Manach Seherath – Timeless Tales (2018)

Per chi ha fretta:
Timeless Tales (2018), full-lenght d’esordio dei napoletani Manach Seherath, è un album non del tutto soddisfacente. Da un lato, il loro genere è lo stesso heavy metal sinfonico già sentito in Demo (2013): si è arricchito di una componente più power, ma per il resto la sua originalità e i suoi spunti di personalità sono rimasti. Tuttavia, rispetto al demo la band non è riuscita a crescere a sufficienza: in primis la registrazione, per quanto migliorata, è ancora abbastanza approssimativa. Ma il problema principale è la composizione: specie nei pezzi nuovi, presenta diverse ingenuità e molti cliché, che smorzano specie i pezzi nuovi. Anche per questo, la scaletta manca di hit: oltre ai tre brani che componevano Demo (Arti Manthano, Timeless e All in All), solo Chasing the Beast riesce a spiccare al suo interno. Questo in fondo non inficia troppo il risultato finale, anche per merito del talento del gruppo: alla fine Timeless Tales si rivela un album discreto e piacevole, seppur mi rimanga l’idea che i Manach Seherath possano dare di più!

La recensione completa:

Mi è già capitato, in passato, di avere a che fare coi napoletani Manach Seherath. Nel novembre del 2015 avevo recensito il loro primo Demo: un lavoro con diverse pecche ma anche originale e con un ottimo potenziale. Da allora sono passati quasi due anni e mezzo, ma la band è riuscita solo in parte a crescere in questo periodo, come dimostra il primo full-lenght Timeless Tales, uscito autoprodotto lo scorso gennaio. Da un lato, il potenziale dei Manach Seherath non è sparito, a cominciare dallo stile: i napoletani suonano sempre un originale mix tra un heavy metal sui generis e musica sinfonica, con giusto una componente power un po’ più spinta e qualche influsso progressive in più. Anche gli spunti di originalità sono gli stessi: per esempio, la componente sinfonica è sempre un accompagnamento atmosferico e oscuro, e non rende la musica dei Manach Seherath pomposa come quella di tanti altri gruppi symphonic. Lo stesso si può dire della voce di Mich Crown: col suo tono sguaiato (ma adatto al suono del gruppo) è molto distante dal frontman tipico del genere. Purtroppo però l’originalità da sola non basta: Timeless Tales soffre di parecchi difetti, ereditati in parte dal passato. Quello che si nota da subito è la registrazione: se è migliorata un po’ da Demo, è ancora piatta, secca, poco incisiva. In generale, è un po’ approssimativa, e sembra più adatta a un promo che a un full-lenght: il risultato è che i Manach Seherath non riescono a valorizzare a pieno né la potenza ritmica né l’atmosfera che evocano. Ma forse il problema più castrante per Timeless Tales è la composizione, specie per quanto riguarda i pezzi nuovi: sono tutti piacevoli ma risultano un po’ anonimi, non riescono a incidere quanto dovrebbero. Colpa anche di una presenza di cliché più spinta che in passato: spesso molte delle nuove melodie sono più che classiche, e suonano un po’ trite, vanificando anche lo sforzo dei Manach Seherath per avere una personalità. In generale, Timeless Tales è un album ancora acerbo e con diverse ingenuità: non è insufficiente perché il talento dei campani è sempre discreto – anzi per lunghi tratti è almeno piacevole – ma sono convinto che potesse essere molto meglio.

Nonostante la totale assenza di qualsiasi influsso metal, l’iniziale The Waters of Acheron illustra bene le intenzioni atmosferiche dei Manach Seherath. È un intro sinfonico, ma non di quelli classici: è molto lento, tranquillo, pieno di effetti ambientali e di sussurri che si alternano con placide orchestrazioni e con la melodia del flauto. È insomma un punto di partenza lungo ma adatto, prima che The Cursed Collector esploda all’improvviso, non potente ma frenetica, col suo attacco di infusso prog, intricato e zigzagante. Suggestioni del genere tornano anche quando, dopo una frazione atmosferica, la traccia entra nel vivo con strofe cadenzate, non dispare ma con una formula stop ‘n’ go che le rende oblique, grazie anche al cantato profondo e solenne di Crown. L’evoluzione porta però la norma a qualcosa di più diretto e veloce, a metà tra power e addirittura un lieve retrogusto black – non so se per il suono lo-fi o per scelta dei campani – che però non stona.  È questa progressione a introdurre ritornelli veloci e semplici, non troppo catchy ma piacevoli con la loro impostazione classica e scarna, quasi da speed metal. All’interno del pezzo, c’è anche spazio per qualche stacco più oscuro e nascosto, sottotraccia, che divide le varie parti tra loro: di norma sono brevi, anche se sulla tre quarti si sviluppa in un bel’assolo, molto valido. E se ogni tanto il pezzo è un po’ troppo schematico – il che le fa perdere qualcosa, specie vista i suoi lunghi sei minuti di durata – in fondo non è un problema: abbiamo lo stesso una buonissima apertura. La successiva Swords in the Mist comincia subito veloce e incalzante, col doppio pedale di Carlo Chiappella in bella vista su cui però si staglia qualcosa di molto atmosferico, dominato dalle tastiere sinfoniche di Cyrion Faith. È una base che si divide tra momenti più vorticosi e preoccupati ma sempre con i synth in bella vista, e altri più aperti, che fanno trapelare una bella vena di sentimento, a metà tra nostalgia ed epicità. È lo stesso effetto che dopo uno stacco cinematografico torna con forza nei refrain: molto più calmi, guidati da placide tastiere, sono calmi, evocativi, eleganti. Non sono affatto male, ma purtroppo dopo una progressione simile stonano un po’: spezzano il dinamismo precedente, e in generale sembrano non integrarsi del tutto nel resto. Non è un problema così grosso: anche così l’insieme funziona e alla fine risulta piacevole, grazie anche alle poche variazioni – tra cui brilla ancora l’assolo centrale di Gianluca Gagliardi, classico ma di alto livello. Abbiamo insomma un brano discreto, ma probabilmente senza il suo difetto – con, per esempio, ritornelli più esplosivi – avrebbe reso molto meglio.

Chasing the Beast parte da un lungo intro in cui ululati e una voce sintetica si incrociano con una base metal lenta, calma, con qualche suggestione dal doom più melodico. Poi però i campani pestano sull’acceleratore: un interludio di raccordo, e poi ci ritroviamo in strofe veloci, ancora di indirizzo power ma al tempo stesso ricercate, malinconiche, con sempre le orchestrazioni al centro. Questa falsariga raggiunge un apice di intensità, ma poi si apre in refrain molto tranquille, in questo caso dolci, quasi da ballad, con un pathos soffice e caldo al centro. Stavolta però l’accoppiata non stona: la connessione emotiva tra le due parti tiene bene insieme il tutto anche a dispetto della differenza, e lo spigolo quasi non si sente. Buone anche le poche variazioni presenti, dai brevi momenti in cui la musica accelera al sognante assolo al centro, di nuovo un valore aggiunto per il complesso. Ne risulta un pezzo ottimo, che scorre veloce nonostante i quasi sei minuti e mezzo di durata: è insomma uno dei picchi assoluti di Timeless Tales! Arriva quindi il turno di un mini-concept tematico, intitolato “The Legend of a Heart”, diviso in due parti: la prima, Asleep, inizia veloce e ossessiva. Dà quasi l’idea di voler essere come i pezzi precedenti, ma stavolta i Manach Seherath stupiscono l’ascoltatore rallentando. È l’inizio di una progressione che alterna momenti più tesi ma sempre molto melodici e tristi, e altri che invece si aprono, con l’entrata di arpeggi distorti ma docili, che esprimono una discreta profondità emotiva. Proprio questi ultimi però a tratti vengono portati avanti troppo a lungo e risultano un po’ prolissi; meglio va invece con l’altra anima del pezzo, sempre ben impostata e dotata delle giuste variazioni, che scongiurano il rischio noia. Buona anche la frazione centrale, che nonostante qualche ingenuità ogni tanto, anche stavolta risulta avvolgente, coi suoi passaggi atmosferici e il duello tra il piano di Faith e la chitarra di Gagliardi. Ne risulta un episodio a due velocità, che unite insieme formano un qualcosa di discreto, a tratti anche molto godibile, ma non eccezionale. Dopo un inizio lento ed espanso, la seguente Restless si mostra subito dinamica e veloce, con un ritmo e melodie che sono un cliché per quanto riguarda il power, ma che almeno per ora non danno fastidio. Lo stesso discorso vale per le strofe, che a parte la voce profonda di Crown ricordano qualcosa degli Stratovarius o dei Labÿrinth, ma colpiscono bene con la loro malinconia. Purtroppo, non si può dire lo stesso dei chorus: la melodia riporta fin troppo al power classico, e risultano abbastanza banali, per quanto la loro base non sia nemmeno malaccio. È lo stesso in fondo anche per il brano in generale: è piacevole, carino, nonostante il pesante senso di già sentito che aleggia ovunque. Abbiamo insomma un episodio discreto ma un po’ anonimo, che dopo l’ascolto non lascia una grande traccia di sé.

A questo punto di Timeless Tales, è arrivato il turno del trio di canzoni che componeva il demo, ri-registrato e unito qui nella “A Timeless Trilogy”. Un lungo intro misterioso, con solo un carillon e dei sussurri, poi Arti Manthano entra nel vivo lenta, potente, sognante, con un ottimo sposalizio tra sinfonia e metal. Ma è ancora il prologo: quando si parte davvero, diventa ossessiva e sognante, anche più rarefatta e atmosferica che in precedenza. Guadagnano parecchio anche i ritornelli: più lenti del resto, hanno però un’aura che colpisce bene –più di quanto facesse in passato. Il dualismo avanza a lungo, lasciando spazio solo al centro per un buon passaggio strumentale, diviso a metà tra passaggi più leggeri e il solito assolo di qualità, per poi confluire in una frazione di tre quarti quasi drammatica, che col suo pathos porta il tutto alla fine. Il risultato è un pezzo di alto livello, nonché quello che ha guadagnato di più dal restyling: era il peggiore del demo, qui invece è addirittura poco distante dai picchi del disco! Timeless entra quindi in scena cupa e lenta, con orchestrazioni davvero avvolgenti sopra a una base strisciante di chitarra: sono le stesse che si propagano quando il tutto sembra entra nel vivo, lento e quasi doomy. Presto però la norma diviene più vorticosa, col doppio pedale di Chiappella a reggere una base più frenetica. È un crescendo che sale, passando per momenti più oscuri e ancora dalle influenze doom , tratti gestiti dalle orchestrazioni e altri spezzettati, in cui tutte le suggestioni si mescolano a una base prog, fino ad arrivare ai chorus. Questi ultimi sono incalzanti al massimo: nonostante la differenza con la vecchia versione, hanno una bella tensione. La stessa evoluzione si ripete più volte nel corso del brano, con giuste poche variazioni: come al solito, brilla in particolare l’assolo finale, semplice e molto classico, ma ben fatto. È il sigillo migliore su una traccia ottima, uno dei picchi di TImeless Tales! Un avvio sinfonico, quasi solenne (ma senza rinunciare a una certa malinconia), poi la conclusiva All in All dà quasi l’illusione di voler entrare in scena come un pezzo power. Ma è una falsa partenza: presto i Manach Seherath virano su una falsariga più sognante ed espansa, col frontman teatrale, quasi lirico, su una base crepuscolare ma quasi serena, non fosse per la forte dose di nostalgia che si cela tra le righe. Quest’ultima torna fuori con forza nei ritornelli, sognanti e disillusi, che colpiscono ancora alla grande nonostante il suono meno atmosferico rispetto al demo gli tolga un pelo. Ottima anche la frazione centrale, divisa a metà tra pulsioni da heavy melodico e un assolo neoclassico, che riporta alla nuova anima power dei napoletani. Molto buona è anche la frazione finale, in cui ancora una volta la malinconia si sprigiona in qualcosa di espanso, con le orchestrazioni in bella vista. È il finale più adatto a un pezzo ottimo: nonostante perda qualcosa rispetto alla vecchia versione, è lo stesso ottima, la migliore dell’album che chiude con la precedente e Chasing the Beast!

Per concludere, il potenziale che avevo riscontrato nei Manach Seherath con Demo non è sparito, anzi è ancora presente e a sprazzi si può sentire anche qui. Tuttavia, i napoletani devono svilupparlo meglio, crescere e risolvere i loro problemi in futuro: per ora Timeless Tales è un album più che decente e con qualche bella zampata, ma da un gruppo così ci si deve aspettare di più. Per questo, da un lato se ti piace il metal sinfonico e vuoi ascoltare qualcosa di originale te lo consiglio: di sicuro ti troverai tra le mani un dischetto senza troppe pretese ma tutto sommato piacevole. Ma dall’altro, aspetto i campani al varco, con la speranza che riescano a crescere e a sfruttare a pieno i loro mezzi nel prossimo futuro!

Voto: 69/100

 
Mattia
Tracklist:

  1. The Waters of Acheron – 02:07
  2. The Cursed Collector – 05:58
  3. Swords in the Mist – 04:31
  4. Chasing the Beast – 06:27
  5. Asleep: the Legend of a Heart pt.1 – 05:46
  6. Restless: the Legend of a Heart pt. 2- 05:09
  7. Arti Mantthano: a Timeless Trilogy pt. 1 – 06:13
  8. Timeless: a Timeless Trilogy pt. 2 – 05:09
  9. All in All: a Timeless Trilogy pt. 3 – 06:26
Durata totale: 47:46
Lineup:

  • Mich Crown -voce
  • Gianluca Gagliardi – chitarra
  • Cyrion Faith – tastiera
  • Lukas Blacksmith – basso
  • Carlo Chiappella – batteria
Genere: heavy/power metal
Sottogenere: symphonic metal

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