Skeletal Remains – Devouring Mortality (2018)

Per chi ha fretta:
Pur suonando un death metal classico al cento percento, che si rifà soprattutto agli Obituary, i californiani Skeletal Remains sanno essere validi, come dimostra il terzo album Devouring Mortality (2018). Nonostante la mancanza di originalità, che pesa ma solo ogni tanto, la band ha un bel songwriting, cattivo al punto giusto e che viene ben impiegato nel creare riff penetranti e atmosfere oscure. È proprio questo fattore a dare origine a una scaletta con pochi punti morti e tanti bei brani, tra cui spiccano Seismic Abyss, Mortal Decimation e Internal Detestation. Così, nonostante un po’ di omogeneità e una lunghezza forse un po’ spinta per un album death classico, Devouring Mortality si rivela un buonissimo album: non farà la storia, ma per i fan del genere si rivela puro godimento!

La recensione completa:
Si possono rispettare a pieno gli stilemi e i limiti di un genere classico e al tempo stesso non suonare derivativi né banali? A istinto, verrebbe di rispondere di no: certe scene hanno fatto la propria storia, e riprenderle oggi e fare bene sembra un’impresa se non altro ardua. Eppure, qualcuno ci riesce lo stesso:  è per esempio il caso degli Skeletal Remains. Nati come Anthropophagy nel 2011 a Whittier, in California, in breve hanno cambiato monicker e poi pubblicato il primo demo Desolate Isolation quello stesso anno. È stato l’inizio di una carriera relativamente intensa e prolifica, che negli ultimi anni li ha portati a pubblicare ben tre full-lenght: l’ultimo di essi, Devouring Mortality, risale allo scorso 13 aprile. Già dalla copertina, firmata dal leggendario Dan Seagrave, si capisce bene qual è il suono degli Skeletal Remains: un death metal classico al cento percento, che deve molto soprattutto agli Obituary, oltre che a Malevolent Creation, Benediction e primi Death. È un suono così vintage che ignorando la registrazione moderna Devouring Mortality può quasi sembrare uscito in Florida tra la fine degli anni ottanta e la metà del decennio successivo. Ma a volte è un limite per gli Skeletal Remains: a tratti il loro stile suona un po’ frenato e trito. Di solito però non è un gran problema: i californiani hanno dalla loro una gran cattiveria e un’ottima abilità nel creare riff penetranti e belle atmosfere oscure – entrambi valorizzati da un ottimo suono, preciso ma al tempo stesso grezzo e possente (grazie anche al contributo di un’altra leggenda come Dan Swanö). In generale, è proprio il songwriting di altissimo livello a sopperire alla mancanza di personalità degli Skeletal Remains e a non far pesare troppo i tanti cliché: è l’elemento che rende Devouring Mortality sopra alla media. E se a tratti la sua scaletta è un po’ ripetitiva e presenta un po’ di omogeneità – fatto non aiutato dai quasi tre quarti d’ora di durata, un po’ troppi per un album death classico – in fondo importa poco. Abbiamo un album che non sarà un capolavoro né di qualità né di originalità, ma sa bene come intrattenere un fan del suo genere!

Senza perdere tempo, la opener Ripperology entra in scena arcigna e macinante, con un veloce riffage della pesantezza di un macigno. È un’impostazione che si ripresenta a tratti lungo il pezzo, ma tale e quale solo alla fine, mentre di solito è più lenta ma sempre di gran impatto: ne sono un buon esempio le frazioni che spuntano al centro e sulla tre quarti, rallentate e striscianti, molto distorte ma di gran potenza. Altrove spuntano passaggi più lenti ma graffianti e nichilisti, rallentamenti che ricordano gli Obituary sia nella parte musicale, fangosa e dissonante, sia nel growl grattato di Chris Monroy, quasi una fusione tra John Tardy e il primo Chuck Schuldiner. Anche questi incidono bene, grazie anche ad alcune variazioni: spiccano per esempio i momenti solistici, lenti e di gran cupezza. Chiude il quadro una frazione di tre quarti strana, più melodica del resto ma anche molto oscura, grazie a una campana in sottofondo, per un effetto che ricorda i Morbid Angel più lugubri. È la ciliegina sulla torta di un gran bel pezzo, un’apertura più che adeguata per il disco. La successiva Seismic Abyss comincia frenetica, un assalto sonoro che sul blast beat martellante di Johnny Valles presenta riff a motosega che riportano quasi al brutal. Poi però la traccia diventa meno monolitica e più dinamica: di base, è una fuga veloce e trascinante a tinte puramente death. Questa norma regge sia una parte delle strofe, veloci e senza fronzoli, sia la progressione che le segue, anche più convulsa e abissale, fino ad arrivare a un apice di intensità da urlo, che riprende in parte le coordinate precedenti. Qua e là spuntano dei rallentamenti striscianti, arcigni: sono però ben integrati nella struttura, e invece di ammosciarla la fanno respirare bene. Lo stesso vale per la sezione centrale, con delle belle dissonanze sinistre, e per il ritorno di fiamma dell’inizio sulla tre quarti. In generale, ne risulta un pezzo scritto a meraviglia, di gran impatto e senza un momento morto: non stupisce che sia stato scelto per il video promozionale di lancio, visto che è uno dei pezzi che spicca di più e una delle punte di diamante di Devouring Mortality!

Catastrophic Retribution si avvia quasi frenata, con un riffage ossessivo di chiara origine thrash, non potentissimo ma che in compenso si rivela maligno, oscuro. È una sensazione che permane anche quando la traccia accelera: la norma di base è molto dinamica, e cambia spesso faccia, a volte anche in maniera repentina, schizofrenica. Frammenti furibondi, con un blast beat davvero pesante, si alternano con tratti più movimentati e da pogo e con frazioni di puro impatto, in cui al centro c’è il riff di Monroy e Adrian Obregon, non velocissimo ma di gran forza. C’è spazio anche per ritorni di fiamma dell’inizio, in quello che è l’equivalente del ritornello: più lento, anche in questo caso riesce però a integrarsi in maniera discreta nell’economia del brano – per quanto non sia grandioso stavolta. Molto meglio va invece per le frazioni che portano il brano di solito su lidi più lenti, specie quando si toccano quasi su lidi doom, come al centro: sono molto avvolgenti e colpiscono bene con la loro aurea sulfurea, blasfema. Ma anche le variazioni più movimentate e rabbiose che appaiono qua e là non sfigurano: contribuiscono anzi a una buona canzone, che pur non essendo tra i migliori del disco intrattiene il giusto. Con l’attacco di Devouring Mortality, gli Skeletal Remains dimostrano ancora la loro capacità di creare riff monolitici e di impatto eccezionale, anche senza premere troppo sull’acceleratore. Parte da queste premesse una traccia rapida e con un senso d’urgenza palpabile nel suo infilare l’una dietro l’altra tanti passaggi diversi: di norma sono serrati, dinamici,mentre altrove partono in fughe anche più macinanti, che evocano una ferocia grandiosa. Solo ogni tanto si può tirare il fiato per brevi frazioni più lente, che però puntano molto su cattiveria e oscurità; oltre a questo, sono ottime come punto di partenza per una nuova fuga. Abbiamo insomma un brano davvero macinante, di pura natura ritmica – lo rimane anche al centro, nell’unico momento in cui spuntano un paio di ottimi assoli. È insomma un pezzo di buon impatto: non sarà tra i picchi dell’album a cui dà il nome, ma è di buonissima qualità e qui non sfigura.

L’avvio di Torture Labyrinth, lento e cupo, quasi death/doom per attitudine, dà quasi l’idea che tutto il brano si muoverà sulla stessa linea. Poi però comincia un crescendo non travolgente, ma che porta la musica a irrobustirsi molto, mantenendo al tempo stesso l’aura lugubre già sentita in passato. Ci si ritrova  così in una norma dissonante e non velocissima, di buon marciume che di nuovo deve molto agli Obituary originali. Spesso però i californiani partono per fughe più compatte e quadrate, che danno una bella variazione alla musica  e non permettono mai a nessuna delle due falsarighe di annoiare. Buona anche la frazione centrale, divisa a metà tra una prima metà espansa e in cui il growl di Monroy diventa echeggiato, e una seconda che unisce le stesse venature doomy di ritorno con un brutale blast e assoli orrorifici, per qualcosa di gran impatto. È uno dei momenti migliori di una traccia che non brilla per originalità, ma in compenso coinvolge bene con il suo impatto. La successiva Grotesque Creation contrasta la relativa calma e distensione della precedenza con la sua frenesia quasi angosciosa, evidente sin dal terremotante inizio. Poi la furia degli Skeletal Remains si placa un po’, ma la spinta è sempre forte: corrono sia i momenti più obliqui e rabbiosi, sia quelli in cui le ritmiche di Monroy e Obregon lasciano spazio a lead dissonanti, circolari, di effetto molto cupo sotto al growl del cantante. Solo ogni tanto il ritmo scende, per aperture brevi ma ancora tese, che peraltro di solito la band sviluppa all’istante in una nuova fuga. Un po’ di calma relativa ha spazio soltanto passata la metà, dove ha posto una lunga frazione preoccupata e melodico. Guidata dagli assoli che si intrecciano molte volte, pian piano arriva ad assumere persino un certo pathos, per quanto l’oscurità domini ancora. È una frazione, profonda in una maniera che la band fin’ora non ci aveva mai mostrato, ma non spiacevole, anzi: si unisce bene al resto, in un brano un po’ particolare ma che non stona, anzi è poco lontano dai picchi del disco.

Anche Parasitic Horrors sia avvia in maniera truce e potente, ma stavolta fin dall’attacco mostra di non avere la scintilla che abbiamo sentito fin’ora. In realtà, l’impostazione di base e non è male: per quanto il suo macinare death metal sia simile a quanto già sentito fin’ora, ha una buon coefficiente distruttivo e avvolge bene. Il problema sono invece i ritornelli: molto vertiginosi e veloci, risultano un po’ esagerati e contorti, per un effetto che quasi stride. Per fortuna, il pezzo si riprende un po’ nella seconda metà, quando, dopo un interludio maschio e possente comincia una fuga ancora movimentata e circolare, ma che stavolta graffia a dovere. È una parte di urgenza notevole, che coinvolge bene – immagino che dal vivo farà sfaceli, soprattutto a livello pogo. Si tratta di una bellissima progressione, tagliente e tutta giocata sulla velocità fin quasi alla fine: si rivela perciò il momento migliore di una traccia che anche nonostante il difetto all’inizio è di qualità più che discreta – pur essendo tra i pezzi meno belli di Devouring Mortality. Di sicuro è una storia del tutto diversa con Mortal Decimation, che si apre subito col suo riff di base, di gran energia ma al tempo stesso catturante, facile da ricordare. È quello che regge buona parte del brano, anche se in diverse versioni: a volte è più aperto e cupo, altrove invece gli Skeletal Remains gli danno una consistenza più aggressiva. Il tutto rimane spesso su un tempo medio alto, reso terremotante dal solito Valles; solo di tanto in tanto si aprono delle fughe macinanti e di gran cattiveria oppure degli stacchi vorticosi ma più rallentati, che Monroy e il riffage rendono blasfemo e cupo al massimo. Il pezzo è più o meno tutto qui, anche se diverse variazioni – tra cui quella che spicca di più è il solito assolo al fulmicotone al centro, seguito da una parte davvero arcigna – scongiurano che sia troppo lineare o noioso. Abbiamo anzi un episodio scritto in maniera magistrale: risulta addirittura tra i picchi assoluti dell’album!

Come in parte indica anche il titolo, Lifeless Manifestation è un interludio senza granché da dire: giusto un minuto con lo stesso riff stisciante. Ma questo non è male: per quanto corto, evoca una bella sensazione lugubre – merito anche delle urla che si sentono nel finale – e qui non stona. È, peraltro, un bel preludio per Reanimating Pathogen, che esplode con un riffage grasso, dal retrogusto persino groove metal. Questa base ogni tanto torna lungo il pezzo, ma il resto è più tradizionale e tortuoso: almeno, così sono le strofe, non rapidissime ma graffianti col loro riff circolare. Più possenti e veloci sono invece le frazioni che le seguono e ne potenziano l’essenza vertiginosa e abissale, in una progressione contorta ma di buon impatto. Bella anche la frazione in coda, che dopo un preambolo quasi da death/doom parte invece con la più classica delle fughe da death classico – e solo al termine tornano alla carica melodie vicine al primo genere. È un altro buon elemento per una traccia che forse non spicca molto in Devouring Mortality, ma è di buonissima qualità e di sicuro non sfigura, anzi. A questo punto, il disco è alle sue battute finali, e per l’occasione gli Skeletal Remains scelgono Internal Detestation. Il suo riff iniziale, persino catchy in una maniera inaspettata – sia all’inizio che quando si fa più macinante – va avanti per un po’, prima di lasciar spazio a una norma più diretta e semplice, ma di gran impatto. Sia i momenti più “calmi” (se così si può dire) sia soprattutto quelli più movimentati impattano alla grandissima, e anche i ritorni di fiamma dal’avvio confermano la stessa tendenza. Pian piano inoltre la traccia aumenta anche di più la sua ferocia e la sua aggressività, fino a toccare un apice di frenesia e di esasperazione sulla tre quarti. È l’inizio della fine: qui la traccia comincia a calmarsi, ma resta molto cupa e terremotante. È un finale rutilante e perfetto per una traccia di altissimo livello: il disco si conclude col botto, col suo miglior pezzo con Seismic Abyss e Mortal Decimation!

Per concludere, come avrai già capito Devouring Mortality non è un album che inventa qualcosa, né quello che cambierà le sorti del death metal a livello mondiale. Parliamo però di un buonissimo lavoro, da puro godimento per qualsiasi fan dell’incarnazione più classica del genere. Forse è un po’ pesante da ascoltare, vista la lunghezza, ma a parte questo te lo consiglio se sei tra questi appassionati: troverai al suo interno qualcosa che nonostante i cliché e i piccoli difetti non è troppo trito, e ti saprà intrattenere a dovere!

Voto: 83/100

 
Mattia
Tracklist:

  1. Ripperology – 05:21
  2. Seismic Abyss – 04:34
  3. Catastrophic Retribution – 05:29
  4. Devouring Mortality – 03:58
  5. Torture Labyrinth – 04:41
  6. Grotesque Creation – 03:29
  7. Parasitic Horrors – 03:42
  8. Mortal Decimation – 04:13
  9. Lifeless Manifestation – 01:06
  10. Reanimating Pathogen – 03:54
  11. Internal Detestation – 04:09
Durata totale: 44:36
Lineup:

  • Chris Monroy – voce e chitrra
  • Adrian Obregon – chitarra
  • Adrian Marquez – basso
  • Johnny Valles – batteria
Genere: death metal
Sottogenere: death metal classico

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