Chasma – Omega Theorian (2014)

Per chi ha fretta:
Come dimostra il loro terzo (e ultimo) album Omega Theorian (2014), pur provenendo dalla Cascadia i Chasma sono un po’ diversi rispetto ai gruppi tipici della zona. Il loro black metal atmosferico è molto più classico e seminale di quello odierno, e solo ogni tanto presenta qualche influenza post-rock o depressive. Questo in parte è alla radice dei loro difetti: la musica del gruppo è molto scarna, incolore, non riesce a evocare molto: colpa di una certa assenza di spunti che si lascino ricordare e anche di una registrazione molto piatta. Fanno eccezione solo Arcane Firebirth, Angelaria e in parte Frozen Paths to Never e Disciplines of an Ancient Aeon: pezzi godibili e di qualità almeno discreta, che tirano su l’album da una insufficienza altrimenti sicura. Omega Theorian però non riesce ad andare molto oltre: è un album piacevole come sottofondo ma nulla più e si rivela ben poco adatto per chi cerca un capolavoro!

La recensione completa:
Sarà forse capitato anche a te: nel fare un ordine Amazon, prendi quelli che vuoi e poi ti ritrovi che il prezzo totale è minore del budget che ti eri prefissato, magari di solo due-tre euro. A quel punto, ci sono due strade: o ti accontenti così, oppure spulci il sito per cercare album da pochi spiccioli per arrotondare. Per quanto mi riguarda, la mia via è sempre la seconda: se non altro, a volte mi ha permesso di trovare qualche buon album – e ovviamente, visto il costo irrisorio, con un alto rapporto qualità/prezzo. È vero però che questa via può farti imbattere in album non proprio grandiosi: è quello che è successo a me, alcuni mesi fa, con i Chasma e il loro terzo album Omega Theorian. Band proveniente da Portland, in Oregon, è nata nel 2008 e nel tempo ha pubblicato una manciata di demo e tre full-length: l’ultimo, di cui parliamo appunto oggi, risale al 2014. Il genere affrontato dagli americani in esso è un black metal atmosferico molto classico e seminale: non ci sono né melodie ricercate, né tastiere, né influssi folk, come nella musica di tanti che come loro vengono dalla zona della Cascadia. Solo in alcune occasione spunta qualche melodia moderna e qualche influsso post-rock o depressive; per il resto, sono soltanto riff circolari, uno scream effettato e poco altro. Proprio questo però è all’origine del difetto principale dei Chasma: Omega Theorian è molto scarno, molto omogeneo, di conseguenza c’è poco che spicchi al suo interno. Ma non è solo una questione stilistica: pochi passaggi restano in mente, e in generale gli americani suonano abbastanza scialbi, freddi – e non in senso buono. Solo alcuni brani riescono a emozionare e a coinvolgere davvero: sono quelli che in effetti salvano Omega Theorian da un’insufficienza altrimenti sicura. Per quanto non siano fastidiosi, e di stridente ci sia poco, gli altri passano  invece senza lasciare grande traccia di sé. Contribuisce al problema una registrazione nemmeno troppo grezza, anzi, ma che risulta piatta, priva di mordente: è come se i Chasma siano stati indecisi se graffiare come nel black tradizionale o andare verso l’atmosfera. È un altro tassello per un album che alla fine la sufficienza la raggiunge, ma non va molto oltre.

Il flusso musicale parte da The Emblazonment, inizio a tinte molto mogie, con una chitarra pulita che si staglia su uno sfondo rarefatto e lontano, per un effetto quasi depressive. Su questa norma si staglia la voce dell’ospite Luz Elena Mendoza, calma e quasi giocosa, pur sposandosi bene con la base. In più, col tempo la componente più distorta prende più corpo, ma mai troppo: il ritmo resta sempre lento e l’atmosfera mogia e sottotraccia. Tutto questo va avanti per due minuti e mezzo: ne risulta un pezzo semplice ma avvolgente, persino uno dei pezzi che spiccano di più in Omega Theorian – per quanto sia solo un mero intro! Tuttavia, è di sicuro più interessante e particolare di Cathedral of Luminaries, che segue e parte da un altro intro, stavolta più black ma con un’aura trattenuta, di attesa. Circa un minuto (anche un pelo prolisso), poi il pezzo vero e proprio entra nel vivo e riprende più o meno lo stesso riff, ma in maniera più diretta e vorticosa, seppur il suono sia molto rarefatto e così è lo scream strozzato (e non bellissimo, c’è da dire) al di sopra. È una base un po’ piatta, poco significativa, ma che resta in scena  non troppo, prima che i Chasma virino su qualcosa di più profondo, più carico emotivamente, con chitarre stridenti che danno al tutto un tono più drammatico. È però uno spunto che si spegne subito: tra momenti  che riprendono il piglio iniziale, altri vorticosi e macinanti, con un vago influsso depressive che però non gli dà una marcia in più, il tutto tende molto a perdersi. Giusto qualche ritorno di fiamma della parte più drammatica precedente – come nel finale – colpisce un po’ l’attenzione: per il resto, abbiamo un pezzo abbastanza prescindibile, che passa senza troppi spigoli ma non lascia una gran traccia di sé. È insomma un’ottima rappresentante dei difetti dell’album che di fatto apre.

Arcane Firebirth comincia più espansa e meno vorticosa della precedente, il che le consente di evocare un po’ di emotività in più, preoccupata, cupa e anche con un certo pathos. Lo stesso resta in scena quando  la musica comincia ad accelerare, fino a ritrovarsi in un vortice che stavolta riesce a colpire, con la sua carica emotiva e atmosferica feroce, ma al tempo stesso profonda. È un’ottima parte: peccato solo che duri poco, prima che il tutto si spenga in una lunga frazione lenta, desolata, con solo la sezione ritmica e la chitarra pulita di Brandon Gordon in scena – oltre a qualche intervento dello scream. Non sarebbe nemmeno tanto male, se non fosse per il fatto che è un po’ troppo lunga e ridondante: solo dopo lunghi minuti torna a crescere e sfocia in una parte metal che però rimane calma. Abbiamo un lungo passaggio espanso, dilatato, a tratti con persino qualche influsso doom, seppur da padrone la facciano i bei fraseggi di chitarra, melodici, avvolgenti e malinconici. È forse il momento migliore di un pezzo che nonostante la frazione centrale si rivela carino, di qualità più che discreta, oltre a spiccare: è insomma uno dei picchi di Omega Theorian! La successiva Frozen Paths to Never comincia veloce e tempestosa al massimo, con un riff di base che si lascia alle spalle la piattezza sentita all’inizio per qualcosa di possente, incisivo, quasi esaltante. È una norma che si ripresenta a tratti, in alternanza con momenti più distesi ma di tono drammatico, spesso con un piglio depressive nelle melodie lacrimevoli e nello scream lancinante. Pian piano questa norma più distesa prende il sopravvento, e comincia a evolversi, fino a spegnersi pian piano in una frazione ancora con la chitarra pulita echeggiata e la sezione ritmica, stavolta molto oscura e tenebrosa. Toccato un apice di calma buia, il tutto torna poi a salire di voltaggio, fino a sfociare in una stranissima frazione: le chitarre sono ancora pulite, quasi malinconiche, con anche influssi post-rock – ma Aaron Schomaker tiene il blast beat e al di sopra lo scream e le melodie sono black al cento percento. È un esperimento particolare e a tratti molto piacevole, seppur ogni tanto sembri un po’ stridente: un finale, insomma, poco soddisfacente per una traccia cominciata così bene. Se infatti nel complesso il pezzo continua a essere buono e risulti appena dietro ai migliori di Omega Theorian, viste le permesse iniziali poteva essere molto meglio!

Da Trapped Beneath the Shining World ricominciano i problemi dei Chasma: si parte da un intro molto espanso, con toni quasi ambient e una desolata chitarra pulita. Non è male come impostazione, ma dura troppo (quasi due minuti) e risulta parecchio ridondante; tuttavia, anche quando finalmente la traccia esplode, non va meglio. Abbiamo un pezzo black metal vorticoso ma molto piatto, un macinare che cerca la ferocia ma lascia abbastanza indifferenti. Gli americani provano a cambiare le carte in tavola per renderle più interessanti, ma non sempre ci riescono: quando il pezzo rallenta, o quando il riffage si fa più graffiante e rutilante, il complesso si fa più piacevole. Non parliamo poi dei momenti più melodici e di carattere quasi epico che spuntano specie nel finale: sono quelli che riescono a farsi ricordare meglio in tutto il pezzo. Dall’altra parte, spesso  passaggi, più stridenti e privi di mordente, che affossano parecchio il brano: non aiuta poi una certa tendenza alla prolissità, che affligge gran parte della sua lunga progressione. Uniamoci anche un po’ di senso di già sentito, con alcuni passaggi simili a quelli già sentiti in precedenza lungo l’album, e i giochi sono fatti. Abbiamo un episodio piacevole ma che non riesce ad andare oltre la sufficienza: siamo insomma più o meno nella media del disco. Anche Disciplines of an Ancient Aeon prende vita da un lungo intro melodico, che però stavolta non annoia. La chitarra che disegna una melodia semplice ma avvolgente, e la sezione ritmica la aiuta pian piano a crescere, quasi come in un rituale: l’aura che si sprigiona è solenne e avvolgente. La stessa melodia si conserva anche quando finalmente il tutto entra nel vivo, non rapidissimo ma debordante, energico: colpisce alla grande nonostante la mancanza di impatto. È sempre lo stesso tema musicale, seppur più nervoso, a far da base quando il brano fugge in blast beat, per una progressione travolgente che stavolta non risulta affatto sterile. Sembra quasi che si debba proseguire così a lungo, quando invece la band svolta su una frazione più lenta e particolare, movimentata ma con un riffage quasi doom. All’inizio è oscillante e di ottima potenza, ma poi il ritmo di colpo scende, con una frazione lenta, funerea, dal vago influsso persino drone. Toccato un apice di lentezza, la musica torna a salire, prima con un momento vorticoso e a tempo di valzer, ossessivo e che sembra quasi voler terminare la traccia in maniera ossessiva. Poi invece spunta una nuova fuga che riporta al black più classico: non è nemmeno tanto male, ma stacca del tutto col resto, e stride come finale. È un difetto che limita un po’ un (non è meglio il?)  pezzo per il resto non malaccio: anche così, risulta poco lontano dal meglio di Omega Theorian.

Angelaria se la prende con molta calma a entrare nel vivo: solo dopo qualche secondo dal fuzz iniziale comincia a emergere una melodia, lugubre e strisciante. È quella che regge la traccia molto a lungo, crescendo di voltaggio, e resta come base ben in vista anche quando il tutto entra nel vivo. Solo dopo qualche minuto i Chasma virano verso una norma vorticosa e possente di quelle già sentite lungo l’album, ma che in questo caso riesce a colpire con la giusta forza. Buona anche la frazione in cui la musica si evolve, vorticosa e dilatata, preoccupata, quasi caotica, tra le cui righe emerge però un vago senso di pathos. È questo il filo conduttore che man mano che la traccia continua, alternando momenti veloci ma di gran melodia e altri più aperti, in una lunga progressione strumentale di ottima qualità, che avvolge molto bene e va avanti per alcuni minuti. Solo quasi verso la fine il suo dinamismo finisce di sfogarsi: il finale è una malinconica frazione, ondeggiante e tranquilla, gestita dal basso di Ryan Whyte che le dà un tocco in più in fatto di profondità emotiva. È un bel finale per una canzone non trascendentale ma di buona qualità: è quanto basta per essere il migliore di quest’album con Arcane Firebirth! A questo punto, in Omega Theorian c’è rimasto spazio soltanto per la conclusiva Hewn by the Hands of Infinity: dà subito l’idea di non essere altro che un lungo outro, in cui dominano gli arpeggi cupi di Gordon, non elegantissimi ma che evocano una bella aura oscura. Pian piano però questa norma sale di voltaggio, finché non ci ritroviamo in un ambiente più distorto: pochi secondi, poi una componente black lugubre prende il sopravvento. Abbiamo una breve progressione, all’inizio nervosa ma non rapidissima; poi invece Schomaker parte in blast beat, per un breve finale rutilante ma al tempo stesso espanso. Non è nemmeno malaccio, se non fosse che il piattume del gruppo entra anche qui, e non solo: soprattutto, a limitarlo è la brevità, visto che dura giusto qualche minuto prima di spegnersi nel vuoto. Il risultato è un pezzo indeciso se voler proseguire e svilupparsi meglio o limitarsi a essere un semplice outro: non un granché, insomma, come finale del disco.

Per concludere, Omega Theorian è un album con pochi spigoli e che scorre bene: come sottofondo per un’ora in cui si fa altro è molto piacevole. Ma non riesce ad andare molto oltre questo: è un album senza infamia e senza lode, in cui solo pochi passaggi e poche canzoni riescono a rimanere in mente, e forse non è un caso che dopo la sua uscita dei Chasma si siano perse del tutto le tracce. Per questo, è un acquisto consigliato solo se ti accontenti di qualcosa di sufficiente, e solo se come me lo trovi a pochi spiccioli. Altrimenti, puoi anche cercare altrove: i capolavori del black metal atmosferico americano sono ben altri!

Voto: 63/100

Mattia

Tracklist:

  1. The Emblazement – 02:25
  2. Cathedral of Luminaries – 06:55
  3. Arcane Firebirth – 06:45
  4. Frozen Paths to Never – 07:35
  5. Trapped Beneath the Shining World – 08:27
  6. Disciplines of an Ancient Aeon – 07:36
  7. Angelaria – 08:51
  8. Hewn by the Hands of Infinity – 04:45

Durata totale: 53:19

Lineup:

  • Ryan Whyte – voce e basso
  • Aaron Schomaker – voce e batteria
  • Brandon Gordon – chitarra

Genere: black metal
Sottogenere: atmospheric black metal
Per scoprire il gruppo: il profilo dei Chasma su Metal Archives

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