Deicide – Once upon the Cross (1995)

Per chi ha fretta:
Pur essendo meno bello dei due predecessori, Once upon the Cross (1995), terzo album dei Deicide, è un lavoro da non sottovalutare. Il suo death metal sarà anche meno brutale e più ragionato rispetto al passato, ma riesce lo stesso a colpire sia per impatto che per l’oscurità delle atmosfere. Merito anche di un songwriting relativamente lineare ma focalizzato, e a una scaletta piena di pezzi ognuno con un suo perché, e senza nemmeno un brano davvero negativo. Lo dimostrano molto bene picchi come la furibonda title-track, l’oscura When Satan Rules the World, il classico Kill the Christian, la fulminante Trick or Betrayed, l’ossessiva They Are the Children of the Underworld e la truce closer track Confessional Rape. E così, nonostante qualche sbavatura e un suono un pelo piatto, Once upon the Cross risulta un grande album: non sarà il migliore mai inciso dai Deicide, ma per quanto mi riguarda è un lavoro da riscoprire!

La recensione completa:
Tra gli album fondamentali per ogni fan del death metal classico che si rispetti, ce ne sono almeno due firmati dai Deicide: il loro esordio omonimo del 1990 e Legion, uscito due anni più tardi. Parliamo di due dischi universalmente riconosciuti dagli amanti del genere, e non stupisce che abbiano consentito alla band di Tampa di entrare con merito tra i “big five” del death americano. Purtroppo, lo stesso non vale per i dischi successivi dei Floridiani: quasi tutti – in special modo quelli degli anni novanta e dei primi anni duemila – sono abbastanza controversi, e tendono a dividere i fan. Colpa dei Deicide stessi? In parte sì, ma secondo me a volte è il pubblico a giudicarli in maniera troppo severa: alcuni di quegli album restano di alto livello, come nel caso del terzo Once upon the Cross. Si tratta di un lavoro meno brutale, più quadrato e ragionato rispetto ai precedenti; nonostante questo però ha una bella spinta, e colpisce sia per potenza che per atmosfera. Merito anche del songwriting dei Deicide, qui semplice ed essenziale – specie in relazione al death metal del periodo – ma focalizzato e impostato al meglio. Grazie a esso, quasi ogni canzone ha il suo perché, e nonostante un filo di omogeneità tutte riescono a dare qualcosa di proprio. Sì, Once upon the Cross non è perfetto, anzi soffre qualche difetto: per esempio, la sua registrazione è un pelo piatta, meno prorompente di tanti altri – seppur non sia lontanissima da tanti classici del periodo. Ma in fondo si tratta di problemi veniali: anche così parliamo di una piccola gemma, e poco importa se non riesce a raggiungere il livello stellare dei due predecessori!

Un breve intro apocalittico, con un campionamento tratto da “L’ultima tentazione di Cristo” di Martin Scorsese, poi Once upon the Cross entra nel vivo subito feroce, incazzata e possente. All’inizio presenta un incastro tra rapide staffilate, sempre in movimento sul blast beat, ma presto la musica trova un suo ordine:  comincia allora un’alternanza nemmeno troppo complicata. Si scambiano tratti più aperti, vicini al thrash, strofe vorticose e di cupezza asfissiante, grazie alla voce di Glen Benton e al riffage alle sue spalle, di gran potenza, fino a raggiungere refrain anche più pestati, rabbiosi e abissali, di potenza assoluta. Qualche altra variazione ben riuscita, come i ritorni di fiamma dell’inizio oppure l’assolo finale, zigzagante e vertiginoso,  sono ulteriori arricchimenti per una traccia grandiosa, subito tra le migliori del disco che apre! Sin dall’avvio, Christ Denied si basa sulle vorticose ritmiche di Brian e Eric Hoffman, ossessive e circolari: fanno da sfondo sia alle cupe strofe che ai momenti strumentali che spuntano tra loro, seppur con qualche modifica. Ma il pezzo non mantiene sempre queste coordinate: a tratti spuntano delle fughe violente, spiazzanti, velocissime già all’inizio per poi farsi davvero fulminanti, potenti come un pugno in faccia. La struttura in fondo è tutta qui, seppur siano presenti alcuni cambi di arrangiamenti, come i lead sparsi qua e là. Il risultato è un pezzo semplice che però colpisce al punto giusto: non è tra i migliori dell’album, ma sa bene il fatto suo! La successiva When Satan Rules His World si apre subito tempestosa, con una norma non velocissima ma dotata di un riffage frenetico e rabbioso, che evoca un’aura cupa. È quella che torna a tratti lungo il pezzo;  le strofe invece sono meno veloci ma risultano striscianti e cupe, con il loro malefico riffage di influsso thrashy, la cui cattiveria a tratti si fa anche più intensa, portando il tutto a sfiorare persino il brutal. Questo scambio ci porta a ritornelli anche più distesi del resto a livello ritmico, quasi doom, ma che riescono lo stesso ad aggredire: merito dell’aurea plumbea, asfissiante, generata dal bel riffage e dal growl cavernoso di Benton. Chiude il quadro una parte centrale con un bell’assolo, ciliegina sulla torta di un pezzo breve ma che colpisce alla grande, più per atmosfera che per impatto: in ogni caso, risulta poco lontano dal meglio di Once upon the Cross.

Kill the Christian è uno dei pezzi più famosi dei Deicide, e non è per il testo e per il titolo, molto “forti” – o almeno, non solo. Anche a livello musicale, è un notevole assalto sonoro, a partire dall’inizio, una selvaggia aggressione, rapida e tagliente in puro stile death metal. Poi il brano vira su qualcosa di più calmo – se così si può dire: le strofe sono ritmate e possenti, ma in qualche modo anche sottotraccia. Sono il perfetto preludio per bridge che staccano con una fuga travolgente, di grandissima energia distruttiva, per poi culminare in ritornelli elementari ma che esprimono una ferocia e un odio palpabili. Ottima anche la frazione sulla tre quarti, ancora lugubre al massimo ma un po’ più espansa: fa respirare bene un brano brevissimo ma grandioso, tra i picchi assoluti del disco! Un campionamento preso sempre da “L’ultima tentazione di Cristo”, poi Trick or Betrayed si avvia quadrata, con ancora quel vago sentore thrash che ogni tanto i floridiani ci hanno mostrato qui. Ma questa relativa calma, orientata alla potenza, è solo un’illusione: presto entra nel vivo una falsariga movimentata, magmatica, sempre in movimento, davvero devastante col suo vorticare impazzito, di gran rabbia. Più lineari e classici sono invece i chorus, dinamici e potenti, col classico riffage a motosega che li rende anche tenebrosi; riescono però a essere anche catchy in maniera inaspettata! C’è spazio inoltre per delle frazioni ancor più serrate e rabbiose, comunque ben inserite nel pezzo: tutto questo è frullato in una breve scheggia lunga meno di due minuti e mezzo. Proprio la brevità dà al pezzo un’aria di vaga incompletezza: è però l’unico veniale difetto, visto che per il resto è fantastico, e anche così arriva a sfiorare i pezzi migliori del disco. Va però ancora meglio con They Are the Children of the Underworld, che mostra quasi subito il suo martellante riffage di base, di ottimo impatto. È la base che regge gran parte del brano, seppur con diverse variazioni: per esempio, le strofe lo rileggono in versione più lenta e grassa, monolitica. È la stessa impostazione dei ritornelli, più espansi ma con un senso sinistro sempre bene in evidenza. Inoltre, i Deicide fanno attenzione a inserire le giuste variazioni, che portano sia le componenti a modificarsi, sia brevi momenti più esplosivi ad apparire tra di esse. Ne risulta un pezzo tortuoso e più complesso della media di Once upon the Cross, ma non è un problema: ogni passaggio è ben unito agli altri, e il risultato è di fattura eccelsa, uno dei picchi assoluti del disco.

L’attacco di Behind the Light Thou Shall Rise somiglia parecchio a quello di Kill the Christian, ma poi il brano prende un’altra strada, più macinante. Pur cambiando spesso volto, la norma mantiene costante la sua base, con la martellante doppia cassa di Steve Asheim sotto al riffage frenetico e rabbioso dei fratelli Hoffman, una carica a testa bassa. Ciò succede sia nei momenti arcigni più orientati verso il death, sia nelle brevi frazioni di retrogusto thrash – come per esempio le strofe, non pesantissime ma di buon impatto. Ottimi anche i ritornelli, meno battenti del resto: col growl echeggiato di Benton e il riffage particolarmente profondo evocano però un’aura cupa, addirittura orrorifica. Qualche altro passaggio, come la frazione finale che riprende il tutto in maniera strumentale e aggiunge una serie di cupi lead, completa un bel quadro: non sarà tra le tracce che spiccano di più nel disco, ma rimane di alto livello! La seguente To Be Dead parte di nuovo tempestosa, con un riffage avvolgente, cupo, così circolare da sembrare senza fine – ma non è un problema, anzi! La traccia poi cambia direzione: si sviluppa in nervose strofe, con un senso d’urgenza palpabile che le conduce fino a ritornelli simili, ma più feroci e fragorosi. Sembra quasi che il brano debba muoversi su queste coordinate a lungo, quando invece cambia ancora, per un assolo centrale tutto storto, quasi da death tecnico, ma non spiacevole. È l’unica variazione importante di una traccia molto lineare, il che forse è il suo limite principale: risulta la meno bella di tutto Once upon the Cross, per quanto la qualità sia ancora ottima, e in un altro album di sicuro avrebbe fatto un figurone! A questo punto, siamo agli sgoccioli: per l’occasione i Deicide schierano Confessional Rape, che si presenta subito come un monolite cupo e serrato, quasi asfissiante col suo riffage continuo, battente. È quello che fa da sfondo a buona parte del pezzo, sia nei momenti più espansi che nelle strofe, più aggressive e graffianti, seppur a colpire maggiormente sia la loro aura malvagia, di cupezza incredibile. Il loro martellare si calma un po’ solo per i ritornelli, in cui però l’oscurità si amplia ancora di più e diviene malata, strisciante, quasi spaventosa: compensa alla grande la relativa perdita di potenza. C’è poco altro nel pezzo: seppur le piccole variazioni abbondino – e aiutino a scongiurare ogni rischio di monotonia – la struttura principale è piuttosto semplice. Ma non è un problema stavolta: abbiamo un pezzo che incide alla grande soprattutto per aura, e alla fine risulta appena sotto ai migliori dell’album che chiude nella migliore maniera possibile!

Per concludere, Once upon the Cross è un album breve ma molto intenso, senza una canzone davvero brutta: anche questo gli consente di raggiungere il capolavoro, anche a dispetto delle lievi sbavature. Come già detto, non è il miglior album che i Deicide, ma questo non dovrebbe essere un ostacolo in fin dei conti: per quanto mi riguarda, rimane un piccolo gioiello di death metal classico, da riscoprire e rivalutare.

Voto: 90/100

Mattia
Tracklist:

  1. Once upon the Cross – 03:35
  2. Christ Denied – 03:39
  3. When Satan Rules His World – 02:55
  4. Kill the Christian – 02:58
  5. Trick or Betrayed – 02:24
  6. They Are the Children of the Underworld – 03:09
  7. Behind the Light Thou Shall Rise – 02:57
  8. To Be Dead – 02:39
  9. Confessional Rape – 03:53
Durata totale: 28:09
 
Lineup:
  • Glen Benton – voce e basso
  • Brian Hoffman – chitarra
  • Eric Hoffman – chitarra
  • Steve Asheim – batteria
Genere: death metal
Sottogenere: death metal classico

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