Crimson Glory – Transcendence (1988)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONETranscendence (1988) è il secondo storico album dei Crimson Glory.
GENEREUn heavy metal ricercato, venato di power e in parte anche di progressive.
PUNTI DI FORZAUno stile elegante, che mantiene un grande equilibrio tra potenza e melodia. Un songwriting ispiratissimo, perfetto, tantissime canzoni splendide, ognuna con la sua personalità, l’assenza di qualsiasi momento meno che eccezionale.
PUNTI DEBOLI– 
CANZONI MIGLIORILady of Winter (ascolta), Painted Skies (ascolta), Masque of the Red Death (ascolta), Lonely (ascolta), Eternal World (ascolta), Transcendence (ascolta)
CONCLUSIONITranscendence è perfetto e senza sbavature, uno dei più grandi album heavy metal degli anni ottanta!
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VOTO FINALE
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Di sicuro, incidere un album che sia un capolavoro non è facile: ci vogliono tante idee, un livello di songwriting molto sopra alla media, una certa originalità e soprattutto il giusto talento. Sono elementi che non tutti hanno, ma d’altra parte non sono nemmeno così rari: per quanto sia solo una frazione del totale, ogni anno escono decine di capolavori, già solo limitatamente al metal. Molto più rari sono invece gli album che vanno oltre e raggiungono la perfezione: per questo, il solo talento e le idee non bastano. Oltre a un pizzico di fortuna, serve qualcosa di più, qualcosa di impalpabile che si potrebbe definire come “magia”: quella che si stabilisce in una band in un dato momento della sua storia, ed è molto difficile da replicare. È qualcosa che molti, moltissimi non raggiungono mai, ma ogni tanto nella storia la scintilla scocca: ne è un esempio perfetto Transcendence dei Crimson Glory. Uscito due anni dopo l’esordio omonimo, un album ottimo ma un po’ acerbo, lo surclassa sotto ogni punto di vista, in primis il genere. Se già in Crimson Glory i floridiani mascherati esprimevano un heavy metal ricercato, in Transcendence spinge ancor di più in quest direzione: il loro è un heavy metal di classe, molto elegante, melodico ma senza lasciar da parte la giusta potenza. Merito anche delle influenze presenti, provenienti soprattutto da quello che oggi è il moderno power metal; contribuiscono però anche alcune inflessioni prog, che ne abbelliscono la sostanza. Soprattutto, però, il grande merito dei Crimson Glory è nelle idee musicali: Transcendence è un album non solo ben scritto, sfaccettato e molto equilibrato tra le sue varie influenze, ma è ispiratissimo. Ogni brano ha una sua personalità forte (mai lo spettro dell’omogeneità si aggira sulla scaletta), e riesce a esplodere e a dare molto, in fatto di melodia, potenza, musicalità. Ne risulta un disco senza praticamente sbavature: anche i pezzi meno belli sono comunque di altissimo livello, e in tutta la scaletta non c’è nemmeno un momento morto. È quel che serve a Transcendence per andare oltre il capolavoro: abbiamo un album perfetto al cento percento, nonché uno dei più grandi capolavori dell’heavy metal degli anni ottanta!

Lady of Winter comincia sin dalla prima nota a mostrarci il volto dei Crimson Glory in quest’album: l’avvio è tutto costituito dall’intreccio, intenso e ricercato, delle chitarre di Jon Drenning e Ben Jackson. È una norma che torna a tratti per brevi stacchi e soprattutto nei fraseggi che punteggiano spesso le strofe, per il resto più dirette e senza grandi fronzoli. Si cambia verso anche nei ritornelli: più aperti, malinconici, brillano per la bellezza delle melodie e per la prestazione di Midnight, che da subito si mette in mostra con la sua voce acutissima. Completa il quadro una frazione centrale a tinte crepuscolari, tortuoso e che oscilla da influssi da heavy metal classico ad altre più teatrali e cupe, fino a raggiungere alla fine un momento intricato a tinte progressive. Tutto è però mescolato in una grande traccia, che apre Transcendence col botto! La qualità non cala di una virgola poi con Red Sharks: è il pezzo più celebre in assoluto dei Crimson Glory, e non è difficile capire perché! Sin dall’inizio è nervoso e arcigno, per poi diventare più aperto e malinconico, su una base veloce ma anche di grande atmosfera, che avvolge molto bene. Il dualismo iniziale si ripresenta poi anche quando il tutto entra nel vivo: le strofe sono cupe, rabbiose e frenetiche, con il frontman che quasi ringhia e un riffage di vago influsso thrash, ben sostenuto dal doppio pedale di Dana Burnell. È la stessa base che regge i ritornelli, più liberatori e trionfali grazie alle melodie power e soprattutto ancora a Midnight, che mostra tutta la sua incredibile estensione. Solo ogni tanto la traccia si apre, per dei momenti che riprendono la nostalgia iniziale: anch’essi però si integrano bene in mezzo al resto. Vale lo stesso per la frazione centrale, che dopo un classico duello di chitarre heavy/power, peraltro pregevole, svolta su una frazione strisciante e ossessiva, in cui tra cori ed effetti il cantante dei Crimson Glory tocca vette ipersoniche. Anche questo è un valore aggiunto per un pezzo incredibile, non solo uno dei picchi di Transcendence ma in generale dell’heavy metal americano degli anni ottanta, una perla che chiunque ami questo genere ha ben impressa nel cuore!

Dopo tanta intensità, saggiamente gli americani piazzano Painted Sky, la prima delle tre ballate della scaletta. Ma di sicuro non è il classico lento anni ottanta (o di chi oggi scimmiotta quel periodo), fatta perché sembrava che non se ne potesse fare a meno: sin dall’inizio, il pathos è palpabile, un’intensità più oscura e depressa della media del periodo. È ciò che si ritrova con forza sia nelle strofe, in cui arpeggi cupi ed echeggiati si uniscono alla voce quasi teatrale di Midnight e a volte a lievi tastiere quasi sinfoniche, sia nei refrain, che invece esplodono con più forza. Ma la profondità sentimentale qui si fa ancora più forte: grazie al cantante, quasi straziante, e alle dolci melodie che accolgono la sua voce, il risultato è davvero energico, oltre che catturante. Vale lo stesso anche per la frazione centrale, che tra momenti più laceranti e altri delicati ma infelici allo stesso modo risulta toccante. È la perfetta quadratura di un cerchio eccezionale, che non ha nulla da invidiare al ben più stimato brano precedente! Con Masque of the Red Death torniamo quindi a qualcosa di più frenetico ed heavy: un avvio contorto e cadenzato, poi ne emerge una traccia più lineare e diretta, ma senza lasciar da parte una certa preoccupazione. La si sente soprattutto nelle strofe, incalzanti e di buona potenza, che brillano soprattutto per i fraseggi di chitarra, esotici e quasi orientaleggianti. Di tono diverso sono invece i ritornelli, pieni di melodie di chitarre che però gli danno un tono quasi lugubre, tutto particolare, ben accentuato anche dalla solita prestazione maiuscola del cantante. Ancora di tono diverso è la parte centrale: ha ancora una certa oscurità, ma le melodie di Drenning e Jackson la riempiono di ricercatezza e di una gran bella magia, che le consentono di incidere alla grande. Ancora una volta, è la ciliegina sulla torta di un pezzo meraviglioso: in Transcendence non è tra i migliori (anche se la distanza è minima), ma dà l’idea che in quasi ogni altro album lo sarebbe senza tanti problemi!

Un breve intro che incrocia chitarre pulite e distorte, poi In Dark Places pende sulle seconde, ma senza partire con potenza, anzi. La norma di base è molto melodica, espansa, più che all’impatto punta a evocare un’aura oscura, misteriosa, ancora esotica – il che peraltro ai Crimson Glory riesce alla grande. Merito dell’ossessivo riffage, a tratti con delle venature ancora mediorientali, oltre a presentare brevi echi strani dietro alla voce di Midnight, che danno al tutto un pelo di oscurità in più. Di solito questa falsariga è di basso profilo, crea più atmosfera che altro, ma ogni tanto la band alza il voltaggio, per qualcosa che mantiene lo stesso mistero ma si fa più teso e fragoroso. Possono quasi sembrare i ritornelli, ma poco prima di metà arrivano quelli veri: dopo brevi bridge strani, obliqui e striscianti, si mostrano invece delicati, nostalgici, avvolgenti con il ritorno delle chitarre acustiche iniziali e di una bella tensione emotiva. Come sempre, si rivela ottima anche la frazione centrale, divisa a metà tra una parte che conferma la natura occulta media della canzone e una che si fa anche più oscura ed espansa, con la voce del frontman effettata come le chitarre. Come sempre, è uno dei punti di forza di un’altra traccia di altissimo livello, lunga sette minuti ma mai noiosa, che di sicuro nell’album non sfigura! Con Where Dragons Rule torna quindi l’esplosività tipica dell’heavy metal, anche se lo fa in una maniera strana, con una base ritmica martellante su cui presto trova posto un florilegio di chitarre, per un effetto però obliquo, crepuscolare. La canzone che segue poi è però più spoglia, almeno all’inizio: la base è ossessiva ed energica, diretta al punto, e anche quando sale verso il ritornello, pur diventando più elegante non giungono in scena grandi melodie. Sembra quasi che stavolta gli americani ci abbiano preparato una canzone più lineare e senza scossoni quando invece tutto cambia: al centro, la musica svolta su qualcosa di più cadenzato e strano, espanso e sinistro, coi suoi effetti oscuri che si alternano con le urla di Midnight. Poi però l’anima più melodica e avvolgente torna pian piano alla carica, in principio alternandosi con l’oscurità precedente, ma poi torna la malinconia originale. È il preludio al refrain finale, che assume questa nuova anima e colpisce alla grande. Si rivela il passaggio migliore del pezzo che conclude, ma anche il resto non è da sottovalutare: abbiamo un pezzo a tratti semplice, persino banale, ma fantastico, nemmeno tanto distante dal meglio del disco!

Lonely è il secondo dei singoli estratti da Transcendence (dopo Lady of Winter): anche capire questa scelta non è affatto arduo. Sin dall’inizio, sembra essere una ballad classica, con la voce di Midnight dolce sopra agli arpeggi dolci e malinconici di Jackson e Drenning. Questa norma confluisce dopo un po’ nell’esplosione dei refrain, energici, semplici – più della media dei Crimson Glory –e zuccherosi, ma che colpiscono alla grande coi loro cori. È lo stesso anche per le strofe che prendono il via subito dopo, più animate ma sempre con lo stesso pathos del resto, unito a una bella preoccupazione, che le rende ancora molto orecchiabili. Identico discorso per la parte centrale: ancora elementare, tranquilla, stavolta senza scossoni, riesce però ad avvolgere bene, anche nella sua classicità. Insomma, abbiamo un pezzo molto più lineare e catchy di quanto abbiamo sentito fin’ora: si potrebbe definire addirittura commerciale. Questo però non lo sminuisce, anzi: la classe degli americani è ancora ben presente, e ogni melodia colpisce ancora alla grande, per un risultato ancora eccellente, nemmeno lontano dal meglio del disco! È ora il turno di Burning Bridges: al contrario della precedente, che ne dà solo l’illusione, è una vera semi-ballata, e comincia in una maniera che potrebbe sembrare docile. Pian piano però mostra la sua vera anima, sempre soffice ma più desolata e di tono negativo, con gli arpeggi che si fanno più malinconici. È questa la base su cui si costruiscono strofe molto tranquille e dilatate, ma con un pathos sempre forte, ben evocato dalle chitarre e dalle tastiere atmosferiche alle spalle di Midnight. È una sofferenza sottile, delicata, che solo a tratti si accentua, con scoppi di oscurità notevole. Sono il preludio a ritornelli più elettrici e potenti: possono addirittura sembrare allegri a un ascolto distratto, ma nascondono una gran tristezza, vivida e penetrante. Forse la parte migliore è però quella centrale, che mescola l’anima più potente e quella più espansa del pezzo in un affresco dilatato e malinconico, molto avvolgente, grazie anche alle orchestrazioni che si uniscono agli altri echi in un panorama quasi caotico ma molto avvolgente. Anche il resto non è male, seppur stavolta la scrittura degli americani brilli meno che in passato: ne risulta forse il pezzo meno bello di Transcendence, ma la qualità è sempre elevatissima e di sicuro non rovina la perfezione del resto, anzi vi contribuisce!

Eternal World comincia subito con uno dei suoi temi principali, lento e quasi epico, per poi svoltare però su un pezzo molto più rapido e dinamico. La norma di base, a tinte power metal, incrocia momenti in cui brilla ancora la bravura di Drenning e Jackson in fase solistica e strofe dirette soltanto all’impatto in principio, per poi salire verso qualcosa di più intenso e nervoso. Dopo tutta questa progressione, a sciogliere la tensione arrivano i ritornelli: riprendono l’inizio in una maniera evocativa, liberatoria, e nonostante la differenza col resto esplodono in una maniera incredibile. Pian piano inoltre la musica si evolve in senso più oscuro, fino a raggiungere una parte centrale rutilante, in cui i due chitarristi si mettono in mostra con qualcosa di vorticoso ed eclettico, con anche una nota prog, ma al tempo stesso travolgente. È una bella nota per un altro pezzo splendido, breve ma incisivo: per quanto sottovalutata, per me si colloca addirittura tra i picchi del disco! Siamo ora alle ultime battute: c’è rimasto ormai solo spazio per Transcendence. Comincia anch’essa con un florilegio di chitarre, lento ma ritmato e cupo: dà quasi l’idea di voler dare il là a un pezzo ancora a tinte heavy o power, ma poi i Crimson Glory ci stupiscono ancora. Pochi secondi, poi tutto si spegne in una ballata ricercata e tranquilla, con tanti echi di chitarra molto delicati che si intrecciano sotto alla voce di Midnight. Qua e là, a corredare il tutto ci sono effetti oscuri, profondi, abissali, che però non rovinano il tutto: gli danno anzi una dimensione più crepuscolare, avvolgente, che nel contrasto ci guadagna molto. Lo stesso effetto lo fanno i piccoli fraseggi di chitarra distorta che spuntano qua e là e le poche ma importanti variazioni che a tratti portano il pezzo a farsi più denso o a rarefarsi. Il tutto è impiantato su una struttura non classica, anche difficile da seguire, senza punti di riferimento, a tratti quasi caotica, ma non è un difetto. Il vero punto del complesso è l’atmosfera, che risulta avvolgente, cupa ma al tempo stesso romantica, potente, avvolgente. È il segreto per una traccia che forse non raggiunge la grandezza di Lost Reflections dal disco precedente, ma giusto per poco: è lo stesso splendida e poco lontana dal meglio del disco che chiude!

Trascendentale: sarà banale, ma questo è l’unica definizione possibile per definire Transcendence. Come hai già letto, è un lavoro perfetto, unico, un connubio di potenza, eleganza e melodia incredibile, raro da trovare nel metal, allora come ora: di sicuro, ogni fan dell’heavy anni ottanta di questo nome non può che possederlo. Peccato solo che i Crimson Glory non riusciranno mai a ripeterne i fasti, nemmeno alla lontana, né a portare avanti una carriera decente, vista l’instabilità interna della lineup (basti pensare che il loro ultimo full-lenght risale a quasi vent’anni fa). Ci avrebbero potuto regalare tanti altri capolavori come questo? Difficile – seppur del resto nessuno possa dirlo. Rimane però un certo rammarico, ma in fondo ci si può accontentare: almeno un album immortale la band della Florida ce l’ha regalato. E non è poco.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Lady of Winter04:00
2Red Sharks04:42
3Painted Skies05:16
4Masque of the Red Death04:15
5In Dark Places07:03
6Where Dragons Rule05:07
7Lonely05:18
8Burning Bridges06:32
9Eternal World03:54
10Transcendence04:34
Durata totale: 50:51
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Midnightvoce
Jon Drenningchitarra solista
Ben Jacksonchitarra ritmica
Jeff Lordsbasso
Dana Burnellbatteria
OSPITI
Jim Morrisvoce addizionale
Tom Morrisvoce addizionale
Janelle Sadlerbacking vocals
Lex Macarprogramming, synth
John Zahnerprogramming addizionale
ETICHETTA/E:Roadrunner Records
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