Apostle of Solitude – From Gold to Ash (2018)

Per chi ha fretta:
From Gold to Ash (2018), quarto full-lenght degli americani Apostle of Solitude, è un lavoro non memorabile ma molto interessante. Il genere del quartetto dell’Indiana è un doom metal classico, ma con venature che vanno dall’epic allo stoner: è un genere non derivativo, ma che ogni tanto cade in qualche cliché. Insieme all’omogeneità, è il piccolo difetto di un disco che però per il resto incide molto bene, specie per quanto riguarda la sua atmosfera, fangosa, desolata e malinconica. È ciò che si sente bene in ottimi pezzi come la veloce opener strumentale Overlord, la lancinante Ruination Be Thy Name, l’evocativa Keeping the Lighthouse e l’intensa Grey Farewell. E così, nonostante tutto From Gold to Ash si rivela un buonissimo album, che può piacere a tutti i fan del doom metal!

La recensione completa:
Dall’oro alla cenere: bastano solo queste quattro parole per evocare nella mente un senso di sconfitta, di desolazione, di malinconia, quello del tempo che passa e delle civiltà che crollano. È proprio per questo che è un titolo davvero molto azzeccato, visto il suono, e le sensazioni evocate, per From Gold to Ash, quarto full-lenght degli Apostle of Solitude, uscito lo scorso 23 febbraio grazie a Cruz del Sur Music. A livello musicale, quello che si può sentire al suo interno è lo stesse doom metal che ha permesso a questo quartetto di Indianapolis di raggiungere una certa fama, almeno tra gli appassionati del genere. È un suono un po’ sui generis, orientato sul doom classico – si rifà soprattutto a Pentagram e Saint Vitus – ma senza voler rimanere per forza ancorato ai suoi canoni. Al contrario, nel suono degli Apostle of Solitude si possono trovare influenze dallo stoner doom che si è sviluppato negli anni novanta e a tratti persino alcune venature epic doom. Il tutto è ben mescolato in un suono  piacevole, seppur a volte pecchi di una certa mancanza di personalità nelle soluzioni musicali. Per quanto non siano derivativi, ogni tanto gli Apostle of Solitude cadono in qualche cliché, il che è il principale difetto del lavoro insieme a un po’ di omogeneità interna. Ma in fondo, non è un gran problema: anche così From Gold to Ash resta un album avvolgente, che riesce a colpire soprattutto con la sua atmosfera. Come già accennato, lungo tutta la sua durata si respira un’aria malsana, fangosa, desolata, malinconica: è proprio questo a consentire agli Apostle of Solitude di aggiungere un altro buonissimo episodio alla propria discografia.

La opener Overlord mostra subito i muscoli: è cupa e possente sin dall’inizio, e dopo qualche secondo si stabilizza su una norma veloce, vorticosa. Il ritmo del batterista Corey Webb non è velocissimo ma incalzante, e il riffage al di sopra è macinante e spesso di gran potenza. Ma al di sopra spuntano a tratti anche delle melodie sempre abbastanza sinistre; in generale, è l’intero lavoro dei chitarristi Chuck Brown e Steve Janiak a risultare splendido, e a impreziosire il brano in ogni momento. Ciò accade in special modo nei passaggi lievemente meno tirati che appaiono qua e là, che però aiutano la traccia a respirare bene, ma anche il resto ne beneficia. Corredano il tutto qualche sporadico grugnito e un urlo – il che rappresenta l’intera componente vocale di un pezzo per il resto del tutto strumentale – e una struttura che si evolve piano verso una norma più lenta e possente. È quanto basta per una canzone semplice e breve, a metà tra un intro e un brano vero e proprio, ma non per questo di scarsa qualità, anzi. E pur essendo in fondo un “falso preludio”, visto che in seguito lo stesso dinamismo non si sentirà più, abbiamo lo stesso una grande partenza, da annoverare addirittura tra il meglio del disco che apre! Ruination Be Thy Name mostra quindi la vera faccia di From Gold to Ash: il ritmo è lento, ondeggiante, e il riffage al di sopra è dilatato, rarefatto, per evocare più una forte desolazione che impatto. Ciò accade in special modo nelle lunghe progressioni strumentali che punteggiano la traccia e nelle strofe, non leggere ma depresse, espanse, con la voce del frontman che aggiunge un tocco di drammaticità. La potenza torna invece nei ritornelli, ossessivi e con una grinta maggiore, grazie soprattutto a un riffage di gran forza e al drummer, che lo trascina con un tempo molto incalzante. Sono il momento che più spicca nel pezzo, ma anche il resto non è da sottovalutare: la norma funziona, come anche la frazione centrale (unica variazione qui dentro), un passaggio soft con la chitarra pulita sotto alla voce seguito da un bell’assolo. Ne risulta un bell’affresco, che compensa la relativa mancanza di mordente col giusto coefficiente di pathos, e questo gli consente di spiccare: abbiamo così un ottimo episodio, nonché uno dei picchi in assoluto dell’album!

Autumn Moon non è niente più che un minuto e mezzo delicato, con in evidenza due chitarre acustiche che si incrociano coi loro arpeggi, in principio dolci per poi assumere però una sfumatura oscura. Non sarà un brano significativo al massimo, ma è un ottimo intro per Keeping the Lighthouse, che arriva a ruota ed entra subito in scena lenta e cupa, ma al tempo stesso quasi sofferente, con una forte malinconia. Il riff di base, circolare e potente, si sente spesso lungo il pezzo, a volte più spoglio (come per esempio sotto ai ritornelli) altrove invece doppiato dalla chitarra in lead, per un effetto che ricorda quasi i Solstice. Sono orientati verso l’epic doom anche le strofe: lente allo stesso modo, più spoglie ma sempre solenni e cupe, riportano molto alla versione più cadenzata e tombale del genere. Per buona parte della sua durata, il pezzo si divide in queste due frazioni: fa eccezione solo la parte centrale, che rielabora le suggestioni del resto in qualcosa di ancora cupo, ma più espanso – specie per quanto riguarda la vuota coda, con solo le percussioni di Webb. È un buon raccordo per la ripresa di un nuovo chorus, anche più nostalgico e fangoso, che conclude alla grande un ottimo pezzo, poco distante dal meglio di From Gold to Ash! Con la successiva My Heart Is Leaving Here, stavolta gli Apostle of Solitude se la prendono con calma: parte da un preludio rilassato, con una calma chitarra pulita, molto mogia. Solo dopo poco meno di un minuto esplode un monolite doom lento, quasi catacombale, ma molto fragoroso e dissonante all’inizio. Di media le strofe sono più tranquille, con un riffage strisciante ma sottotraccia su cui la voce di Brown si snoda, lamentosa ma mai sopra le righe. C’è però spazio, qua e là per qualche stacco di notevole potenza: che presenti il controcanto o sia in solitaria, la sua potenza è notevole. Il tutto è impostato come una processione quasi funerea che procede molto a lungo: solo al centro si arresta, per brevi frazioni più melodiche o che addirittura si spengono in qualcosa di pulito ed echeggiato. È un insieme avvolgente di norma, grazie all’atmosfera cupa e desolata che serpeggia ovunque, ma stavolta senza scossoni: i passaggi che si susseguono sono un po’ anonimi, anche per colpa del ritmo, sempre lento, e di qualche cliché di troppo. Giusto particolari come il bell’assolo di chitarra poco prima della fine, lo stacco calmo sulla tre-quarti o il finale ancor più rallentato ci riescono davvero. Per il resto, abbiamo un pezzo lungo quasi dieci minuti abbastanza piacevole, che colpisce con la sua oscurità a tratti, ma scorre senza lasciare grande traccia: è questo a renderlo il picco negativo del disco.

Un breve preludio della batteria di Webb, poi Monochrome (Discontent) entra in scena lentissima, con un riffage doom molto espanso, quasi da funeral. È la base anche delle strofe, in cui entra la voce del frontman, a volte in solitaria, ma più spesso raddoppiata: aggiunge al tutto un tocco di depressione calda, avvilita. Stavolta però gli Apostle of Solitude scongiurano il rischio noia e prolissità con un crescendo che porta a ritornelli più animati, in cui la tensione sale e si fa più drammatica, potente. Contribuisce allo stesso compito anche la parte centrale: la sua impostazione è la stessa del resto, ma le ritmiche della coppia Brown/Janiak  si fanno più maschie, grintose, e poi il ritmo accelera, per qualcosa di semplice, quasi banale, ma che sa coinvolgere al giusto. Buona anche la parte seguente, con cui gli americani ci stupiscono: è lievissima, con all’inizio solo una chitarra pulita che echeggia nel vuoto, raggiunta poi da un assolo acido e dal placido basso di Mike Naish. È il preludio alla ripresa del metal, ma diverso dal passato: se la lentezza è la stessa, il riff ora è melodico, lacrimevole, afflitto, e avvolge bene nella propria profondità emotiva a dispetto della forte ripetitività. È insomma un gran finale per una traccia non eccezionale ma più che discreta, che in From Gold to Ash non sfigura. È però un’altra storia con Grey Farewell, brano finale che all’inizio sembra ricalcare il sentiero già tracciato dalle due precedenti, con il suo riff etereo, rarefatto, e di gran lentezza che lo rende quasi lugubre. Poi però la musica svolta su qualcosa di più movimentato, un mid tempo per nulla dinamico ma con una sua solennità, ben evocata da ritmiche melodiche ma crepuscolari, ben aiutate dal frontman. È una falsariga avvolgente ma un po’ sottotraccia: stavolta però gli Apostle of Solitude la alternano oltre che con ritorni di fiamma dell’inizio, con alcune accelerazioni, specie nella seconda metà. Abbiamo allora un panorama più veloce e in cui il dolore viene fuori con più forza, libero finalmente di fluire attraverso gli assoli di Brown e Janiak e i saliscendi tra momenti più intensi e altri lacrimevoli che gli americani alternano in questa seconda frazione. È insomma una gran conclusione, molto carica a livello sentimentale, che chiude benissimo una traccia che anche per il resto è ottima, poco distante dai picchi del lavoro a cui mette la parola fine!

Per concludere, From Gold to Ash non è un album memorabile, né di sicuro quello che cambierà la storia del doom metal. È però un gran bell’ascolto, quasi tre quarti d’ora di oscurità, fango, malinconia e riff grassi che possono piacere a ogni fan del genere. Del resto, se tu lo sei forse conoscerai gli Apostle of Solitude, o forse no: in entrambi i casi, però, questo album ti è consigliato, come un buon punto di partenza per scoprirli o come un nuovo episodio che confermerà la loro validità!

Voto: 80/100

Mattia

Tracklist:

  1. Overlord – 03:43
  2. Ruination Be Thy Name – 06:37
  3. Autumn Moon – 01:29
  4. Keeping the Lighthouse – 06:23
  5. My Heart Is Leaving Here – 09:57
  6. Monochrome (Discontent) – 07:39
  7. Grey Farewell – 07:44

Durata totale: 43:32

Lineup:

  • Chuck Brown – voce e chitarra
  • Steve Janiak – voce e chitarra
  • Mike Naish – basso
  • Corey Webb – batteria

Genere: doom metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Apostle of Solitude

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