Soul Dissolution – Stardust (2018)

Per chi ha fretta:
Pur essendo accompagnato da una copertina spettacolare, Stardust (2018), secondo album del duo belga Soul Dissolution, non è un capolavoro. Da un lato, il suo black metal atmosferico e melodico è di buona efficacia, grazie alle sue varie influenze e a un’essenza contemplativa, calda, avvolgente e variegata. Dall’altro però i belgi soffrono di alcuni difetti: per esempio ogni tanto il songwriting si perde e cade in qualche cliché. Anche la scaletta ha qualche problema: se pezzi come Circle of Torment e The Last Farewell sono piccole gemme, una durata ridotta a trentotto minuti divisi in quattro pezzi fa sembrare il tutto inconsistente. Non sono pecche così grosse: alla fine dei giochi, Stardust è un album buono e piacevole per i fan del genere, per quanto sono convinto che i Soul Dissolution potessero fare di meglio.

La recensione completa:
Esistono album che riescono a stregarti anche se non ne hai ascoltato mai nemmeno una nota: sono quelli con una copertina così bella o particolare che ti fanno venire voglia di scoprirli. Certo, questo in sé non vuol dire molto: non sempre a un artwork splendido corrisponde un capolavoro, o almeno un album all’altezza. È proprio questo il caso di Stardust, secondo album dei Soul Dissolution uscito lo scorso lo scorso 25 marzo grazie alla svedese Black Lion Records. La meravigliosa copertina scelta da questo duo belga attivo dal 2012 mi ha colpito subito, col cielo stellato sopra a un panorama da sogno; inoltre, è molto adatto a rappresentare il contenuto del disco. Quello di Stardust è un black metal atmosferico di nuova generazione, calmo e contemplativo, oltre che molto orientato verso l’incarnazione più melodica del genere. In più, i Soul Dissolution ci mettono influssi che vanno dal post-black al depressive, passando per il black sinfonico: nessuno di essi è determinante, ma arricchisce lo spettro di sfumature del gruppo. Se non altro, sono tutti funzionali nel principale intento dei belgi: quello di creare un’aura calda, avvolgente, con tante sfaccettature, che vanno dall’oscurità alla serenità vera e propria. In genere ci riescono bene: come già accennato, però, la qualità media di Stardust non è elevatissima – non quanto quella dell’artwork, almeno. Colpa dei tanti difetti, in primis della tendenza dei Soul Dissolution a perdersi: se l’esperienza di ascolto è sempre piacevole e senza grossi spigoli, non tutti i passaggi incidono e restano in mente. Parte della colpa è anche del songwriting: ha qualche spunto di personalità, ma in generale non è originalissimo, e a tratti presenta qualche cliché di troppo. In più, Stardust pecca un po’ di inconsistenza: trentotto minuti sono giusti per un album black classico ma pochi per uno atmosferico, specie contando che i brani effettivi sono solo quattro. Sono problemi che in fondo non incidono troppo: parliamo lo stesso di un buon lavoro. Ma sono convinto che i Soul Dissolution potessero fare di meglio con un po’ di attenzione e meno sbavature: le loro doti musicali sono ottime e forse di più, come si può sentire in diverse occasioni qui.

Stardust si apre con Vision, intro di rito a tinte sinfoniche: all’inizio sono molto espanse, rarefatte, per un pezzo quasi orientato all’ambient. Solo passata metà il tutto si accentua, con la comparsa di cori, tastiere e lievi influssi post-rock: è un breve sfogo che si spegne subito, per poi lasciare spazio all’entrata in scena di Circle of Torment. Nonostante questo titolo, la sua esplosione è gentile, pacata, un pezzo con una certa energia che però resta calmo, dilatato, lento. Ciò avviene anche quando la progressione la porta a salire in intensità, con tastiere ancora simil-sinfoniche che si alternano con lunghi momenti dominati invece dai lead di Jabawock (già sentito, come Boris, negli Ah Ciliz), per un effetto malinconico, più che aggressivo. Il ritmo resta lento per lunghi tratti, e anche lo scream di Acharan sembra più sofferente che altro: si sposa bene con le melodie,  che a volte hanno un retrogusto depressive più che vago. Solo a tratti il ritmo sale, addirittura verso il blast beat, ma la scena rimane abbastanza melodica: avvolge con la sua malinconia, invece di graffiare. Degna di nota anche la frazione sulla tre quarti, che stacca dalla norma del resto per un breve vuoto ambientale i cui temi musicali vengono poi ripresi dal ritorno di fiamma successivo, un momento  quasi lirico per armonia. È un lungo passaggio, più rarefatto e spoglio del resto, abbastanza ossessivo, ma riesce a colpire alla grande, specie quando nel finale comincia a mescolarsi coi temi già sentiti in precedenza – finché essi non riprendono il sopravvento. È il gran finale di una traccia splendida in ogni passaggio, senza dubbio la migliore in assoluto dell’album che apre! Sin dall’inizio, la successiva Stardust sa un po’ di già sentito: il riffage di base assomiglia a quello del precedente, per quanto declinato in versione più potente. In principio, i Soul Dissolution ci vanno giù abbastanza pesante, con un ritmo veloce che a tratti accelera di più e un’aura che per quanto non sia estrema, gelida, è più fredda e cupa che in passato. Pian piano però questa falsariga comincia a colorarsi di melodie, che rendono il tutto più caloroso e nostalgico, addirittura con un tocco solare, seppur un senso di tristezza, di sconfitta, sia sempre in sottofondo. Questa tendenza va avanti finché d’improvviso il pezzo non si spegne. Ma non è finita qui: dopo qualche secondo, la musica riparte, stavolta più lenta e placida, delicata. È un crescendo che col tempo sale fino a stabilizzarsi su una norma ancora melodiosa, sognante, quasi spaziale nella sua serena alienazione, lontana dal mondo. È il passaggio più incisivo di un brano che comunque, nonostante il suo difetto, risulta molto buono: non sarà al livello del precedente, ma non si allontana poi di molto!

Mountain Path segna la metà esatta del disco con un pianoforte circolare e rapido che però evoca calma, grazie anche agli echi post-rock di chitarra che lo accompagnano. Si tratta di un bel momento per tirare il fiato e al contempo per introdurre The Last Farewell, che si apre a sua volte con un preludio molto calmo, con solo una chitarra echeggiata e rarefatta, malinconica. Poi però la musica comincia a salire di tensione sempre di più, finché non ci ritroviamo all’interno di una falsariga vorticosa. La batteria dell’ospite Forge Stone è ancora in blast beat, ma il resto non è affatto estremo: già all’inizio si sente un bel pathos, e quando Jabawock comincia a intessere la struttura black metal di tastiere ambient cosmiche si raggiunge lo zenit. Da qui in poi, la band comincia a scambiare queste fughe celestiali con tratti più cupi e tristi, ma non lancinanti: il riffage, sempre molto melodico, è a tratti persino speranzoso, e la lentezza contribuisce a rendere il tutto espressivo. Buone anche le variazioni, per esempio come quella a metà, quando d’improvviso la traccia si sposta su qualcosa di ancora più intenso, con un riffage quasi heavy metal su cui si posano presto una fantasia di vortici di chitarra. Ma forse la migliore è nel finale, quando la traccia si ammorbidisce: al posto del riffage, che si sposta in sottofondo, compaiono melodie delicate, mogie, lontane. È l’inizio di un’evoluzione che incastra diversi momenti simili, accomunati dalla ricercatezza e dalla bellezza delle trame musicali, che disegnano un affresco dolce e affettuoso come un abbraccio, fino a quanto il tutto non si spegne in una coda di chitarre pulite. È il gran finale per una traccia splendida, il picco assoluto di Stardust insieme a Circle of Torment! Giusto un breve intro ambient, poi la conclusiva Far Above the Boiling Sea of Life parte veloce e frenetica, ma anche con un’aura distesa, di gran calore. Merito del lead sopra alle ritmiche, stavolta di chiaro stampo post-black metal: aiuta bene il mood, seppur a tratti sia un po’ monocorde. Meglio invece sono i momenti in cui è più animato e meno ridondante; lo stesso vale quando la traccia si apre in una norma più calma, lenta, dilatata. Momenti più interessanti e vari, come quelli in cui Acharan canta su una base calma ma dalle venature crepuscolari, incidono abbastanza bene. Purtroppo non si può dire lo stesso di quando la traccia entra in un circolo ossessivo che comincia a ripetere gli stessi temi a lungo, con poche variazioni: per quanto l’atmosfera aperta compensi in parte, alla fine il tutto tende verso la noia. Anche i passaggi che mescolano le varie anime tra loro stavolta non colpiscono granché: in generale, abbiamo un pezzo di oltre nove minuti e mezzo che passa senza però lasciare grande traccia di sé, e in cui solo pochi passaggi colpiscono. È questo a renderla il pezzo peggiore di Stardust – oltre a una certa differenza stilistica rispetto alle altre: non è spiacevole, ma in confronto con le altre sparisce.

Per concludere Stardust non è un lavoro trascendentale, visto i suoi difetti; in più, come già detto all’inizio, i Soul Dissolution di sicuro potevano far meglio, vista la bellezza di almeno un paio di canzoni. In fondo però ci si può anche accontentare così: parliamo di un lavoro godibile, onesto e avvolgente per quasi tutta la sua durata. Se ti piacciono il black melodico e quello atmosferico, insomma, potrà fare al caso tuo, a patto ovviamente che non ti aspetti un capolavoro.

Voto: 76/100

Mattia

Tracklist:
  1. Vision – 01:25
  2. Circle of Torment – 09:38
  3. Stardust – 07:44
  4. Mountain Path – 01:34
  5. The Last Farewell – 08:33
  6. Far Above the Boiling Sea of Life – 09:36
Durata totale: 38:30
Lineup:

  • Acharan – voce
  • Jabawock – chitarra, basso, tastiere
  • Forge Stone – batteria (guest)
Genere: black metal
Sottogenere: melodic/atmospheric black metal

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