Visionoir – The Waving Flame of Oblivion (2017)

Per chi ha fretta:
Nonostante la gestazione lunga quasi vent’anni, The Waving Flame of Oblivion (2017), primo full-lenght di Visionoir – progetto del musicista friulano Alessandro Sicur –suona spontaneo e interessante. Il suo progressive metal, semi-strumentale (se non fosse per i campionamenti parlati con voci di poeti) è fresco e originale: merito delle tante influenze, specie quelle dalla musica elettronica che lo fanno sforare spesso nell’avant-garde. Il punto di forza migliore di questa musica è la cura dell’atmosfera, espansa, psichedelica e piena di sfumature; anche dal punto di vista musicale, però, il tutto è maturo e curato molto bene. Sono questi i punti di forza di una scaletta di alto livello, ben rappresentata da picchi grandiosi come la misteriosa Distant Karma, la movimentata 7even, la ricercata Shadowplay e la bonus track spaziale Godspeed Radio Galaxy in chiusura. E se un paio di pezzi meno belli e qualche sbavatura gli tolgono il capolavoro, non è un gran problema: The Waving Flame of Oblivion è un ottimo album, apprezzabile da ogni fan del progressive e del metal più complesso e sperimentale.

La recensione completa:
Personalmente, non sono un grandissimo fan del progressive metal strumentale, anzi. Per quello che ho ascoltato del genere, mi sembra che spesso questo tipo di esperimenti siano soltanto esercizi di stile, suonati alla perfezione ma vuoti. Sono pieni di tecnicismi abbastanza fini a sé stessi e hanno poco da dare dal punto di vista di melodia, atmosfera ed emozioni: in generale, alle loro spalle come c’è solo la volontà di mostrare la propria bravura e la propria tecnica, invece che una vera pulsione artistica. Ma non bisogna fare di tutta l’erba un fascio: c’è anche chi suona prog strumentale (o qualcosa di simile) e ha davvero qualcosa da dire, come nel caso di Visionoir. One-man band del polistrumentista friulano Alessandro Sicur, è nata addirittura nel 1998: proprio quell’anno vide l’uscita del primo demo Through the Inner Gate. Per varie ragioni, però, dopo l’esordio per anni del progetto non si sentì più parlare. Ma Sicur non aveva lasciato perdere: con lentezza, ha continuato a comporre per il suo progetto fino al 2015, anno in cui ha rielaborato il tutto e gli ha dato una forma definitiva. È così che, il 23 ottobre scorso, ha visto la luce il primo full-lenght a nome Visionoir, intitolato The Waving Flame of Oblivion: un album per cui valeva la pena aspettare quasi vent’anni! Parliamo di un disco molto interessante, a partire dallo stile: di base è un progressive metal un po’ sui generis, che va a pescare da molte fonti. Lo spettro di influenze va dal gothic al doom, passando anche per l’heavy e per qualche influsso estremo. Ma le venature non si limitano solo al metal: quella principale di Visionoir è la musica elettronica, ben presente in ogni traccia di The Waving Flame of Oblivion; tuttavia, sono presenti tanti altri spunti, che fanno sforare il progetto di Sicur nell’avant-garde. È insomma un genere molto personale e originale, grazie anche ad alcune peculiarità: per esempio, pur essendo quasi del tutto strumentale, la musica dell’album è arricchita a tratti da campionamenti in cui a parlare sono alcuni grandi poeti del novecento. Ma il particolare che colpisce di più in The Waving Flame of Oblivion è l’atmosfera: è espansa, psichedelica, e ha tantissime sfumature, congegnate e incastrate da Sicur per essere avvolgenti al massimo. Ma anche dal punto di vista delle strutture il suo sforzo è stato imponente: nonostante la sua grande complessità, l’album è sempre musicale e mai fine a sé stesso. In generale, il progetto Visionoir brilla stupisce per la sua maturità e la sua spontaneità, davvero stupefacente se si considera che spesso gli album che hanno avuto una gestazione così lunga ne mancano del tutto. E se ogni tanto la musica un po’ si perde e qualche pezzo è meno bello, The Waving Flame of Oblivion resta lo stesso un’esperienza sonora splendida, avvolgente, di alta qualità, che riesce addirittura a sfiorare il capolavoro!

Dopo un breve intro gestito da una tastiera lenta malinconica, Distant Karma comincia subito ad appesantirsi con ritmiche di vago retrogusto doom. Ma è appunto soltanto il preludio: presto la traccia diventa più estroversa e veloce, con un riffage roccioso su cui Sicur mostra il suo tipico lavoro di elettronica, che rende il tutto più dilatato e atmosferico – in accoppiata anche con un bel solo melodico. Ma un certo alone di mistero non è scomparso: è sempre in sottofondo, e a tratti ritorna, specie quando la musica rallenta e si fa più eterea e soffice. Passaggi di questo tipo si aprono spesso su una base più pesante, a tratti davvero dinamica, altrove invece più lenta ma sempre di buona potenza. Il tutto è mescolato in un affresco strumentale molto tortuoso ma sempre avvolgente e senza mai l’ombra di uno spigolo: i suoi cinque minuti scarsi volano, senza nemmeno troppa difficoltà d’ascolto, nonostante la complessità. Sono questi i fattori che rendono questo primo brano eccezionale, un apertura col botto per The Waving Flame of Oblivion! È quindi il turno di The Hollow Men, prima traccia col parlato – in particolare di Thomas Stearn Elliot, che recita la poesia omonima. Anche a livello musicale siamo su coordinate diverse: all’inizio c’è un organo che ricorda da lontano l’horror metal, e pian piano ne esce fuori un pezzo denso e nostalgico, con un influenza doom stavolta più che vaga. Questa base non è però destinata a a mantenersi uguale a sé stessa: se i temi musicali non cambiano poi di tanto, pian piano il mastermind la porta a crescere in potenza e in vorticosità, finché non diventa una cavalcata rapida e incalzante. Ma la malinconia iniziale non è sparita: è sempre presente nel florilegio di melodie della chitarra e della tastiera, e accompagna il tutto finché, poco dopo metà, la musica non si spegne. Abbiamo allora una breve frazione ancora misteriosa, con un velo di pathos, che però man mano si dirada finché la musica non diventa rutilante ed estroversa. È un passaggio energico ma disimpegnato e con persino qualche influenza dall’hard rock anni settanta – specie per quanto riguarda il ritorno dell’organo – che poi però man mano si fa sempre più dissonante, ma senza dar fastidio. È anzi il gran finale di un’altra traccia buonissima, non tra le migliori del disco ma nemmeno troppo lontana!

Sin dall’inizio, 7even scorre placida, calma, con un sottofondo rarefatto in cui a tratti la chitarra distorta sparisce. Su questo sfondo, si stagliano ancora i giochi e le melodie della chitarra e dei synth di Sicur, sempre in divenire, ma senza mai spezzare la calma generale. Ciò accade soltanto al centro, dove la traccia diventa un vortice a metà tra progressive, rock, punk e alternative, tutti mescolati in qualcosa di energia davvero grandiosa. È uno sfogo di gran livello che dura poco, per poi spegnersi pian piano in una coda che ricorda l’inizio, ma in maniera più crepuscolare e malinconica. Nel complesso, abbiamo un episodio breve ma splendido, un altro dei picchi assoluti di The Waving Flame of Oblivion! La successiva The Discouraging Doctrine of Chances comincia con una melodia di tastiera dissonante e quasi lacrimosa, che presto si sposa con un lead di chitarra sottile e quasi fantascientifico. Ma questa norma non è destinata a durare: all’improvviso la musica esplode con un’evoluzione quadrata, granitica, dal piglio metal moderno ma che non suona né aggressiva né cupe, anzi appare quasi serena. Le due anime del pezzo si alternano diverse volte, con parecchie variazioni da una parte e dall’altra che stavolta non ne modificano l’essenza. Solo poco prima di metà la direzione cambia in qualcosa di più ossessivo e cupo, con un riffage martellante che sostiene dissonanze e fuzz elettronici, per un effetto stridente che però si integra bene nel contesto. Questa frazione comincia a oscillare tra momenti più vorticosi e potenti, di influsso addirittura groove, e altri invece più aperti, malinconici, in una progressione che però funziona a meraviglia. È una parte che avvolge bene anche quando pian piano cominciano a penetrare tastiere ambient: sono proprio queste a prendere il sopravvento nel finale sotto alla voce di Ezra Pound (che ha guidato l’intero pezzo recitando la seconda parte del suo poema “Hugh Selwyn Mauberley”). È una buona controparte per un pezzo non eccezionale, ma gradevole al punto giusto!

Shadowplay ha un titolo che la descrive molto bene: sin dall’inizio, qui Sicur tende quasi a nascondersi. Per un lungo tratto, abbiamo un pezzo delicato, ricercato, calmo, guidato dai giri di chitarra e di tastiera che disegnano uno scenario malinconico ed etereo, a tratti quasi spaziale. Questa è la base della frazione iniziale e anche di quella finale, ma al centro prende vita qualcosa di più dinamico: ancora con melodie sognanti che le danno una forte espressività e una malinconia notevoli, ha però anche una certa potenza.  È un dualismo presente quasi sempre, tranne nei momenti più disimpegnati che spuntano qua e là e citano l’hard ‘n’ heavy: anch’essi sono però ben inseriti nel pezzo, e non stonano nonostante la diversità. Abbiamo perciò un’altra grande traccia, poco lontana dai picchi di The Waving Flame of Oblivion! Anche Electro-Choc comincia molto tranquilla, nostalgica, con la chitarra in lead che disegna lente pennellate, molto avvolgenti sotto al parlato (stavolta del regista Antonin Artaud e alla sua denuncia radiofonica “Aliènation et magie noir”). La stessa aurea si conserva quando poi il pezzo entra nel vivo, lontano e cosmico, con una base dal vago retrogusto funk su cui a farla da padrone è una tastiera elettronica di stampo new age, che la rende il momento migliore del pezzo. Ma come da norma di Visionoir, non è un’essenza destinata a durare: stavolta, si alternano con momenti lenti ma possenti, in cui torna fuori l’influenza doom del progetto, in accoppiata con echi che lo rendono profondo e intenso. Le due parti si alternano varie volte e cambiano spesso coordinate: in special modo la prima a volte è rarefatta e riprende in parte l’anima iniziale, altrove invece diventa anche più eterea e psichedelica. In ogni caso, di nuovo tutte le variazioni si incastrano molto bene: abbiamo un altro pezzo ottimo! Sin dall’inizio, Coldwaves – che giunge ora – cerca di essere calorosa e avvolgente, col pianoforte in bella vista sopra a un tappeto di tastiere e chitarre che l’accompagnano. Stavolta però la magia non è la stessa sentita fin’ora: le melodie non incidono come sempre, suonano anzi anonime, poco espressive. Neanche dal lato della potenza e dell’atmosfera va meglio: entrambe sono discrete ma non riescono a entrare in mente più di tanto, come se al tutto mancasse il giusto mordente. Fanno eccezione solo quei pochi momenti più malinconici come la frazione centrale, di tono negativo e per questo più calda, d’effetto. Per il resto, abbiamo un pezzo che scorre piacevole, ma non lascia una gran traccia dietro di sé, il che lo relega a essere il peggiore dell’intero album!

A Few More Steps comincia in una maniera quasi barocca, con orchestrazioni che sembrano quasi brillanti: poi però il tutto diviene più malinconico. Comincia da qui una lunga progressione che seppur abbia le sue variazioni, stavolta è molto lineare: la base rimane sempre un lead nostalgico e lacrimevole, che ricorda molto il gothic metal. A tratti si presenta spoglia, mentre altrove intervengono tastiere delicate che le danno un tocco di intimismo in più, le orchestrazioni iniziali oppure la voce (stavolta del poeta gallese Dylan Thomas, che recita la sua “Lament”). Anche in questo caso è la norma che domina all’inizio e alla fine: al centro c’è invece spazio per qualcosa di più obliquo e progressivo, in cui echi elettronici lontani a volte dominano in solitaria, per qualcosa di alienante e vuoto. Di solito però sono ospitati sopra a un ritmo ossessivo di basso e chitarra acustica, che dà al tutto un tono ancor più bizzarro. È un passaggio di ottima qualità per una traccia ancora non eccezionale, ma tutto sommato buona e piacevole: non sfigura neppure in un album così. È però un’altra storia con Godspeed Radio Galaxy, traccia bonus finale che non sembra tale. Abbiamo sin dall’inizio qualcosa di riflessivo e oscuro: la norma principale è costituita da un riffage semplice e dal groove discreto, accoppiato però a dei cori e a delle tastiere che lo rendono espanso. Questa parte si alterna spesso con momenti anche più intimisti ed espressivi, in cui spuntano assoli di tastiera di nuovo spaziali e a tratti anche dei bei fraseggi di pianoforte. Su entrambi le parti escono fuori a tratti dei campionamenti con comunicazioni originali della NASA, che riportano all’esplorazione spaziale nei suoi anni epici e alle grandi imprese umane sulla Luna. In tutto questo, sono presenti diverse variazioni, che a volte portano il pezzo ad accelerare, e in altri frangenti ad ammorbidirsi: di base però, lo stesso dualismo rimane senza grandi scossoni. Non è assolutamente un problema: già i piccoli cambi d’arrangiamento e la progressione scongiurano il rischio noia, che infatti non sopraggiunge mai nei quasi undici minuti del pezzo. Soprattutto, però, c’è un’atmosfera sempre avvolgente, penetrante, che evoca un emozione forte e dalle mille sfaccettature: a volte è malinconica, altrove addirittura epica (specie nella seconda metà). È questo il vero punto di forza di un brano splendido in ogni suo passaggio: l’unica cosa che mi lascia perplesso la scelta di relegarla a mera bonus track, visto che è al livello del meglio dell’album che chiude!

Alla fine di questi cinquanta minuti, forse un po’ di amaro in bocca rimane: senza quel paio di pezzi meno belli e qualche altro difettuccio, The Waving Flame of Oblivion poteva essere un capolavoro. Ma a parte questo, c’è  poco di cui essere tristi: abbiamo pur sempre un album ottimo, pieno di bei pezzi, di cui ci si può di gran lunga accontentare. Certo, dall’altra parte c’è da dire che non è un prodotto per tutti i palati, anzi: la sua complessità, sia a livello musicale che di atmosfera sono poco adatte a chi dal metal pretende soprattutto immediatezza. Se però i generi più sperimentali ti piacciono, e soprattutto se sei stufo dei soliti gruppi progressive tutta tecnica e zero emozioni, allora ti devi fiondare di corsa sul progetto Visionoir!

Voto: 87/100

 
Mattia

Tracklist:

  1. Distant Karma – 04:47
  2. The Hollow Men -04:53
  3. 7even – 03:49
  4. The Discouraging Doctrine of Chances – 06:09
  5. Shadowplay – 03:42
  6. Electro-Choc – 05:15
  7. Coldwaves – 04:48
  8. A Few More Steps – 06:38
  9. Godspeed Radio Galaxy (bonus track) – 10:53
Durata totale: 50:54 
Lineup:

  • Alessandro Sicur – tutti gli strumenti
Genere: avant-garde/progressive metal
Sottogenere: electronic progressive metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook di Visionoir

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