Sirenia – The 13th Floor (2009)

Per chi ha fretta:
The 13th Floor (2009), quarto album dei norvegesi Sirenia, è un lavoro carino, nonostante i suoi tanti difetti. Oltre a una registrazione perfetta ma un po’ fredda, soprattutto pecca di una relativa mancanza di ispirazione: questo lo porta a essere molto “di maniera” e a una certa omogeneità tra le varie canzoni. Ciò a sua volta fa sì che la scaletta manchi di hit: solo la malinconica opener The Path To Decay, la catchy Lost in Life e in parte la corale closer-track Sirens of the Seven Seas spiccano, le altre non ci riescono – per quanto la media sia buona. Sommando pregi e difetti, The 13th Floor è un lavoro non grandioso – certo non quanto i migliori della band di Morten Veland: si rivela però buono e godibile, specie per chi ama il gothic metal sinfonico con voce femminile.

La recensione completa:
“Leaderismo”: un neologismo che indica la fiducia totale infusa in un uomo forte, a cui si vorrebbe dare virtualmente ogni potere. Di solito è un termine che si usa in ambito politico (per esempio, è una tendenza che negli ultimi anni si è affermata in Italia), ma anche nella musica è un fenomeno noto, e non da poco. Nel metal sono sempre esistite band con un uomo solo al comando che le gestisce, a volte persino con modi dittatoriali: andiamo dai Maiden con Steve Harris ai proverbiali Megadeth con Dave Mustaine. In questa categoria rientrano alla grande anche i Sirenia: fondati da Morten Veland nel 2001, subito dopo la sua partenza per divergenze musicali dai Tristania, sono in pratica quasi una one-man band, visto che è lo stesso musicista norvegese a suonare tutti gli strumenti. Questo da un lato non gli ha impedito di diventare un nome di punta del gothic metal sinfonico con voce femminile al pari della “band madre”, e non è stata nemmeno una questione di fortuna o di luce riflessa. Al contrario, i primi due album At Sixes and Sevens (2002) e An Elixir for Existence (2004) sono ricordati dai fan come capolavori del genere. Poi però l’ispirazione di Veland cominciò a calare, e così anche la qualità dei dischi dei Sirenia: colpa forse di un po’ di confusione, forse dell’eccessiva volatilità della lineup, forse proprio del troppo ego del musicista norvegese. Arrivarono così album meno ispirati come Nine Destinies and a Downfall (2007) e poi, due anni dopo, il quarto The 13th Floor: proprio di quest’ultimo parliamo oggi. Si tratta di un lavoro, appunto, non ispirato quanto i migliori episodi nella carriera dei Sirenia: in primis, il classico gothic metal della band norvegese, malinconico e sinfonico, suona un po’ spento e poco convinto, oltre che molto di maniera. Soprattutto, però, è un album che soffre dei difetti tipici del metal moderno: la sua scaletta è abbastanza omogenea, e di conseguenza mancano le giuste hit. Se la media generale è buona, solo un paio di pezzi spiccano, mentre gli altri non riescono ad avere una personalità così spinta. In più, The 13th Floor pecca anche sotto il punto di vista della registrazione: come tutte le produzioni Nuclear Blast del periodo, è perfetta, nitida, ma un po’ fredda e plasticosa. Non tutto è da buttare, certo: come già detto, per quanto non brilli molte delle sue tracce sono buone, e in più qualche spunto buono aiuta a togliere ai Sirenia una certa patina di anonimato. Per esempio, ottima è la scelta di Ailyn: quarta cantante al quarto album, non stupisce però che sia rimasta nella band per otto anni (il che la rende a ora il membro con la più lunga permanenza nei Sirenia), vista la sua bella voce, più sottile di quella tipica ma fascinosa. In generale, The 13th Floor non è un brutto album: è almeno un passo sopra alla media e si rivela di buona qualità, per quanto a causa dei suoi limiti perda di gran lunga il confronto con gli album migliori della band norvegese.

Si parte da un breve intro elettronico, espanso e malinconico, da cui The Path to Decay emerge pian piano, fino a raggiungere una norma potente e quasi trionfante, grazie alle orchestrazioni di Veland ben in vista. È il punto di partenza di una progressione che alterna con semplicità strofe spoglie e crepuscolari, con le lievi tastiere sinfoniche sotto alla voce di Ailyn, e i refrain più pieni. Lo sono sia dal punto di vista musicale che da quello emotivo, coi tanti fraseggi e la voce della cantante che contribuiscono a una forte malinconia, desolata e possente. Sono il momento migliore del pezzo, ma anche il resto non è da meno: funzionano sia la falsariga di base, sia i momenti strumentali che riprendono l’inizio, sia la frazione centrale, divisa a metà tra pulsioni più estreme e un assolo semplice ma adatto alla situazione. Abbiamo insomma un pezzo elementare ma di altissima qualità, che apre The 13th Floor alla grande: non è un caso se è stata designata come il singolo di lancio dell’album! Ma forse come scelta sarebbe stata addirittura meglio Lost in Life, che arriva ora: sin dall’intro, prima col pianoforte e poi col violino dell’ospite Stéphanie Valentin, mette in mostra una melodia di facile presa e di gran fascino. È la stessa che fa da base a ritornelli più pieni, vitali e liberatori, con la voce di Ailyn suadente e quasi bambinesca in primo piano che aiuta l’effetto generale, delicato e avvolgente, oltre che catchy all’estremo. Contribuiscono a lanciarli alla grande strofe più vuote, con il basso di Veland come unico strumento sopra alla batteria programmata: sono adatte a sostenere la delicata voce della frontwoman, per un effetto ricercato e soffice. Completa il quadro una frazione di centro in principio corale, ma che poi riprende il tema musicale di base con un assolo nostalgico. È quanto basta a coronare un brano breve e semplice, quasi banale, ma di impatto straordinario: con la precedente, forma un uno-due pazzesco, che a questo punto fa quasi pensare che l’album possa rivelarsi un capolavoro. Purtroppo, a riportarci sulla terra giunge ora The Mind Maelstrom, che parte da dei cori possenti, quasi oscuri, ossessivi. Questi si muovono in solitaria all’inizio, e accompagnano la musica anche quando si potenzia e diventa energica, cupa. È una delle due anime del pezzo insieme a una molto più soffice, con la voce della cantante sopra a un violino prima, e poi sopra a una base leggermente più potente ma sempre espansa. È una base decente ma che non colpisce, come del resto l’altra: il problema principale del pezzo è però la differenza tra le due, che non si sposano bene tra loro. Una frazione centrale rabbiosa, col growl di Veland e influenze quasi death non aiuta, anzi mette ancora più carne al fuoco: ne risulta un pezzo anonimo, senza infamia né lode, che semplicemente passa senza lasciare traccia.

Per fortuna, a questo punto a risollevare The 13th Floor giunge The Seventh Summer. Sin dall’avvio con l’arpa e gli archi, crea un effetto dolce ed elegante che non scema nemmeno quando questa base si sposa con una base metal espansa, a tratti quasi doom. È la stessa che sorregge le strofe, in cui Ailyn duetta con le orchestrazioni e il pianoforte in maniera molto distesa e tranquilla. Ma le cose sono destinate a cambiare: quasi senza preavviso, spuntano refrain in cui la calma si perde, sostituita da un pathos forte, lacrimevole, evocate dalla cantante e una base graffiante, che colpiscono dritto al cuore. Stavolta inoltre la differenza tra le due parti è un valore aggiunto, le rafforza entrambe: merito anche delle poche ma importanti variazioni che spuntano a tratti, come i cori che danno al tutto un’impostazione ancor più teatrale. Neanche una prima metà della sezione centrale un po’ fuori luogo, con ancora influenze estreme che qui c’entrano poco, in fondo dà troppo fastidio – ma la seconda, delicata e malinconica, è molto meglio. Il risultato finale è un pezzo che non fa gridare al miracolo ma si rivela buono e avvolgente al punto giusto. La successiva Beyond Life’s Scenery presenta sin dall’inizio un riffage calmo e malinconico, con un retrogusto melodeath più che vago. È una frazione destinata a tornare lungo il pezzo: si trova in mezzo a strofe invece delicate, col basso di Veland in bella vista – solo a tratti sostenuto dalla chitarra – e chorus invece esplosivi, grintosi e molto catchy, in cui la cantante duetta con dei bei cori. È un’alternanza abbastanza semplice, che si ferma solo davanti a un passaggio centrale più strano: all’inizio è misterioso, quasi lugubre, ma pian piano torna alla dolcezza del resto, per quanto sia malinconica, e poi alla potenza iniziale. È un bel complemento per una traccia di buonissima qualità, nemmeno troppo lontana dal duo di partenza! È ora il turno di The Lucid Door: esordisce con il riffage di Veland orientato verso il gothic classico, come del resto lo è lo sviluppo successivo. Abbiamo un pezzo diviso tra strofe più tranquille, con vaghi arpeggi di chitarra e la voce delicata Ailyn su una base sottotraccia, e ritornelli ancora una volta con più mordente, pieni e malinconici, oltre che catturanti. Buona anche la parte vorticosa e rabbiosa al centro, di chiaro trademark Sirenia, col growl del mastermind e ritmiche potenti – coadiuvate però dalle solite tastiere sinfoniche, che gli danno un tocco di profondità in più. Nel complesso, abbiamo un episodio che segue la stessa formula già sentita fin’ora spesso in The 13th Floor , ma per merito della sua cura per le melodie risulta lo stesso di alta qualità.

Led Astray parte da un intro elettronico per poi divenire movimentata e graffiante, con ritmiche non troppo aggressive ma di discreta energia. Sono le stesse che poi collegano strofe ancora molto calme a ritornelli più rutilanti, con una bella nostalgia creata dalla voce della cantante, dalle orchestrazioni e dai fraseggi di pianoforte. Entrambe le parti sono di buona qualità, ma sanno ormai un po’ di già sentito: se questo non rovina il risultato troppo, fa in modo che esploda meno di quanto sia nel suo potenziale. Lo stesso discorso vale per la parte centrale: divisa a metà tra un momento corale e uno strumentale quasi lirico, incide discretamente con l’atmosfera ma non rende quanto potrebbe. Anche così, resta una bella traccia, ma rimane il dubbio che in un album diverso, o con più variabilità, potesse essere valorizzata meglio. A questo punto, quando l’album sembra ormai scivolato verso l’anonimato, Winterborn 77 presenta un briciolo di novità. Merito della tastiera quasi col suono di un organo: interviene ogni tanto e dà al tutto un tono misterioso, e in accoppiata coi solenni cori ricorda da lontano persino i primi Rhapsody. Il resto della traccia è invece più classico, con strofe espanse e sottotraccia, guidate dalle orchestrazioni e da Ailyn, mentre la chitarra arriva solo a punteggiare il tutto. Questa parte ci conduce poi a refrain catchy e avvolgenti di norma, anche se ogni tanto la frontwoman forza un po’ con la voce e l’effetto un po’ stridente – il che rappresenta la pecca maggiore del pezzo. La solita parte centrale corale e solenne a cui i Sirenia ci hanno abituato completa i quadro di una traccia che descrive benissimo pregi e difetti di The 13th Floor: è buona, ma si sente che c’è qualcosa che stona e non gli consente di raggiungere l’eccellenza. A questo punto, nella scaletta c’è rimasto spazio solo per Sirens of the Seven Seas, che comincia in maniera ancora molto classica, con la tradizionale impostazione ondeggiate e nervosa del gothic. Si capisce ancora meglio che qualcosa è diverso quando entra in scena l’ospite Jan Kenneth Barkved (già ospite in diverse tracce di At Sixes and Sevens): è la sua voce a guidare il pezzo. In più, anche l’alternanza è un po’ diversa: le strofe sono sempre tranquille, ma hanno un accenno vintage, senza troppe orchestrazioni e con una tastiera che riecheggia quasi il gothic rock e l’alternative degli anni ottanta. Questa norma cresce poi verso strofe in cui l’anima dei norvegesi torna in ritornelli corali, molto catturanti e d’impatto. Forse il passaggio più rilevante è però quello centrale, diviso in due parti: la prima guarda ancora al melodeath, con una norma molto malinconica su cui spunta a tratti il growl di Veland. Ma toccata un apice, la frenesia si spegne in una frazione delicata e tranquilla, quasi di tono progressive con le sue chitarre e le influenze folk, in cui si risente per l’unica volta la voce di Ailyn. Parliamo insomma di un momento di puro splendore per un brano di ottima qualità, forse l’unici nell’album che chiude a potersi confrontare, seppur non del tutto alla pari, col duo d’apertura!

Per concludere, The 13th Floor è tutt’altro che un lavoro memorabile, e risulta ben lontano dai migliori dei Sirenia; tuttavia, si rivela un album godibile, che svolge bene il compito per cui è stato realizzato. È proprio questo che troverai se ti piace il gothic metal sinfonico con voce femminile: un lavoro un po’ di maniera e non troppo ispirato, ma che sa quale corde toccare per intrattenerti a dovere. Se insomma non cerchi il capolavoro a tutti i costi, te lo consiglio.

Voto: 78/100

Mattia

Tracklist:

  1. The Path to Decay – 04:19
  2. Lost in Life – 03:14
  3. The Mind Maelstrom – 04:50
  4. The Sevenht Summer – 05:24
  5. Beyond Life’s Scenery – 04:35
  6. The Lucid Door – 04:51
  7. Led Astray – 04:37
  8. Winterborn 77 – 05:36
  9. Sirens of the Seven Seas – 05:12

Durata totale: 42:38

Lineup:

  • Ailyn – voce
  • Morten Veland – voce (harsh), chitarra, basso, tastiera, drum programming
  • Stéphanie Valentin – violino (guest)

Genere: gothic metal
Sottogenere: symphonic gothic metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Sirenia

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