The Darkness – Permission to Land (2003)

Per chi ha fretta:
Nonostante la loro fama negativa presso una certa parte del pubblico, i The Darkness sono un gruppo da rivalutare, se non altro per il loro splendido esordio Permission to Land (2003). Si tratta di un album notevole a partire dal genere: per quanto non originale, il loro hair/pop metal mescola diverse anime insieme ad alcuni bei spunti di personalità – come il falsetto di Justin Hawkins o gli influssi sleaze e metal. Il merito migliore della band britannica è però di non prendersi troppo sul serio: è questo a rendere la loro musica così divertente. Si tratta del punto forte di una scaletta in cui ogni pezzo ha la sua personalità: ne sono la dimostrazione migliore picchi brillanti come Black Shuck, Get Your Hands Off My Woman, I Believe in a Thing Called Love e Love is Only a Feeling. Ed è così che alla fine, nonostante una lieve flessione nella seconda parte, Permission to Land si rivela addirittura un piccolo capolavoro, e un album da riscoprire per chi non ha pregiudizi sui The Darkness.

La recensione completa:

Per molti, soprattutto all’interno del rock e del metal, fama e qualità non fanno rima mai, o quasi. Si tende anzi spesso a pensare ai gruppi che hanno sfondato come poco appetibili: non suonano la loro musica con vera pulsione artistica, ma soltanto per vendere. Tuttavia, questa è una visione della realtà semplicistica e pregiudiziale: se per qualcuno è davvero così, altri hanno raggiunto la celebrità semplicemente per il valore della loro musica. Per la mia opinione, il caso dei The Darkness è proprio il secondo. Spesso poco considerati o addirittura giudicati ridicoli da chi come me era giovane nei primi anni duemila e ricorda i video che passavano a raffica su MTV, sono un gruppo da rivalutare. Se non altro, bisognerebbe farlo per scoprire che la band dei fratelli Hawkins ha inciso almeno un capolavoro: parlo proprio di Permission to Land, album d’esordio del 2003 e che contiene molti dei loro pezzi più famosi. In primis, è un lavoro originale anche nella sua mancanza di originalità: da un lato, i The Darkness pescano a piene mani dal passato e mescolano gli AC/DC, i Guns ‘n’ Roses, il glam anni settanta e l’hair metal del decennio seguente. Lo fanno però mettendoci alcuni spunti personali: su tutti, brilla il falsetto inconfondibile di Justin Hawkins, ma contribuiscono bene anche influenze che vanno dal rock classico anni settanta al metal anni ottanta. Il pregio maggiore di Permission to Land è però che i The Darkness non si prendono affatto sul serio: se fai black metal può essere un problema, ma se il tuo scopo è divertire come loro, hai una marcia in più. È per questo che il loro hair/pop metal si rivela vincente in ognuna delle sue sfaccettature, oltre che personale e per nulla stantio: è l’elemento  che, più di tutti, rende Permission to Land una piccola gemma. Del resto, con ogni brano che ha la sua personalità ben precisa, tanta sostanza e alcuni pezzi che pur nella loro “commercialità” a oggi intrattengono alla grande, non poteva essere altrimenti!

Black Shuck comincia subito con un riffage classico che richiama parecchio gli AC/DC: è una norma che spunta spesso nel pezzo, specie sotto ai ritornelli. Scanzonati al cento percento, sono corredati al meglio da Justin Hawkins col suo falsetto molto “glam” che li rende anche più particolari e sbarazzini, oltre ad aiutarli a colpire al massimo. Il cantante gigioneggia però anche in strofe meno allegre: sono quasi crepuscolari ma si uniscono bene col resto, in un dualismo che per contrasto fa emergere al meglio la bontà di entrambe le anime. Chiude un quadro molto semplice una parte centrale particolare, istrionica e caotica: non dà però fastidio, anzi è divertente e chiude alla grande un’apertura col botto per l’album! Dopo un inizio come questo, già di grande energia, i britannici accelerano ancora per Get Your Hands Off My Woman che dopo un espanso intro con la sezione ritmica e vaghi echi di chitarra oscura esplode. Ci ritroviamo allora in un pezzo riottoso e furibondo, sleaze con un forte retrogusto punk e metal, che la potenziano ancora meglio. Anche in questo caso, è una norma che torna nei ritornelli, catchy ma al tempo stesso con una rabbia palpabile e una potenza davvero notevole. Anche il resto però non scherza: per quanto più calme, le strofe sono abbastanza nervose, e anche il falsetto di Hawkins voga nella stessa direzione; ottimi anche i bridge, obliqui, quadrati e metallici, ma con persino un vago accenno grunge. Chiude il quadro la parte centrale, che riprende prima l’avvio e poi presenta un assolo semplice e ancora di influenza punk. È un coronamento eccezionale per un pezzo di potenza e cattiveria grandiosa, che coinvolge in maniera splendida: ne risulta insomma un altro dei picchi di Permission to Land! Dopo un paio di brani del genere, saggiamente i The Darkness piazzano Growing on Me: non si può definire una ballad, vista che l’elettricità resta sempre in scena, ma almeno i toni sono più calmi. Un inizio molto melodico, poi la traccia si potenzia un po’, per strofe rocciose ma anche con una certa delicatezza e una bella solarità. È la stessa che attraversa le armonizzazioni dei soffici bridge per poi sfogarsi a pieno nei ritornelli, di base abbastanza pesanti, ma liberatori e di una dolcezza soffice e sentita, in un dualismo davvero ben riuscito. Un assolo iper-classico al centro, che ricorda ancora gli anni ottanta, completa il quadro di un pezzo davvero semplice ma avvolgente, non al livello dell’uno-due precedente ma nemmeno troppo lontano!

Arriva ora il turno di I Believe in a Thing Called Love: è uno dei pezzi più famosi degli inglesi, e non è merito soltanto del singolo e del relativo video, che passavano così spesso su MTV all’epoca. Abbiamo un brano che fin dall’avvio fa della classicità e della semplicità la sua bandiera, il che però funziona benissimo. Da strofe davvero spoglie, senza fronzoli ma incalzanti, la progressione ci conduce a brevi bridge catturanti che salgono fino a ritornelli catchy al massimo, nell’allegra frenesia del frontman e nella potenza delle ritmiche. Ottimi anche i piccoli arrangiamenti presenti qua e là, che rendono il tutto più vario: tra di essi spiccano i piccoli assoli posti qua e là e quello lungo al centro, oppure il finale che li incrocia con delle belle ritmiche. Sono tutti dettagli ben riusciti di una canzone semplice, persino  stupida sotto certi punti di vista, ma eccezionale in fatto di intrattenimento: non solo spicca, ma è anche tra le migliori del disco. È quindi il turno di Love Is Only a Feeling, brano celebre più o meno per gli stessi motivi di I Believe in a Thing Call Love. Ma le similitudini finiscono qui: sin dal malinconico assolo con cui parte, si sente che i toni spensierati della precedente sono spariti. Ora abbiamo una traccia molto mogia, una semi-ballata che entra nel vivo con strofe molto tranquille, denotate da un bel tappeto di arpeggi (di quello che sembra addirittura un mandolino), molto delicato: possono sembrare calme ma nascondono un certo pathos. È quello che esplode con forza nei chorus, potenti e infelici, con una sofferenza ben evocata dalle trame di chitarra dei due Hawkins e dal falsetto di Justin,  qui senza connotazioni ironiche: riesce così a trasmettere la giusta intensità. È in pratica tutto qui: a parte qualche altro abbellimento di chitarra e di tastiera – e un breve finale che riprende le strofe – non c’è altro in una canzone semplice ma di gran impatto, che ancora una volta non sfigura tra i picchi assoluti di Permission to Land! Nella successiva Givin’ Up, i The Darkness omaggiano di nuovo gli AC/DC: lo si sente sin dal riff iniziale, circolare e che deve molto alla band dei fratelli Young. È un impostazione che contagia sia le strofe, che lo riprendono quasi uguale, sia i ritornelli, resi dal batterista Ed Graham cadenzati e particolari, ma lo stesso catturanti, sia i bridge, leggermente più aperti e che fanno da semplice raccordo. L’unico momento che se ne distacca è la parte centrale, che con la sua solarità e i suoi accordi dilatati ricorda molto l’hard anni ottanta. Non c’è in pratica altro da dire su una canzone semplice e che scorre in fretta: non sarà al livello dei pezzi migliori del disco, ma svolge al meglio il suo compito di divertire l’ascoltatore.

Stuck in a Rut entra in scena senza pause con la precedente, ma se ne distacca in maniera sensibile: la sua norma principale è di basso profilo, crepuscolare e quasi misterioso. Poi però l’energia comincia a salire per bridge animati e frenetici, fino a sfociare in refrain non rapidissimi ma di gran impatto. Entrambe le parti funzionano abbastanza bene, ma forse al tutto manca quella scintilla che ha reso grandioso tutto ciò che abbiamo sentito fin’ora; lo stesso discorso vale per la parte centrale, lunga e dalle molte sfaccettature. Ne risulta perciò il pezzo più anonimo di Permission to Land, seppur in fondo voglia dire poco: è lo stesso divertente, e di sicuro sfigurerebbe meno in un lavoro di livello più basso. Con la seguente Friday Night i The Darkness abbandonano in parte l’hard per qualcosa più da rock classico: lo si sente subito dalla falsariga con copiose chitarre pulite come base, mentre la distorsione è poco presente. Ma il risultato cambia poco: le melodie suonano sempre divertenti, sia nelle strofe, delicate e soffici sia soprattutto nei semplici chorus, che si stampano con facilità in mente. Buona anche la seconda metà, in cui il brano si addensa: spuntano lievi cori, ma soprattutto il lead di chitarra dei fratelli Hawkins in duetto con la voce di Justin. È un’altra bell’elemento per un pezzo davvero semplice e breve, ma col giusto impatto. Arriva quindi Love on the Rocks With No Ice: il suo intro bluesy dà quasi l’idea di voler continuare sulla falsariga precedente, ma poi la potenza ritorna. È un’anima dualistica che si ripresenta in seguito: le strofe sono di norma frazioni di potente e quadrato rock duro, con anche un retrogusto metal più che accennato, ma ogni tanto le pulsioni blues tornano e la rendono più armoniose e sensuali. Anche i refrain sono rocciosi, ma l’atmosfera è ancora leziosa, grazie a un riffage che avvolge più che graffiare e alla voce del solito Hawkins. I passaggi migliori sono però quelli solistici al centro e nel finale: sono caldi, focosi, e colpiscono alla grande con la loro potenza e la patina vintage che li ricopre. Nel complesso, abbiamo un pezzo che non stanca mai nei suoi quasi sei minuti, il migliore di questa seconda metà; e anche in generale, non è lontanissimo dai picchi di Permission to Land. Quest’ultimo è ormai alla fine, e per l’occasione i The Darkness cambia ancora verso con Holding My Own, forse l’unica vera ballad di Permission to Land. Come da copione, si scambiano strofe coi soliti arpeggi calmi e rilassati – ma nascondono una forte malinconia – e ritornelli più duri che ne mantengono e accentuano ancor di più il mood. La formula è di una classicità estrema, addirittura scolastica, ma i britannici riescono lo stesso a renderla interessante: merito di un pathos reale, palpabile, che avvolge l’intera traccia, fino ad arrivare al finale, una breve coda con suoni di qualcuno che piange. Il risultato è un ottimo pezzo: non sarà tra i migliori del disco ma è più che adatto al compito di chiuderlo.

Per concludere, Permission to Land non è probabilmente tra i migliori album hard rock di tutti i tempi: forse lo sarebbe stato con una seconda metà degna della prima, ma coi se e coi ma non si va da nessuna parte. E poi in fondo non importa: nonostante il suo difetto, è lo stesso un piccolo capolavoro nel suo genere, di sicuro molto superiore alla media del revival che i The Darkness hanno contribuito a lanciare. Certo, forse non è un album per tutti, anzi: chi nella musica cerca profondità, atmosfere intense o ricercatezza di sicuro non può che odiarlo, come chi cerca la seriosità a tutti i costi o chi non ama sonorità “commerciali”. Se però quello che vuoi sono quaranta minuti scarsi di divertimento e spensieratezza e sei disposto ad ascoltare i britannici con mentalità aperta e senza pregiudizi, allora corri a recuperarlo!

Voto: 93/100


Mattia

Tracklist:

  1. Black Shuck – 03:22
  2. Get Your Hands Off My Woman – 02:47
  3. Growing on Me – 03:31
  4. I Believe in a Thing Called Love – 03:36
  5. Love Is Only a Feeling – 04:20
  6. Givin’ Up – 03:34
  7. Stuck in a Rut – 03:18
  8. Friday Night – 02:56
  9. Love on the Rocks With No Ice – 05:57
  10. Holding My Own – 04:57

Durata totale: 38:20

Lineup:

  • Justin Hawkins – voce, chitarra, synth e pianoforte
  • Daniel Hawkins – chitarra
  • Frankie Poullain – basso
  • Ed Graham – batteria

Genere: hard rock
Sottogenere: hair/pop metal

Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei The Darkness

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