Dormanth – IX Sins (2018)

Per chi ha fretta:
IX Sins, terzo album degli spagnoli  Dormanth – e secondo dopo lo scioglimento negli anni novanta e la reunion del 2015 – è un album piacevole, ma nulla più. Lo è a partire dal genere, un mix di melodeath e death/doom metal con influssi variegati, ma che suona un po’ scollato, di maniera, generico, con poco o nulla di originale. In più, l’album soffre di una registrazione lo-fi e piatta, che non valorizza molto bene le atmosfere del gruppo. Sono questi gli elementi che limitano una scaletta non spiacevole ma con poco da dare, in cui solo rari pezzi come Human Claim, Promised Land e in parte Sands of Frozen Skin riescono a spiccare. E così alla fine IX Sins si rivela un album piacevole ma nella media, certo non un capolavoro.

La recensione completa:
La storia degli spagnoli Dormanth è una di quelle comuni a tante band della loro generazione. Nati a Bilbao, nei Paesi Baschi, nel 1993, hanno pubblicato due anni più tardi l’esordio sulla lunga distanza, Valley of Dreams. Tuttavia, diversi problemi – in particolare con l’etichetta di allora – portarono il gruppo verso lo scioglimento: ma l’oblio sul monicker Dormanth non era destinato a durare per sempre. Come tantissimi altri in questi ultimi anni, anche gli spagnoli sono tornati a riunirsi, per la precisione nel 2015: da lì in poi, hanno bruciato le tappe e pubblicato ben due full-lenght, tra cui l’ultimo IX Sins è uscito lo scorso 9 marzo sotto Necromance Records. Il genere contenuto nei suoi quaranta minuti è abbastanza vintage: mescola un melodeath con giusto qualche sparuto spunto di modernità a un death/doom metal anche più “old school”, che si rifà al classico suono anni novanta. I Dormanth gli aggiungono qualche influsso più vario: per esempio nei passaggi più movimentati compaiono venature black e thrash, mentre quelli più calmi puntano su melodie di influsso gothic. Ma anche in generale la musica di IX Sins è variegata, passa da brani aggressivi ad altri d’atmosfera: da un lato questo è bene, ma dall’altro rappresenta uno dei difetti del disco, visto che lo rende un po’ scollato, poco coeso. Tuttavia, i problemi peggiori dei Dormanth sono altri: in primis,la loro musica è molto generica, di maniera, non c’è nulla che non si sia già sentito altrove; di conseguenza, non colpisce se non in poche occasioni. Inoltre, IX Sins soffre di una registrazione lo-fi, gracchiante, piatta: valorizza poco i riff e le atmosfere del gruppo, che di certo con un po’ di pulizia e professionalità  in più inciderebbero molto meglio. Più in generale, parliamo di un lavoro anche piacevole per buona parte della sua durata, che però passa senza lasciarsi una grande traccia alle spalle. Forse è normale, per una band con la storia travagliata come i Dormanth: tuttavia, sono convinto che da veterani come gli spagnoli ci si debba aspettare di più.

Human Claim inizia subito nervosa, con lead frenetici, per quanto il tempo di Javi Martínez al di sotto sia invece espanso, e le ritmiche siano orientate al doom. Quest’ultima è la base del pezzo anche quando svolta su una norma più espansa, in cui la chitarra solista genera melodie lente, e il tutto diviene desolato, atmosferico, lontano. Queste due norme si alternano un paio di volte nella prima metà del pezzo, creando un affresco cupo, mai troppo estremo, sempre avvolgente, che incide bene. Poi però appare una frazione vuota, con echi di chitarra e di tastiere e voci sussurrate, seguita da una più movimentata ma con un certo pathos, dato dagli assoli di Óscar Del Val e dell’ospite Javier Prieto. Da qui, pian piano la musica si accentua e si incattivisce, fino a che ci ritroviamo in un momento alienante e di gran cupezza, che evoca alla mente il meglio del suono di Gothenburg, e sfocia poi in un altro ottimo assolo. È il gran finale di un pezzo ottimo, subito tra i migliori di IX Sins! La successiva Lamb or Wolf ha un avvio che ricorda quello del precedente, con lead di chitarra serrati e “ronzanti” che creano un’aura irritabile, agitata. Poi però i Dormanth cambiano strada verso un qualcosa di più diretto, o almeno così sembra quando, dopo un momento di pausa oscuro, con cupi effetti, parte una fuga dal retrogusto thrash molto più che vago. Poi però nell’evoluzione spuntano melodie preoccupate che rendono il tutto più avvolgente, un momento insieme malinconico e rabbioso, quasi spaziale per alienazione. È il prodromo a ritornelli che poi tornano a lentezza e ordine: si mostrano potenti, semplici ma incisivi, per quanto non siano fantastici. Lo stesso vale del resto per buona parte del pezzo, e il fatto che la progressione si ripete due volte sole – e al centro c’è solo un assolo – fa risultare il tutto un pelo incompleto. Insomma, è un po’ un peccato: gli spunti di base sono ottimi, e anche coi suoi difetti il pezzo risulta  discreto, nonostante tutto. Con Let See the Wood, gli spagnoli lasciano quindi da parte il loro lato più melodico: sin dall’inizio è una cavalcata thrashy, e col tempo si fa anche più cupa e rabbiosa, fino a raggiungere picchi da death classico. La situazione si calma un po’ solo al centro, quando dopo una breve frazione angosciosa più melodica, ma retta dal blast-beat, la musica svolta su un passaggio che ne riprende i fraseggi in maniera più malinconica. È l’inizio di una progressione che alterna momenti abbastanza pesanti ma sempre preoccupati, con un certo pathos, e aperture più calme, in un bell’affresco che si interrompe soltanto a poco dalla fine, con un breve passaggio di influenza black metal che però qui non stona. In generale, è il momento migliore di un pezzo che per il resto scorre in maniera piacevole, ma non lascia poi una traccia di sé così grande alle proprie spalle.

Sin da subito, Like Ice contrasta l’aggressività della precedente con dei fraseggi melodici che ricordano i Paradise Lost di album come Icon o Draconian Times. Del Val però sfodera ancora il suo sgraziato growl: nelle strofe, più dinamiche, le due componenti si uniscono in un contrasto che funziona, ma nelle aperture più espanse e calme il dualismo stona un pochino. Buone si rivelano invece le aperture più dilatate, a tinte doom, come quella presente al centro: lenta, cupa, depressa, colpisce molto bene sia nei momenti espansi e atmosferici sia quando i Dormanth pestano un po’ di più sull’impatto. È il meglio che abbia da offrire una traccia per il resto carina, ma nulla più: se è comprensibile che sia stata scelta come singolo per il video, vista la maggiore melodia, di sicuro non brilla tra le migliori di IX Sins. È ora il turno di Promised Land: il suo avvio, lento ed espanso, con lievi lead sul rullo di Martínez, dà l’idea di essere ancora più melodica ed eterea della precedente. Ma è una falsa premessa: qualche secondo, poi la norma fugge veloce e turbinosa, con un riffage vorticoso a reggere lead circolari e melodici che lo sono altrettanto. A tratti questa base si calma, ma giusto di un po’: le melodie si fanno meno frenetiche ed evocano un bel pathos, ma il ritmo rimane veloce. Quest’ultimo viene meno solo nella frazione al centro, che di nuovo va a citare il doom inglese: cupo ma con una sua eleganza, riesce comunque a colpire a dovere. Insieme al bell’assolo sulla tre quarti, è la giusta coronazione per un pezzo in fondo abbastanza semplice, ma di impatto eccellente: risulta il picco assoluto dell’album! La seguente Soul Shall Die pende più sul lato doom degli spagnoli sin dall’avvio, crepuscolare e melodico, con un riffage molto dilatato, lento, su cui si muovono il growl del frontman e le malinconiche melodie della chitarra. Sono le stesse che animano anche i brevi momenti più spinti e potenti con cui la norma di base alterna questa impostazione iniziale, in un lungo affresco atmosferico, di gran nostalgia. Contribuiscono allo stesso effetto anche la parte centrale, simile al resto ma più varia, tra momenti gothic con la voce di quello che sembra un bambino e un assolo sentito, oppure la coda finale di chitarra pulita, echeggiata. E se un po’ di ridondanza a tratti avvolge il pezzo, in fondo non dà troppo fastidio: l’aura colpisce bene, e lo rende se non altro buono.

Misery comincia lenta, quasi timida, con un altro preludio espanso e melodioso –ma stavolta un pelo troppo lungo e prolisso . Va meglio quando, dopo quasi un minuto, la musica entra nel vivo potente e rabbiosa, con un bel riffage teso, possente e il growl di Del Val a corredarlo al meglio. Peccato solo che i baschi comincino quasi subito a modificare questa falsariga, facendola evolvere prima in qualcosa di sghembo, dissonante – e non in senso buono. Ma ancora peggio va poi con la frazione successiva, nervosa e con riff e lead frenetici di chitarra, tenuti però a lungo in maniera ossessiva, e che finiscono in breve per suonare noiosi, uno sterile macinare con poco da offrire. Nemmeno la frazione centrale aiuta, con la sua melodia vagamente melodeath e ancora l’intervento della voce di un bambino: anch’essa risulta abbastanza insipida. Questo è del resto il destino di tutta la traccia, che passa ma non si lascia granché dietro, rivelandosi addirittura la peggiore dell’album. Va un po’ meglio poi con The Skin, che prende vita ancora da un preludio doom venato di melodie gothic anni novanta, in un bell’assolo che gli consentono di non stancare, nonostante la durata. Dopo oltre un minuto, parte quindi una norma molto più veloce, una cavalcata melodeath più che tradizionale, che avanza tra momenti terremotanti e altri di semplice fuga, tutti contraddistinti dal lead che sovrasta le ritmiche. Solo al centro e nel finale il dinamismo e l’urgenza dei Dormanth si calmano, per qualcosa però di già sentito: una frazione lenta e sottotraccia, in cui torna la voce bambinesca già sentita altre volte in IX Sins. Contando anche che pure l’assolo successivo al fulmicotone, che c’entra poco con la malinconia de resto del pezzo, abbiamo un altro brano piacevole a tratti, ma nulla più. Per fortuna, l’album si ritira su in coda con Sands of Frozen Skin, che sin dagli echi iniziali pende più sul lato doom degli spagnoli. Si sviluppa così un brano lento, la cui base è costituita da chitarre ritmiche e soliste che si incrociano in una base cupa, triste, armoniosa. A volte il tutto è più circolare e oscuro, mentre altrove la musica si apre di più, per qualcosa di rarefatto, che assume un bel pathos. È un fluire musicale che va avanti a lungo, con poche variazioni – nella voce di Del Val, nei rari momenti in cui le ritmiche si accentuano come nel più roccioso finale, al centro con un paio di buoni assoli. Per il resto invece il tutto è abbastanza ripetitivo, ma senza che ciò dia fastidio, stavolta: l’aura di sconfitta e depressione che si crea riesce ad avvolgere bene, e non stanca. È il segreto di un buonissimo pezzo, che conclude bene l’album– forse anche troppo, visto che molte cose al suo interno non brillano così tanto – e risulta appena alle spalle dei suoi picchi.

Per concludere, IX Sins è un album sufficiente, godibile e con qualche zampata che lo valorizza: ciò non toglie che è un lavoro con molti limiti e del tutto nella media. Come sottofondo, può andare bene, o anche come ascolto a tempo perso: se però vuoi un album death/doom di alto livello, o anche solo che sia avvolgente il giusto, dovrai cercare altrove.

Voto: 66/100

 
Mattia

Tracklist:
  1. Human Claim – 04:02
  2. Lamb or Wolf – 04:29
  3. Let See the Wood – 04:46
  4. Like Ice – 04:38
  5. Promised Land – 04:55
  6. Soul Shall Die – 04:08
  7. Misery – 04:26
  8. The Skin – 04:32
  9. Sands of Frozen Tears – 05:02
Durata totale: 40:58
 
Lineup:

  • Óscar Del Val – voce e chitarra
  • Javi Martínez – batteria
  • Javier Prieto – chitarra (guest)
  • Miguel Angel Richart Jiménez – basso (guest)
Genere: death/doom metal
Sottogenere: melodic death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Dormanth

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