Colonnelli – Come Dio Comanda (2018)

Per chi ha fretta:
Pur non essendo al livello del predecessore dell’esordio Verrà la Morte e Avrà i Tuoi Occhi (2015), Come Dio Comanda (2018), secondo full-lenght dei grossetani Colonnelli, è un lavoro interessante. Per quanto sia più grezzo e nichilista e meno razionale – il che era il punto di forza del predecessore – il thrash/groove metal dei toscani con cantato in italiano rimane sempre fresco e originale. Anche la loro capacità di songwriting è intatta e permette loro di creare grandi riff e melodie catturante: lo si sente bene in pezzi come la veloce Amleto, la fulminante V.M. 18, la dinamica Demoni e Viscere, la potente Il Blues del Macellaio. E così, nonostante alcune sbavature (specie nella seconda metà del disco), una lieve inconsistenza e un suono un po’ sporco, Come Dio Comanda è un album che sfiora il capolavoro. Pur perdendo il confronto col predecessore, di sicuro non è una delusione, anzi: i Colonnelli restano una band da tenere d’occhio!

La recensione completa:

Avendo ormai recensito centinaia di band nel corso della mia carriera qui su Heavy Metal Heaven, di sicuro non mi posso ricordare di tutti gli album, anzi. Della maggior parte di essi conservo solo un ricordo di poche melodie, di qualche canzone sparsa, o a volte nemmeno quello. Esistono però una manciata di dischi che invece mi hanno colpito tanto da essere rimasti impressi con forza nella mia memoria: Verrà la Morte e Avrà i Tuoi Occhi, esordio sulla lunga distanza dei grossetani Colonnelli è uno di quelli. Nel 2016 ero rimasto molto affascinato dall’originale thrash/groove metal del gruppo: merito della grande energia dei toscani, ma anche della loro bravura nel creare melodie di impatto, in un equilibrio perfetto tra razionalità e cuore. È anche per questo che di recente ho accettato con gioia di recensire il nuovo album dei Colonnelli, Come Dio Comanda (“Canzoni di Sangue ad Alti Ottani” è il suo sottotitolo), uscito lo scorso 23 febbraio sempre grazie a (R)esisto Distribuzione. Al suo interno, il gruppo sfodera sempre lo stesso thrash/groove metal con tanti influssi, che vanno dal punk al grunge, dal rock al metal estremo, corredato dai soliti testi caustici in italiano. Tuttavia, in questi tre anni qualcosa è cambiato: rispetto al predecessore Come Dio Comanda è più grezzo, più nichilista, più rivolto all’impatto e meno esplosivo nelle melodie, che cerca di compensare con un tono più depresso e oscuro nell’atmosfera. I Colonnelli ci riescono bene, ma non sempre: l’aggressione lucida e razionale che era il punto di forza di Verrà la Morte… qui è a tratti un po’ appannata, e la maggior carica selvaggia non riesce a compensarla del tutto. È un particolare che si sente anche nella registrazione: rispetto all’esordio, Come Dio Comanda suona un pi’ più sporco (ma la potenza è quella giusta, e solo in rarissimi casi dà fastidio). In più, stavolta i Colonnelli peccano anche in una lieve inconsistenza: togliendo un paio di interludi, una cover e una ghost-track, l’album dura meno di mezz’ora. Ma al di là dei difetti, il talento dei toscani è immutato, come la loro capacità nello scrivere grandi riff e ritornelli catturanti: in generale, il loro songwriting rimane di altissimo livello e crea alcuni pezzi splendidi, con poco da invidiare al meglio del disco precedente. Sommando il tutto, Come Dio Comanda è il classico secondo album: meno studiato, forse composto più in fretta, non raggiunge il predecessore. Ma visto che la classe dei Colonnelli è immutata, è lo stesso un lavoro degno di nota.

Come dice il titolo, Intro è il preludio di rito in cui però già si esplica la natura più oscura e pessimista dei grossetani rispetto al passato: in scena all’inizio c’è solo un arpeggio dissonante, depresso, scandito da una chitarra pulita. Poi lo stesso tema musicale viene ripreso in salsa metal, per un tratto lento ma tenebroso: è il preludio di Amleto, che invece pesta sul pedale dell’acceleratore. Abbiamo sin da subito una scheggia a tinte thrash/groove, in cui in evidenza c’è un riffage grasso e possente sotto alla voce riottosa di Leonardo Colonnelli. Ma come sempre alla sua band piace cambiare le carte in tavola: un bridge più rallentato ma rabbiosissimo introduce un ritornello invece calmo, persino catchy, nonostante un gran pathos rabbioso e disperato sia sempre presente. C’è spazio anche, al centro, per una breve parte ritmica, di gran potenza: è l’unica variazione di un brano brevissimo e semplice ma di fattura eccelsa, subito tra i picchi dell’album che apre! La successiva Come Dio Comanda inizia rocciosa ma non troppo aggressiva, grazie alle venature quasi maideniane presenti. Poi però si trasforma in breve in un pezzo groove metal monolitico e quindi ancora in una fuga macinante e frenetica: è questa la base su cui si costruiscono le vorticose strofe. È una norma già coinvolgente all’inizio, ma che nella progressione sale sempre più d’intensità e di cattiveria, fino a raggiungere i ritornelli. I Colonnelli allora staccano e rallentano, ma compensano la perdita di potenza con un impatto grandioso, dato dai cori e dalle possenti ritmiche alle loro spalle, per un risultato anthemico che incide alla grandissima. Ottimo anche il lavoro con cui i toscani infilano qua e là variazioni per rendere il tutto più interessante e meno noioso: quella che spicca di più è nella tre quarti, rabbioso e ossessivo nella ripetizione del verso finale del chorus nelle sue due parti. Ma sia quella iniziale, a tinte metal/punk/grunge, sia la terremotante frazione centrale funzionano alla grande. È un altro bel dettaglio per una traccia di grande qualità: forse non è tra i picchi dell’album a cui dà il nome, ma non risulta neppure troppo lontana.

L’esordio di V.M. 18, un vortice ritmico serrato al massimo e di impatto assoluto, dà quasi l’idea di introdurre un pezzo tutto giocato in velocità. È una norma che si ripresenta solo a tratti come raccordo tra le parti, ma la falsariga di base è più aperta e lenta: dinamica, può contare su un riffage semplice, thrash dagli influssi addirittura heavy. Ma non per questo il tutto è meno pesante, anzi: la voce feroce e urlata di Colonnelli dà al tutto una marcia in più in fatto di efficacia. Lo stesso vale per i ritornelli: anche più dilatati, con ritmiche lente e quasi rock, hanno però un gran nervosismo e un oscurità quasi malata, che compensa alla grande la mancanza di dinamismo. Grandiosa anche la breve frazione centrale, di nuovo ritmica e senza assolo – che si presenta invece sotto all’ultimo ritornello. Chiude il cerchio di un’altra traccia fulminante, brevissima ma catturante in maniera incredibile: è di sicuro da annoverare tra il meglio di Come Dio Comanda!  È quindi il turno di Sangue ad Alti Ottani: comincia subito con la sua base, potente, grassa e arcigna, a tinte groove metal, che regge il pezzo per lunghe frazioni in maniera ossessiva, ma senza annoiare grazie alla sua energia distruttiva. Spesso però questa base lascia la scena: a volte sono brevi fughe addirittura in blast beat, altrove invece passaggi in cui i cori rimangono soli sopra al ritmo del batterista Bernardo Grillo, altrove ancora tratti più distesi di pura potenza. Si muovono su quest’ultima impostazione i refrian: molto più lenti del resto, sono però minacciosi all’inverosimile – nonostante una certa sofferenza, sia sempre in sottofondo. Il punto in cui il brano svolta in misura maggiore è tuttavia alla fine, quando dopo un accenno d’assolo parte invece una fuga travolgente, semplice ma che colpisce come un treno in corsa. È il momento migliore di una traccia ottima in toto: non sarà la migliore del disco, ma di sicuro qui non sfigura! “A manetta! A manetta!” urla una citazione presa da Mad Max – Fury Road di George Miller: è il perfetto intro per Demoni e Viscere, che poi non parte velocissima ma in compenso è molto graffiante. Nella norma di base si alternano progressioni strumentali quadrate, dure, e strofe senza fronzoli ma con un ottimo riffage, lineare ma di gran intensità. L’energia distruttiva lascia la scena solo coi refrain: espansi, dilatati, sono fangosi, depressi in maniera lancinante. È lo stesso sentimento presente nella parte centrale, con un assolo semplice ma espressivo sopra a una base quasi doom. Nonostante la differenza, le due parti del pezzo si uniscono ala grande, rafforzandosi nel contrasto che si crea: è un altro ottimo particolare per un’altra traccia splendida, da annoverare tra i pezzi topici di Come Dio Comanda!

Il Blues del Macellaio ha un avvio che alterna momenti espansi e dissonanti a tratti potenti, addirittura dal retrogusto metalcore. Poi però i Colonnelli partono col loro solito dinamismo: le strofe hanno una solida base thrash, di ottimo impatto, seppur a tratti spuntino dei momenti strumentali più melodici, che però non fanno perdere al tutto di mordente – anzi si integrano bene nel resto. Come da norma dei grossetani, inoltre, si cambia direzione coi ritornelli: sono brevi e ancora una volta risultano più aperti, ma senza perdere una certa riottosità. La differenza però stavolta la fanno gli stacchi: al di là di quello al centro, che riprende l’avvio, quello che più impressiona è in coda. Quando il brano sembra già finito, parte invece una fuga terremotante, rabbiosa, che devasta tutto senza pietà sul suo cammino. È un momento davvero splendido per una traccia che però impressiona tutta, e risulta a giusto un pelo dai migliori pezzi di quest’album. Sin dall’inizio, la seguente  L’Impeto del Frastuono rallenta i suoi ritmi: al di là del riffage thrash, il ritmo è lento, costante. Non per questo però manca l’impatto, anzi: viene anche aiutato dall’aura cupa che la pesantezza della chitarra e dalla voce dissonante di Colonnelli contribuiscono a creare. Essa è presente attraverso buona parte della canzone: sia le arcigne e lugubri strofe, sia i ritornelli più drammatici ne beneficiano, come anche gli stacchi più ritmati e in quelli in cui invece spuntano belle melodie malinconiche. Tutto questo va avanti fino sulla tre quarti, quando il pezzo stacca e accelera: sembra quasi il preludio a una nuova fuga come quella che i grossetani ci hanno già fatto sentire lungo l’album, e invece poi il pezzo torna a rallentare. Il ritornello finale addirittura si mostra espanso e teatrale; solo in chiusura, invece, la band torna a correre, per una breve coda che sintetizza più o meno la preoccupazione del resto. Nel complesso, non sarà il pezzo migliore di Come Dio Comanda, ma sa a meraviglia il fatto suo, e non stona per nulla nonostante la differenza col resto.

Interludio comincia da un lieve arpeggio, distortissimo e quasi stridente – forse è addirittura il basso di Andrea Deckard, ma non si capisce – che introduce un tema poi ripreso dalla chitarra di Colonnelli. Per circa un minuto e mezzo, ci ritroviamo in un pezzo più potente ma molto melodico, dominato da lead docili, depressi, caldi, su un ritmo calmo e solenne. Non è niente di che a livello di significato, ma ha un suo perché all’interno dell’album: consente di riposare le orecchie prima del nuovo assalto, che risponde al nome di Festa Mesta. Cover del classico dei Marlene Kuntz, quasi non lo sembra: nonostante si senta l’influsso alternative del gruppo di Cuneo, i Colonnelli riescono a trasportarlo bene nel loro genere e fanno propria la canzone. Lo dimostrano sia le strofe, divisa a metà tra momenti graffianti ma più aperti e granitiche progressioni groove metal, sia i ritornelli più aperti e quasi lancinanti. Ottima anche la parte finale, tra belle ritmiche rocciose e un assolo: si distacca leggermente di più dall’originale, ma non dà fastidio. Abbiamo insomma una cover molto riuscita, che di sicuro fa la sua bella figura in Come Dio Comanda. Quest’ultimo è ormai quasi alla fine, e per l’occasione i toscani piazzano Lochness, che si stacca in maniera sensibile dal resto: lo si sente già dall’inizio, con la sua natura melodica, quasi da ballad. La chitarra distorta è presente solo sullo sfondo, mentre la norma è retta da arpeggi puliti e dalla voce del frontman, più dolce del resto: l’effetto complessivo è depresso e nichilista, ma al tempo stesso accogliente. Un po’ di tensione musicale torna solo coi refrain, che accolgono un riffage groove e pestano di più: il mood rimane però sempre abbastanza lancinante. Si torna ad aggredire davvero solo nel finale, quando la musica vira su una rocciosa evoluzione molto contorta, che incastra riff, fughe, staffilate solistiche e passaggi convulsi in qualcosa di quasi disorientante, fino al finale potente in cui tornano cori ossessivi. È una parte che nonostante ogni tanto sia un po’ scollata sa il fatto tuo, un finale adeguato per una traccia di buona qualità, ma che qui risulta un po’ moscia, probabilmente il pezzo meno bello di tutto l’album.Tuttavia, il finale vero e proprio è una ghost track che arriva dopo alcuni secondi di silenzio: è un breve frammento thrash abbastanza banale con un suono molto grezzo, da demo, e un testo becero, ma in questa posizione diverte abbastanza. Lo stesso vale per il finale, che si stacca dalla parte precedente e riprende la conclusione di Domination dei Pantera: è un sigillo tutto sommato buono per una scaletta simile.

Quel che è meglio, poi, è che i Colonnelli sembrano avere ancora margini di miglioramento: il successore potrebbe essere anche migliore”: questo mi auguravo alla fine della recensione di Verrà la Morte e Avrà i Tuoi Occhi. È un auspicio che alla fine non si è avverato, ma in fondo non importa: Come Dio Comanda perde il confronto col precedente ma non è una delusione, anzi. Parliamo di una piccola gemma di thrash/groove metal, originale e ben fatto, che arriva a sfiorare il capolavoro: se ti piacciono questo genere di sonorità, lo apprezzerai di sicuro. In generale, credo che i Colonnelli siano ancora un gruppo da tenere d’occhio: come è successo ad altre band nella storia, magari il terzo album sarà quello decisivo, il capolavoro della loro carriera. Ma anche se non fosse, anche se il successore di quest’album sarà “solo” di questo livello, ci si potrà accontentare senza troppi problemi!

Voto: 88/100

Mattia

Tracklist:

  1. Intro – 00:48
  2. Amleto – 02:58
  3. Come Dio Comanda – 03:08
  4. V.M. 18 – 02:48
  5. Sangue ad Alti Ottani – 03:06
  6. Demoni e Viscere – 03:11
  7. Il Blues del Macellaio – 03:13
  8. L’Impeto del Frastuono – 03:05
  9. Interludio – 02:04
  10. Festa Mesta – 03:30
  11. Lochness – 08:15

Durata totale: 36:06

Lineup:

  • Leonardo Colonnelli – voce e chitarra
  • Andrea Deckard – basso
  • Bernardo Grillo – batteria

Genere: thrash/groove metal
Sottogenere: crossover thrash metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Colonnelli 

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