Labÿrinth – Return to Heaven Denied (1998)

Per chi ha fretta:
Return to Heaven Denied (1998), secondo album dei Labÿrinth, è un lavoro non solo storico, ma anche una gemma nel suo genere. Il suo power metal melodico con forti influssi progressive, emozionante e ricercato, ha influenzato tutti i gruppi italiani della branca più elegante del power all’italiana. Ma non c’è solo l’importanza storica, c’è anche una qualità elevatissima: lo dimostrano brani del calibro di Moonlight, New Horizons, The Night of Dreams, Lady Lost in Time, Heaven Denied,  Feel e Falling Rain, migliori esponenti di una scaletta senza nemmeno un vero punto morto. E così, nonostante qualche difettuccio che comunque non ne limita il valore, Return to Heaven Denied si rivela un vero capolavoro: ogni fan del power metal dovrebbe possederlo per questo, oltre che per la sua storicità.

La recensione completa:

Per quanto sia un’etichetta abbastanza famosa, specie all’estero, forse è improprio parlare di “power metal all’italiana”. Non è solo perché una vera e propria scena unitaria e coesa da noi non è mai esistita: la vera differenza la fa lo stile in sé. Di fatto, storicamente nel power metal nostrano si possono trovare almeno tre correnti diverse: quella più sinfonica e pomposa, quella minoritaria che si avvicina al folk e quella più melodica ed elegante, spesso con  influssi prog. E come è facile ricondurre la paternità delle prime due scene rispettivamente ai Rhapsody e agli Elvenking, della terza i Labÿrinth sono senza dubbio uno dei massimi interpreti. Proprio insieme ai triestini, sono forse il gruppo power metal più influente di sempre, e hanno contribuito a definire gli stilemi dell’incarnazione italiana del genere: in questo senso, il loro album più importante è senza dubbio Return to Heaven Denied del 1998. Uscito due anni dopo No Limits, album d’esordio ancora legato al power metal del periodo ma già a modo suo innovativo, mostra un ulteriore passo in avanti. Il genere che i Labÿrinth affrontavano al suo interno era un power metal melodico che, come nella scena scandinava che all’epoca cominciava a emergere, punta più su melodia e malinconia che sulla potenza. Ma in più la band di Massa ci mette un calore tutto mediterraneo: merito anche delle tante influenze progressive incluse nel loro suono, che tra l’altro danno a Return to Heaven Denied un’eleganza tutta particolare. È un genere che oggi può sembrare banale, persino derivativo, ma di sicuro non è colpa dei Labÿrinth: piuttosto, questo dimostra quanto quest’album sia stato influente, su tante band nostrane e non solo. Ma non c’è soltanto l’importanza storica: l’album mette in mostra tante belle idee, e una classe che molti, moltissimi possono solo sognarsi, ora come allora. Ed è per questo che qualche sbavatura – come una registrazione secca com’era tipico nel metal italiano all’epoca – non intaccano il fatto che Return to Heaven Denied sia un capolavoro assoluto e storico del genere.

Le danze si aprono subito col botto, con Moonlight: è una delle canzoni più famose dei Labÿrinth – forse la più famosa in assoluto – e capire perché non è difficile. Un breve intro delicato e a tinte prog si trasforma presto in qualcosa di più duro, ma soffice, avvolgente: è il preludio alla norma principale, che esplode poi. La base è delle più tradizionali per il power, ma ha uno spessore sentimentale sopra alla media, grazie alle belle melodie del riff e della voce di Rob Tyrant. Questo si accentua ancora negli spezzettati bridge, uno stop and go che ci conduce ai ritornelli: a un ascoltatore di oggi possono sembrare scontati, ma nonostante questo colpiscono con la loro carica insieme liberatoria e malinconica. Splendide si rivelano anche le frazioni che inframmezzano qua e là queste parti: dai momenti più rutilanti e addirittura sinfonici ad altri più dolci e melodici, passando per belle staffilate speed, hanno tutti in comune la stessa calma e lo stesso pathos. È il bel coronamento di un pezzo fantastico, uno dei migliori di un disco che non poteva cominciare in maniera migliore! La seguente New Horizons prende il via da un altro intro calmo e atmosferico, con tinte elettroniche che restano in scena anche quando il tutto entra nel vivo, potente ma ancora calmo, incrociandosi con le ritmiche di chitarra. Presto però la musica varia, e dopo un lungo intermezzo in cui ancora si sentono le influenze orchestrali del gruppo, parte un pezzo più veloce, quasi solenne. Su questa impostazione si aprono spesso degli stacchi più placidi e progressivi, con la chitarra pulita e la voce del frontman delicata: preludono a ritornelli che riprendono la parte principale, ma in maniera più romantica e avvolgente. Non sono troppo catchy, come anche il resto della canzone, ma non è un problema:  l’atmosfera che si crea è notevole, con la sua malinconia ricercata, sottile, di ottima efficacia sia nella base che nelle tante variazioni. Tra di esse spicca la parte centrale, che alterna ancora ritorni della componente sinfonica a tratti molto neoclassici e a passaggi più spogli, in cui Olaf Thörsen e Anders Rain si mettono in mostra con veloci assoli e vorticose ritmiche, che si incastrano alla perfezione. È il passaggio migliore insieme al finale, speranzoso e avvolgente: anche il resto però è di altissimo livello, per un episodio  lungo ma mai noioso, appena al di sotto del precedente per qualità!

Con The Night of Dreams, Return to Heaven Denied vira su una norma anche più melodica: all’inizio è quasi una ballad, con arpeggi puliti e lievi lead che si intrecciano sotto alla voce di Tyrant. Poi il pezzo sale di voltaggio, ma solo di poco: le strofe si muovono su un tempo calmo, più heavy che power, che evoca una vaga nostalgia. La potenza sale un po’ solo nei bridge, lenti e profondi, con un riffage quasi doom: introducono ritornelli invece soffici, avvolgenti, con le tastiere di Andrew McPauls in bella vista per rendere il tutto ricercato, sognante. Belle anche le frazioni strumentali che appaiono qua e là, di solito energiche e dal retrogusto maideniano: forse la migliore però è la frazione centrale, calma, progressiva, anch’essa molto delicata e magica come il resto. Di nuovo, è il passaggio migliore di una traccia tutta di altissimo livello, il terzo capolavoro di una serie ancora lungi dal terminare! Anche Lady Lost in Time ha un avvio soffice, stavolta col solo piano e lievi effetti, a cui poi si aggiunge la voce del frontman, che anticipa la melodia principale del pezzo. È quella che regge i refrain: veloci, convulsi, anche con una certa potenza, puntano però più sul pathos che sull’impatto. Il resto invece è più duro: la base principale è un pezzo power  piuttosto roccioso, seppur non manchi il classico spessore sentimentale dei massesi, ben rappresentato dal cantante e dai piccoli arrangiamenti che spuntano qua e là. Una frazione centrale scomposta e a tinte progressive, che però presenta anche belle melodie di chitarra, chiude il quadro di un pezzo per il resto lineare – ma non è un problema. Ne risulta un’altra piccola gemma, appena alle spalle del meglio di Return to Heaven Denied: comprensibile il motivo per cui risulta un’altra delle tracce celebri dei Labÿrinth! Un altro breve intro che ne anticipa i temi, poi State of Grace entra nel vivo melodica e calma, seppur presenti in sottofondo  una certa inquietudine. È quella che viene fuori in seguito, nelle aperture rette solo dal basso di Chris Breeze, che introducono poi ritornelli lunghi e di gran malinconia, oltre che melodici all’estremo. Pian piano inoltre la musica si evolve: a tratti i ritmi calano e il pezzo torna alla norma iniziale, altrove invece spuntano le tastiere sinfoniche di McPauls. I temi musicali però restano più o meno gli stessi, e guidano la canzone in tutti i suoi tre minuti. Proprio questa durata la fa sembrare un po’ incompleta, e il fatto che per quanto belle le melodie stavolta incidono meno aumentano un po’ il difetto. Ma la qualità è lo stesso elevata: risulta la peggiore qui solo perché è un disco del genere, ma in quasi ogni album spiccherebbe molto di più!

Sin dall’inizio di Heaven Denied, i Labÿrinth ci mostrano di nuovo tutta la loro ricercatezza. Un intro calmo, sognante, poi entra in scena un brano più potente, ma che a parte questo si muove sulle stesse coordinate. L’unico elemento un po’ spinto è il ritmo di Frank Andiver, che a tratti sfodera il doppio pedale, ma per il resto a dominare sono le melodie di Thörsen e Rain sotto alla voce di Tyrant. L’alternanza tra momenti più soffici e altri melodiosi ma metallici va avanti a lungo e crea una bella tensione emotiva, avvolgente e sentita. Fa eccezione solo la parte centrale, un po’ più vorticosa in principio – ma poi diventa anche più armoniosa e calma, con persino una vaga influenza sintetica nelle percussioni. È un altro tocco di classe per un brano splendido, elementare ma di impatto emotivo straordinario: è questo a consentirgli di essere addirittura tra i migliori del disco a cui – più o meno – dà il nome! Con la successiva Thunder, i toscani stupiscono l’ascoltatore: si avvia subito potente, diretta, addirittura con un vago tono oscuro. Le strofe proseguono su questa linea, con ritmiche vorticose che però a tratti rivelano di nuovo l’eleganza dei toscani, con piccoli arrangiamenti e brevi stacchi neoclassici – che ricordano quelli dei Rhapsody o degli Stratovarius coevi. Ma la tensione si accumula lo stesso, fino a sfogarsi nei chorus: liberatori, solari, catchy al punto giusto, staccano col resto ma in una maniera che colpisce bene, e non stonano affatto. Il classico (ma ottimo) assolo al fulmicotone del power chiude un pezzo un po’ diverso dalla media di Return to Heaven Denied, ma non è un problema: il livello è ancora altissimo, nemmeno troppo lontano dai picchi sentiti fin’ora! Va però ancora meglio con Feel [Legend B. Remix]: cover dell’omonimo pezzo di Cenith X, un classico della musica techno/trance, viene riletto alla grande dai Labÿrinth. Il loop di tastiera ricorda l’originale, con le sue sonorità elettroniche anni ‘90: è la base di un pezzo che poi gli unisce ritmiche di chitarra, all’inizio sporadiche, ma che poi diventano vorticose, sul tempo incalzante e veloce di Andiver. Questa norma di base spesso stacca: a tratti sono momenti più melodici, coi lead di chitarra al centro, assenti nella versione originale, ma che arricchiscono di molto la canzone – e lo fanno in special modo nella sua seconda metà. Lo stesso vale per la progressione successiva, che tende a farsi più seriosa e potente, ma arricchisce il tutto di melodie e fraseggi assenti nell’originale. Forse sarà perché a me piace più il metal della techno, ma secondo me il risultato finale dei toscani è superiore all’originale, e non solo. Nella sua semplicità, con la sua atmosfera lontana e le sue venature elettroniche, la trovo splendida: anche se molti fan la sottovalutano, per me è addirittura tra i picchi del disco!

Time after Time torna a qualcosa di più in linea con quanto sentito nella prima metà di Return to Heaven Denied sin dall’attacco, roccioso e a tinte power, ma con quella scintilla prog mai sopita. È questa norma, movimentata e senza troppi fronzoli, a reggere buona parte delle strofe, prima che i Labÿrinth cambino direzione verso qualcosa di più tortuoso e sfaccettato. È il preludio a ritornelli che cambiano velocità: dinamici, hanno però molta melodia in sé e un pathos non troppo spinto ma di buon spessore. La loro melodia di base è quasi scontata (come sempre non per colpa dei massesi, bensì di quelli che nel corso del tempo li hanno imitati), ma non dà fastidio, anzi corona bene il pezzo. Buoni anche gli inserti neoclassici scanditi dalla tastiera di McPauls che appaiono qua e là,e si sviluppano poi nella frazione centrale: dopo un passaggio lieve e semi-sinfonico, c’è uno spazio in cui il tastierista e i chitarristi si mettono bene in mostra. È la ciliegina sulla torta di un pezzo non trascendentale, ma ancora di altissimo livello: non sarà tra i migliori qui, ma di sicuro non sfigura. È quindi il turno di Falling Rain, ballad delle più classiche a partire dalla struttura divisa a metà. Da una parte c’è la falsariga di base, calma e con la chitarra pulita a sostenere la voce di Tyrant, insieme a occasionali tastiere di stampo ancora sinfonico. Queste ultime entrano poi con più forza nei ritornelli, che si irrobustiscono con ritmiche di chitarra distorte, ma senza mai lasciare da parte la forte intensità emotiva del resto, che anzi si amplifica di molto attraverso le melodie catturanti del tutto. Nonostante la classicità, però, tutto suona emozionante e mai di plastica: lo stesso vale anche per le variazioni, che siano l’assolo tranquillo e quasi lancinante sulla tre quarti, le frazioni progressive più dure qua e là o l’emozionante finale. È questo il segreto dell’ennesimo brano splendido,  un altro piccolo gioiello di una serie giunta ormai alle sue ultime battute. A questo punto in Return to Heaven Denied c’è rimasto spazio solo per Die for Freedom, che sin da subito ci porta nell’ambiente metal potente ma ricercato a cui i Labÿrinth ci hanno già abituato. È l’inizio di una traccia che parte da strofe movimentate e preoccupate: quest’aura col tempo si accentua sempre di più, per passaggi più lenti ma misteriosi, prima che esplodano i ritornelli. A un ascoltatore di oggi possono di nuovo sembrare banali, ma sono fascinosi, romantici e liberatori al punto giusto, e di sicuro non stonano, anzi. Una frazione centrale mogia, depressa in maniera sottile, in cui per l’ultima volta si mettono in mostra i chitarristi e l’elettronica di McPauls, arriva a concludere un pezzo abbastanza lineare, ma mai scontato. Se è vero che non è tra i migliori dell’album, e non spicca molto, la sua qualità è ottima: come conclusione, perciò, si rivela se non altro adeguata!

Non c’è rimato molto da dire, a questo punto: Return to Heaven Denied è una gemma di rara bellezza ed eleganza. Se sei un fan del power o del progressive metal, è un lavoro che non ti può mancare: se non l’hai ancora scoperto, il consiglio è di correrlo e recuperare al più presto. Troverai al suo interno una sostanza di qualità altissima, emozionante e fresca ancora oggi, che di sicuro saprai goderti al meglio!

Voto: 95/100

Vent’anni fa quasi esatti, il 24 giugno del 1998, veniva pubblicato “Return to Heaven Denied” dei Labÿrinth. Come già detto nella recensione, non solo è un capolavoro assoluto, ma ha anche influenzato (e continua a influenzare) centinaia, forse migliaia di band. Come sempre, questa recensione vuole essere un modesto tributo alla sua importanza storica e al suo livello così eccezionale. 
Mattia

Tracklist:

  1. Moonlight – 05:43
  2. New Horizons – 06:23
  3. The Night of Dreams – 04:48
  4. Lady Lost in Time – 05:33
  5. State of Grace – 03:08
  6. Heaven Denied – 04:58
  7. Thunder – 04:21
  8. Feel [Legend B. Remix] – 04:23
  9. Time after Time – 05:07
  10. Falling Rain – 06:24
  11. Die for Freedom – 07:00
Durata totale: 57:48
Lineup:

  • Rob Tyrant – voce
  • Anders Rain – chitarra
  • Olaf Thörsen – chitarra
  • Andrew McPauls – tastiera e pianoforte
  • Chris Breeze – basso
  • Frank Andiver – batteria
Genere: power/progressive metal
Sottogenere: melodic power metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Labÿrinth

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