Angor Animi – Cyclothymia (2017)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONECyclothymia (2017) è il full-length d’esordio di Angor Anima, progetto solista dell’attiva musicista abruzzese Kjiel
GENEREUn depressive black metal atmosferico e con forti influenze “post” (vicino a quello della band madre di Kjiel, gli Eyelessight).
PUNTI DI FORZAUno stile avvolgente e interessante, una scaletta quasi sempre piacevole.
PUNTI DEBOLIUn songwriting molto omogeneo, con strutture e costruzioni melodiche simili, un’eccessiva lunghezza, registrazione e mixing di livello non adeguato, pochi pezzi che spiccano.
CANZONI MIGLIORIMelanchomania (ascolta), Cleithrophobia (ascolta), Cyclothymia (ascolta)
CONCLUSIONISommando pregi e difetti, Cyclothymia si rivela un album sufficiente. Ma visto quanto sentito al suo interno resta l’idea che Kjiel possa fare di meglio!
ASCOLTA L’ALBUM SU:Youtube | Bandcamp | Spotify 
ACQUISTA L’ALBUM SU:Bandcamp |  Ebay
SCOPRI IL GRUPPO SU:FacebookBandcamp | Youtube | Spotify | Metal-Archives
VOTO FINALE
Su un massimo di 100
66
COPERTINA
Clicca per aprire

Nel corso di questi lunghi anni, ho avuto già a che fare con la musicista abruzzese Kjiel, e non solo una volta. Sono venuto a contatto con lei nel lontano 2013, quando mi capitò di ascoltare il demo i-i degli Eyelessight – band depressive/post black metal di cui fa parte; negli anni, l’ho poi ritrovata come ospite in diversi altri progetti della vitale scena abruzzese, come L.A.C.K. e Black Faith. Solo di recente, invece, ho potuto scoprire il suo progetto solista, Angor Animi: esiste dal 2014, ma il primo full-length, intitolato Cyclothymia (prende il nome da una forma di sindrome bipolare), risale solo al luglio dello scorso anno. Si tratta di un lavoro in cui Kjiel suona un genere vicino a quello della sua “band madre”: è un depressive black metal caotico e rarefatto con notevoli influssi dalle branche più “post”, forse solo un pelo più atmosferico. Purtroppo, rispetto agli Eyelessight il progetto Angor Animi perde un pochino: colpa di diverse ingenuità e difetti che castrano abbastanza Cyclothymia – pur senza affossarlo del tutto. In primis, parliamo di un lavoro molto omogeneo, in cui si fa fatica a distinguere i brani l’uno dall’altro, e giusto un paio riescono a spiccare: le strutture e le impostazioni melodiche sono più o meno sempre le stesse, le variazioni poche. Ciò è causato anche dalla lunghezza, forse eccessiva: non sono contrario agli album di un’ora, ma per riempirla tutta ed evitare che alla lunga l’attenzione cali, ci vogliono ben più idee di quelle presenti in Cyclothymia – che a mio avviso sarebbe stato migliore tagliando qualche pezzo. In più, il disco è criticabile anche per il suono generale: la registrazione è molto grezza, con chitarre che suonano quasi finte. In fondo questo è un problema trascurabile, ma quello vero è il mixing: con la voce di Kjiel troppo alta e il resto un po’ basso, il complesso perde in atmosfera. È un peccato, in fondo: nonostante tutti i problemi, si sente in queste tracce che il progetto Angor Animi è tutt’altro che scadente. Per esempio, l’atmosfera di Cyclothymia è depressa al punto giusto, drammatica, desolata, molto intensa, e riesce in parte a compensare i suoi problemi, specie in quei pochi pezzi e passaggi che riescono a spiccare. In generale, non è un brutto lavoro: pensò però che Kjiel, visti i suoi mezzi – dimostrati in parte anche qui – potesse andare ben oltre la semplice sufficienza.

Prelude to an End è il classico intro, in cui un mogio arpeggio, flebile e malinconico, accompagnato solo a tratti da lievi tastiere, sostiene un lungo campionamento, preso probabilmente da qualche film drammatico. È un preludio adatto per calare subito l’ascoltatore all’interno del disco, prima che Everlasting Lethargy entri in scena: non lo fa però in maniera diretta, come spesso accade, ma se la prende molto con calma. All’inizio è anche più rarefatta che in passato, con un arpeggio di chitarra post-rock lento e delicato, su cui si incrociano le urla lancinanti di Kjiel, divise tra pulito e uno scream alto, acuto, lacerante. La stessa impostazione vocale si mantiene e si fa anche più densa quando la traccia entra finalmente nel vivo, dopo un minuto e mezzo. Abbiamo allora un vortice tranquillo ma più teso, con un riffage lento e ossessivo che regge scream e cori lontani, puliti, quasi celestiali, per un di sofferenza palpabile, penetrante. Ciò si accentua ancor di più quando la musica si fa più tempestosa, pur accelerando di poco: la carica drammatica sale sempre di più, fino a toccare un picco. A quel punto, il tutto si spegne in una frazione inizialmente molto soffice, con solo il pianoforte e pochi echi ancora “post”. Pian piano però questa base torna a crescere, con l’arrivo in scena della sezione ritmica e di lievi sussurri. Anche ciò è destinato a spegnersi, tuttavia il ritorno del pianoforte in solitaria prelude a un nuovo assalto a tinte black, depresso e cupo come in precedenza, ma con qualche elemento di calore che riecheggia dell’inizio. È un buon finale per una canzone non trascendentale, ma nemmeno scadente, che tutto sommato apre l’album a dovere.

After Years of Brokend Dreams parte da un altro intro triste e tranquillo, con solo gli arpeggi di chitarre pulite, ma dopo poco esplode in un pezzo black metal ossessivo, circolare, espanso. La sua melodia di base è molto classica, ma funziona: merito delle ritmiche di chitarra, confusionarie ma piacevoli, del ritmo lento di Déhà (musicista belga creatore degli Slow, che qui suona da ospite anche chitarra e basso) e della mastermind, che dà al tutto un certo ritmo con le sue urla strazianti. Pian piano, anche stavolta l’intensità e la velocità salgono, in qualcosa di sempre più vorticoso che però in breve esaurisce il suo sfogo. Arriva così in scena un lungo intermezzo morbido, con una chitarra che sarebbe black, se non fosse pulita: l’effetto è un post-rock interessante, originale, e avvolgente. Tuttavia, dopo un po’ viene a noia, vista la lunghezza della frazione: nemmeno le urla di Kjiel servono ad animarla molto. Molto meglio va invece la frazione finale, quando il metal torna a fluire: abbiamo allora un lungo passaggio ancora con un’impostazione classica ma che colpisce con la sua preoccupazione. In generale, il pezzo è a due velocità, ma nonostante il suo difetto risulta discreto. La successiva Melanchomania comincia con la solita chitarra post-rock, in questo caso accompagnata dal pianoforte dell’ospite Maylord (Admarsior, Dark Haunters) che gli dà un tono più ricercato. È un intro lungo un minuto e mezzo, ma che col suo crescendo non dà fastidio: è un buon preludio alla deflagrazione successiva, che ha subito un’aura crepuscolare, preoccupata, drammatica ai massimi livelli. Merito di un riffage profondo, vertiginoso, e delle urla di Kjiel, penetranti e strazianti, che danno al complesso un tocco in più. Anche stavolta, la struttura porta questa norma a modificarsi: una lunga frazione centrale, stavolta molto espansa e quasi delicata, poi anche la parte metal riprende la stessa essenza. Se l’oscurità è ancora forte, le melodie sono più aperte, il che dà alla musica un tono triste ma al tempo stesso sognante, seppur col tempo si aggiunga anche una venatura più cupa, quasi apocalittica, poco prima che il tutto si spenga in un lento outro, ancora col piano. È l’ottimo finale di una traccia buonissima, che soffre meno delle altre dei difetti di Angor Animi, e risulta per questo uno dei picchi di Cyclothymia!

Dopo il solito intro a tinte post-rock, lento e ondeggiante, Cleithrophobia (termine che indica la paura di essere intrappolati) presenta però una novità: in scena c’è la tranquilla voce di HK (compagno di Kjiel negli Eyelessight). È la stessa che, in maniera più agitata, accompagna la mastermind quando il pezzo si fa più animato, per una falsariga avvolgente ma ancora molto espansa e con una sua calma, con forti influssi “post” ben presenti tra le ritmiche ondeggiando di base black. Momenti più potenti e altri più tranquilli si alternano spesso lungo la traccia, con tuttavia una piccola evoluzione nei toni, che pian piano si fanno più depressivi, lacrimosi, drammatici. Questa tendenza va avanti fino alla tre quarti, in cui hanno posto frazioni non troppo veloce ma fragorose, potenti, davvero tormentose, di pathos incredibile. Sono probabilmente il picco assoluto di una traccia che per quanto sia lunga oltre otto minuti e sappia un po’ di già sentito, risulta comunque di buona qualità, e a poca distanza dalla precedente. È ora i turno di Longing My Life Away, che esordisce in maniera un po’ diversa dal solito: stavolta invece della classica chitarra acustica ce n’è una effettata, che disegna un lead caldo e avvolgente sotto al caos delle urla della mastermind. Anche in questo caso, va avanti un po’ troppo a lungo, prima di spegnersi: è il punto in cui parte un pezzo che ne riprende in parte la melodia, specie con quella che sembra una tastiera (ma non ci metterei la mano sul fuoco, tutto è sempre molto distorto), alle spalle di un riffage stavolta macinante. È una base semplice ma che avvolge bene; purtroppo, viene però vanificata dalla scelta di troncare il brano a metà. A questo punto, la traccia propone qualcosa di simile ma più tranquillo, che in questo caso ammoscia un po’ il tutto. Accentua questo problema il fatto che la stessa impostazione si ripeta a lungo, anche quando la falsariga torna a salire ma mantiene lo stesso tema musicale di base: per quanto non sia tremenda, questa parte soffre di prolissità, e alla lunga stufa. Lo stesso vale poi per l’outro, che in maniera più rarefatta propone sempre la stessa minestra: chiude un episodio diviso a metà, che nel complesso risulta senza infamia e senza lode.

Cyclothymia parte dall’ennesimo preludio pulito, stavolta più delicato rispetto a quanto sentito fin’ora, coi sussurri puliti di Kjiel. La stessa natura si mantiene anche in ciò che segue: per quanto sia sempre vorticoso, stavolta il black metal di Angor Animi è ancora più melodico e calmo che in passato, ed esprime un’oscurità calda, accogliente in qualche modo. È proprio questo il filo conduttore del brano: sia i momenti che accelerano e si fanno più avvolgenti, sia quelli in cui il metal si fa da parte per una norma soft, delicata e sognante sono impregnati da quest’aura. Non c’è molto altro da dire di un pezzo che procede per i suoi sei minuti e mezzo in maniera lineare, ma senza grossi scossoni – se non si può considerare tale il finale, a tinte più post-rock ed eteree del resto. Ma non è un problema, anzi: stavolta l’atmosfera colpisce alla grande, e ci regala un altro pezzo di alto livello, il migliore dell’album a cui dà il nome con Melanchomania! L’ennesimo intro pulito – stavolta leggermente più vorticoso che in precedenza, specie con l’effetto post-rock in sottofondo – poi Self-Deception comincia a variare un po’ sui temi già sentiti. Ma il piglio è diverso: stavolta il riff di base è più ritmato, con persino una vaga inflessione punk che non stona però con le melodie depressive. È una norma che torna un paio di volte lungo tutto il pezzo, in alternanza con frazioni soft, anche più melodiche che all’inizio, con lievi echi “post” come guida e la voce di Kjiel pulita. Al contrario, le parti più metalliche si evolvono verso una norma più caotica e intensa: pur mantenendo lo stesso impianto, le urla della mastermind sono profonde, laceranti, e la base aumenta sempre di più di pathos e di drammaticità. Questa tendenza arriva fino al finale, più aperto a in cui domina una malinconia molto depressa, tra la solita melodia circolare e gli echi di voce pulita che spuntano a tratti, e danno al tutto un tocco più calmo e introspettivo. È il sigillo finale per una traccia lunga ma di buona qualità: nonostante soffra a tratti dei difetti di quest’album, non è nemmeno troppo lontana dai suoi picchi. A questo punto, c’è rimasto spazio solo per No Way Out(ro), finale anche abbastanza classico, con il suo pianoforte desolato accompagnato da archi che ne accentuano anche di più l’atmosfera. Non è niente che non si sia già sentito, ma le sue melodie sono belle, e qualche tocco di classe come la tastiera post-rock nella seconda metà, che gli dà un tocco misterioso, lo rendono comunque un finale azzeccato.

Per concludere, Cyclothymia è un lungo viaggio oscuro e avvolgente, quasi sempre piacevole – in quella maniera triste in cui può esserlo il depressive black metal, ovviamente – ma che resta poco in mente, anche dopo ripetuti ascolti. Di sicuro raggiunge la sufficienza, ma non riesce ad andare molto oltre: come già detto all’inizio, questo è un vero peccato. In effetti, i difetti presenti qui sembrano tutti risolvibili, e magari col tempo Kjiel ci riuscirà, senza nemmeno faticare troppo. In ogni caso, per quanto mi riguarda rimane un’artista interessante: continuerò a seguirla fiducioso, nella speranza però che il prossimo album a nome Angor Animi possa essere migliore.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Prelude to an End02:12
2Everlasting Lethargy09:00
3After Years of Broken Dreams07:20
4Melanchomania07:00
5Cleithrophobia08:18
6Longing My Life Away07:15
7Cyclothymia06:35
8Self-Deception09:42
9No Way Out(ro)02:29
Durata totale: 59:51
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Kjielvoce e chitarra
OSPITI
HKvoce
Tenebravoce
Déhàchitarra, basso e batteria
Maylordpianoforte

 

ETICHETTA/E:Talheim Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:la band stessa

Potrebbero interessarti anche...

2 risposte

  1. саье ha detto:

    where can I download flac

  2. Mattia Loroni ha detto:

    I don't know. I can only tell you won't find it here: this is just a review webzine.

Aggiungi il tuo commento