Society’s Plague – Call to the Void (2018)

Per chi ha fretta:
Call to the Void (2018), secondo album degli americani Society’s Plague, è un album discreto nonostante i suoi grossi limiti. Quello principale è nel genere: mescola death metal e metalcore in uno stile molto sfruttato, generico, con nulla che non si sia già sentito altrove. Gli statunitensi però ce la mettono tutta per limitare i danni: non solo l’album è di alto livello dal punto di vista formale, ma anche la sostanza è buona, con un songwriting che cerca varietà e consistenza – e spesso le trova. Bilanciando questi elementi, ne viene fuori un affresco non eccezionale ma decente, con giusto un paio di pezzi meno belli e qualche ottima zampata come Whispers, Broken by Design, Paramnesia e Rise of the Eidolon. Sono anche questi episodi a rendere Call to the Void un album piacevole e un gradino sopra alla media, ma i Society’s Plague dovranno fare di più per spiccare e non perdersi tra le tantissime band che suonano lo stesso genere.

La recensione completa:

Forse è un concetto scontato – o forse no: oggi non è facile suonare metal e soprattutto farlo con bravura e successo. Con la grande esplosione di questi ultimi decenni, praticamente ogni genere è stato esplorato da centinaia, se non migliaia di band: di conseguenza, o uno cerca l’originalità, oppure diventa arduo emergere. Lo è anche per band con un talento discreto, che rischiano di sparire, di non spiccare: è proprio questo il caso dei Society’s Plague. Nati a Lexington (Kentucky) nel 2006, negli anni successivi hanno prodotto appena due full-lenght: l’ultimo, Call to the Void, è uscito lo scorso 27 aprile grazie a Eclipse Records. Il genere affrontato dagli americani in esso è un classico mix di death metal melodico e metalcore: prende dal primo la malinconia e molti riff, dal secondo alcuni passaggi – quelli cadenzati, ma anche i ritornelli con la voce pulita. È un genere già ampiamente sfruttato, e anche nel caso di Call to the Void  questo incide molto: al suo interno non c’è nulla che non si sia già sentito altrove, e il risultato è un lavoro abbastanza generico – e dettagli come l’anonima copertina non aiutano, anzi. Non che la colpa sia del tutto dei Society’s Plague: al contrario, si sente che gli americani ce l’hanno messa tutta per fare qualcosa di più. Dal punto di vista formale, per esempio, l’album è di alto livello: tra una registrazione grezza in maniera voluta che colpisce al punto giusto e doti tecniche più che adeguate, non c’è molto da criticare. Ma Call to the Void è di buon livello anche per la sostanza: le melodie sono diverse le une dalle altre, un po’ di omogeneità c’è ma non è spinta come nella media del metal attuale, e a volte i Society’s Plague riescono a imbeccare qualche bella zampata. Ne risulta un album che ha un passo superiore alla media: peccato solo per la sua mancanza di originalità, che lo limita molto e gli impedisce di andare oltre un certo livello.

Una breve rullata di James Doyle sopra a tastiere d’atmosfera, poi ci ritroviamo subito all’interno di Ashes for Air, retta sin dall’inizio da un bel giro di chitarra, circolare e malinconico. È quello che guida sia parte delle strofe, lente e depresse, sia i ritornelli, più intensi, quasi drammatici e in cui Matt Newton varia da un growl rabbioso a un urlato che ricorda quasi quello di Chester Bennington dei Linkin Park (ma la cosa non dà fastidio, c’è da dire). C’è però spazio anche per qualche stacco più veloce e potente, che riprende il melodeath più classico: di solito sono più spogli, ma al centro c’è spazio anche per una frazione tortuosa, arricchita ancora dai bei lead. Proprio essi sono il piatto forte di una canzone a tratti un po’ sterile, ma tutto sommato godibile, un’apertura non male per un album di cui rappresenta bene i pregi e i difetti. Al contrario della precedente, Whispers se la prende molto con calma: parte da un placido e mogio intro con il pianoforte e lievi tastiere. Ma anche quando entra nel vivo, i toni rimangono simili, con una frazione quasi doomy; solo in seguito la musica diviene più ritmata, con una norma non velocissima in cui spicca il riffage a là Gothenburg di Roger Clem e Joe Royer. È questa la base delle strofe, che zigzagano placide e oscure per un po’ prima di aprirsi in ritornelli invece tipici del metalcore: con una disperazione forte, palpabile, colpiscono abbastanza bene. Buona anche la parte centrale, virtuosistica ma anche con un bel senso melodico, e il finale più pestato (prima di una coda che riprende il preludio): anche essi arricchiscono la calma depressione di un pezzo semplice ma di qualità piuttosto buona, poco lontano dal meglio di Call to the Void. Sin dall’inizio, con un florilegio di chitarre melodico ma con un vago nervosismo alle spalle, Distant Waves lascia da parte i toni più distesi della precedente. Quando poi entra nel vivo, abbiamo un pezzo ancora non rapidissimo ma cupo, agitato, grazie anche al growl dell’ospite Björn “Speed” Strid dei Soilwork, ben più rabbioso e istrionico di Newton (senza nulla togliere al cantante dei Society’s Plague). Lo mostra bene nei passaggi in cui sfodera la voce pulita, per frazioni più orientate al metalcore: a tratti sono movimentati ma di tono quasi positivo, grazie anche al lavoro di tastiera. Lo stesso piglio è presente anche nei refrain, più dilatati ma sempre calmi, quasi disimpegnati – non fosse per la forte malinconia che spunta in sottofondo. Le due anime del brano si uniscono e si scambiano diverse volte: di norma è un’unione prolifica, ma ogni tanto il pezzo si perda dietro a qualche variazione di troppo senza un perché. Degna di nota anche la parte centrale, delicata con le influenze elettroniche e il pianoforte all’inizio, per poi esplodere in una frazione più potente e quasi anthemica, coi cori che spuntano alla fine. Anch’essa rende bene in un pezzo non eccezionale, ma che nonostante il suo difetto rimane più che discreto.

L’intro di The Fall, col piano effettato può far quasi pensare a un pezzo tranquillo, ma poi d’improvviso parte una fuga veloce, death metal melodico puro ben corredato dal growl rabbioso del frontman. È una norma che corre a lungo e regge buona parte delle strofe: a volte è più spoglio, altrove invece si arricchiscono di melodie, mentre in altri frangenti si accentua, per passaggi addirittura in blast. Si cambia verso solo per brevi aperture: a tratti sono più calme e melodiche, dilatate e quasi sognante. Altrove invece spuntano passaggi lenti ma ancora cupi e rabbiosi, nonostante l’elettronica che peraltro si unisce bene alla base metalcore. Proprio quest’ultima norma prende alla fine il sopravvento, e dopo una parte centrale strana, lenta e fragorosa, atmosferica, si propone in una lunga coda. Il tutto non è male, ma suona un po’ insipido, e la breve durata la fa apparire anche incompleta: ne risulta così un pezzo senza infamia e senza lode, uno di quelli che spiccano meno qui. Di sicuro è tutt’altra storia con Broken by Design, che dopo un altro intro tranquillo e malinconico – ma abbastanza pestato – mostra il suo vero volto. La norma di base è un susseguirsi di riff melodeath non originalissimi ma di ottima potenza, guidati da Doyle – che a tratti li rallenta, altrove sale persino verso il blast beat – e sono coronati dalla presenza sempre rabbiosa di Newton. La musica cambia solo nei refrain che staccano del tutto col dinamismo precedente e si mostrano mogi, melodici, lancinanti, grazie sempre al frontman col suo urlato roco, e alla fantasia di melodie alle sue spalle. Bella anche la frazione al centro, divisa tra pulsioni da breakdown metalcore, un assolo sentito e uno stacco semi-sinfonico: è la quadratura di un pezzo di qualità più che buona,nemmeno troppo lontano dal meglio di Call to the Void. Sin dall’inizio della successiva Paramnesia, ancora col pianoforte, si respira un’aria desolata, di abbattimento: la stessa che resta in scena anche quando la sua melodia si mescola con una base lenta, desolata. Questo connubio torna più volte, in special modo in chorus senza luce né speranza: colpiscono molto con la loro oscurità, col loro senso di disperazione. Le strofe sono invece più ritmate, ma non di molto: le melodie delle chitarre di Clem e Royer, a tratti persino maideniane, dominano, e contribuiscono a creare un affresco più animato e rabbioso, ma non distante dal resto. A parte una frazione centrale a metà tra toni lievi, quasi di retrogusto post-rock a tratti, e un passaggio più potente ma brullo come il resto, non c’è altro in un pezzo ancora brevissimo. Ma non è un problema: riesce a colpire alla grande con la sua disperazione, e alla fine risulta addirittura uno dei picchi dell’album!

Fear Is Failure si avvia da un florilegio di chitarre vorticoso, preoccupato, che già anticipa il senso di urgenza della canzone vera e propria. Questo si esplica poi in strofe frenetiche e vorticose, in cui dominano i riff della coppia Clem/Royer, mentre un po’ di melodia è dato solo dalle tastiere. Rallentano un po’ soltanto per i ritornelli: come da norma dei Society’s Plague, qui la norma si apre di più, col frontman che passa all’urlato e melodie cupe, preoccupate, sofferte. Purtroppo, stavolta i chorus suonano un po’ piatti: per fortuna, il resto rende molto meglio. Seppur la struttura sia più intricata e in evoluzione della media di Call to the Void, ogni passaggio è ben piazzato, e sia i riff che le melodie incidono in ogni loro variazione, che siano calme e dominate dalle tastiere o più potenti. Ne risulta un episodio non eccezionale ma piacevole al punto giusto: qui di certo non sfigura. È quindi il turno di Abomination: si avvia con calma, un lieve arpeggio che si trasforma pian piano in un pezzo metalcore potente ma dilatato, con una componente orchestrale che aumenta l’effetto. È la base che, in maniera più intensa a tratti – mentre altrove il tutto diventa rarefatto e quasi doom – regge anche le strofe, lontane ed espanse. La musica si incattivisce solo nei refrain: potenti, preoccupati, sono dominati dal growl dell’ospite Michael Smith, che dà loro una bella tensione, resa bene grazie anche alla base melodeath. Proprio questo li rende il passaggio migliore di una traccia che per il resto trascorre abbastanza liscia, senza lasciare troppo il segno. Colpa anche di una certa mancanza di variazioni: gira che ti rigira, i temi musicali sono sempre gli stessi, c’è poco che cambia. Abbiamo perciò il pezzo meno bello di tutto l’album con The Fall, non del tutto spiacevole ma finisce lì. Siamo ormai quasi alla fine: per l’occasione i Society’s Plague schierano prima Dusk, brevissimo interludio con solo chitarre acustiche che si intrecciano in una melodia antica, quasi folk: ricorda molto gli analoghi passaggi degli In Flames originali. È proprio alla band svedese che guarda la conclusiva Rise of the Eidolon: pur non essendo troppo lontana da quanto sentito fin’ora, le sue melodie sono più lente, solenni, quasi power metal. È questa la falsariga del brano per lunghi tratti: abbraccia sia i passaggi strumentali distesi e quasi epici che compaiono qua e là, sia le strofe, più nervose ma senza lasciar da parte un certo pathos. Quest’ultimo anzi cresce sempre di più, fino a esplodere in ritornelli in cui Newton sfodera ancora il pulito. Stavolta colpiscono alla grande: merito dei residui delle melodie precedenti, e soprattutto di un bel senso di sconfitta lancinante.  Buona anche la parte finale, che dopo un bel momento di pausa, breve e semplice con le chitarre acustiche riprende le melodie già sentite ora in maniera rutilante, insieme triste e trionfale. È un gran finale per una traccia breve ma intensissima, la più bella dell’album che chiude insieme a Paramnesia!

Per concludere, Call to the Void è un album almeno di un pelo sopra alla media (bassa) dei due generi che rappresenta – sia da soli, sia mescolati. Parliamo di un lavoro che troverai piacevole, specie se apprezzi le commistioni tra metalcore e melodeath; per quanto mi riguarda, però, sono convinto che i Society’s Plague debbano fare di meglio. Anche col loro buon talento, fanno fatica a distinguersi nel mare magno dei tanti, tantissimi gruppi che si muovono sulle stesse coordinate. Per me, sarebbe meglio che in futuro gli americani riescano a incidere qualcosa che conservi quanto di buono sentito qui, ma sia più originale e meno sfruttato. Non c’è altro da fare, perciò, che rimanere in attesa per sapere cosa riusciranno fare.

Voto: 70/100

Mattia
Tracklist:
  1. Ashes for Air – 03:34
  2. Whispers – 04:12
  3. Distant Waves – 04:29
  4. The Fall – 03:45
  5. Broken by Design – 04:5
  6. Paramnesia – 03:58
  7. Fear Is Failure – 03:51
  8. Abomination – 04:20
  9. Dusk – 01:01
  10. Rise of the Eidolon – 03:46
Durata totale: 37:49
Lineup:
  • Matt Newton – voce
  • Roger Clem – chitarra
  • Joe Royer – chitarra
  • Aaron Sheffield – basso
  • James Doyle – batteria
Genere: death metal/metalcore
Sottogenere: melodic death metal

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