugecomincia con un pianoforte lontano, stavolta con un tocco di desolazione in più che in precedenza: è una sensazione che si accentua quando ad accompagnarlo arrivano lievi cori sintetici. Essi permangono anche quando entra nel vivo un brano funeral ancora molto lento, ma con una sua solennità, pur nell’aura lugubre e di gran oscurità che crea. In principio, l’aura è molto fredda, con un accenno black più nell’atmosfera che a livello musicale; pian piano però comincia una lenta deriva verso le melodie del tipo già sentito nel precedente. All’inizio sono tentativi che appaiono quasi timidi, che si alternano con momenti più espansi  e cupi; poi però le tonalità cambiano, e più o meno verso il centro questa nuova impostazione comincia a prendere il sopravvento. Abbiamo una norma allora più dinamica e veloce, con una certa ricercatezza ma al tempo stesso una forte tensione e un’essenza tempestosa, che col tempo si accentuano anche di più. Tra momenti più sottotraccia, quasi intimisti, e altri più estroversi e aggressivi (per quanto siano sempre molto espansi), la velocità del vortice sale sempre di più, con giusto qualche momento di pausa per rifiatare che riprende la norma precedente. Ci ritroviamo così alla fine in una frazione caotica e velocissima, addirittura col blast beat, su cui l’unico elemento d’ordine è il lead ancora di influsso post-rock e lo scream di Déhà. È una frazione confusionaria ma molto avvolgente, un bello sfogo prima che la traccia, ormai piena solo di malinconia, cominci lentamente a spegnersi. Si tratta del sigillo perfetto per un brano grandioso, non a caso quello che spicca di più all’interno di V – Oceans!
Dopo la fine del diluvio (è proprio il caso di dirlo), Néant rimane tranquilla per un lungo tratto. All’inizio c’è solo una chitarra tranquilla a echeggiare nel vuoto: solo poi viene raggiunta dalla sezione ritmica e da un pianoforte misterioso. Sembra quasi che il pezzo debba andare avanti sempre così quando, dopo tre minuti, d’improvviso Déhà svolta su qualcosa di nuovo nei canoni del funeral, lento e asfissiante, ma senza accantonare il lieve tocco della nostalgia dell’intro. Ciò si esplica soprattutto col passare dei minuti, quando la solita chitarra in lead disegna mogie pennellate sulla stessa base, rendendo il tutto un po’ più caldo – ma è sempre la depressione a dominare. La stessa triste melodia resta in scena molto a lungo, anche quando il resto si spegne per un lungo interludio soffice e malinconico e poi torna a riaccendersi, con le stesse suggestioni ancora più accentuate. È in questo momento che il fraseggio domina di più, guidando la musica fino alla nuova apertura, ancora più vuota e alienante, stavolta a metà tra ambient e drone. È il preludio per un finale che ne riprende le fattezze: lasciata da parte la melodia, ora il tono è glaciale, oscuro, senza più nessuna speranza, persino drammatico quando, in coda, spuntano dei profondi cori, quasi dissonanti. Nonostante la differenza con la parte precedente, però, è una frazione molto buona per una traccia ancora di ottimo impatto. È però un’altra storia con Mort, episodio conclusivo che, come da norma di Slow, prende le mosse da un intro morbido, sempre col piano echeggiato su cui si staglia il sussurro effettato di Déhà. Stavolta però il pezzo aspetta meno a esplodere: diviene presto lento e nichilista, ma al tempo stesso ha un gran pathos, dato dalle solite melodie di chitarra, quasi lamentose stavolta. All’inizio molto rarefatta, questa norma comincia presto a crescere, attraversando frazioni più veloci, da death/doom. L’evoluzione continua fino a sfociare in una frazione eterea, addirittura celestiale: tra i cori e la base marziale, ossessiva al di sotto, si crea un mood davvero trionfale, che colpisce con gran forza. La stessa progressione si ripete un paio di volte lungo la traccia, in maniera anche più piena di contrasti: quando i momenti più oscuri diventano anche più nervosi, l’apoteosi finale è ancora più luminosa e d’impatto. Ciò va avanti per quasi nove minuti, prima di spegnersi, in maniera definitiva. Ma i giochi ancora non sono finiti: c’è ancora spazio per una coda che riprende gli echi di pianoforte iniziali, con un bell’effetto desolato e mogio. È un finale adeguato per il miglior pezzo del disco con Déluge, nonché la migliore chiusura possibile per l’album!
Per concludere, V – Oceans è un lavoro superbo, che scorre alla grande e lascia un’ottima impressione al termine dei suoi oltre cinquantacinque minuti. Poco importa che non riesca, per un soffio, a raggiungere il livello di capolavoro: ogni fan del funeral e del doom metal più rarefatto e d’atmosfera può trovare al suo interno molto da apprezzare. Se quindi lo sei, il consiglio è di dare al progetto Slow almeno una possibilità!
Voto: 88/100

Mattia

Tracklist:

  1. Aurore – 10:14
  2. Ténèbres – 10:14
  3. Déluge – 13:33
  4. Néant – 10:32
  5. Mort – 10:40

Durata totale: 55:13

Lineup:

  • Déhà – voce, tutti gli strumenti

Genere: doom metal
Sottogenere: atmospheric/funeral doom metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook di Slow

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