Old Man Wizard – Blame It All on Sorcery (2018)

Per chi ha fretta:
Blame It All on Sorcery (2018), secondo album dei californiani Old Man Wizard, è un lavoro palesemente ispirato ai vecchi Opeth, ma senza essere derivativo. Rispetto agli svedesi, gli statunitensi lasciano da parte ogni influsso estremo per abbracciare un suono che mescola influssi metal, progressive e un hard rock di stampo anni settanta. Alcuni elementi però sono gli stessi: non solo la voce di Francis Roberts ricorda quella di Mikael Åkerfeldt, ma soprattutto le atmosfere oscure, espanse ed eleganti sono simili, il che è anche il punto di forza degli americani. È questo, se non altro, a creare ottimi pezzi come la vorticosa The Blind Prince, l’oscura Innocent Hands e la strisciante suite finale The Long-Nosed Wiseman, picchi di una scaletta tutta di buona qualità, seppur soffra di una certa mancanza di hit. E se questo fattore, insieme alla tendenza degli Old Man Wizards di perdersi a tratti, impediscono a Blame It All on Sorcery di raggiungere il capolavoro, in fondo non importa. Abbiamo lo stesso un album perfetto per i fan lasciati orfani dalla svolta di Heritage, che ripropone il suono degli Opeth senza copiarli in maniera sterile.

La recensione completa:

Come suonerebbero i vecchi Opeth senza elementi death ed estremi? Può sembrare una domanda banale: dopotutto, gli stessi svedesi si sono orientati sul più puro rock progressivo col nuovo corso cominciato da Heritage. Tuttavia, molti fan – me compreso – potrebbero storcere il naso a questa affermazione: non solo gli svedesi hanno lasciato da parte il metal, ma anche tutte le suggestioni oscure precedenti. Per quanto mi riguarda, infatti, a questa domanda più che la band di Mikael Åkerfeldt possono rispondere altri: gli americani Old Man Wizard lo fanno alla perfezione. Il genere che affrontano nel loro Blame It All on Sorcery – secondo album di una carriera iniziata nel 2011 – è proprio il suono degli Opeth privato da elementi metal estremo: questo gruppo californiano li sostituisce con elementi più vintage. Di base è heavy progressive (ossia a branca dell’hard rock contaminata dal prog): si rifà spesso alla sua incarnazione anni settanta, per quanto gli Old Man Wizard non disdegnino incursioni in territori più moderni – per esempio di origine stoner. Ma soprattutto, Blame It All on Sorcery presenta molti influssi più pesanti, che lo fanno sforare verso il progressive metal: non è quello moderno, fatto di pulizia ed estasi tecnica, ma un suono più d’atmosfera. È questo, in effetti, il punto di forza degli Old Man Wizard: sono bravi a creare ambienti sempre variegati e avvolgenti. Di solito però,  proprio come quelli degli Opeth, sono crepuscolari, oscuri e hanno una certa eleganza che va anche oltre la natura grezza, per esempio, della registrazione; del resto, anche la voce di Francis Roberts ricorda molto il pulito di Åkerfeldt. Sono questi gli elementi che rendono Blame It All on Sorcery più appetibile, per certi versi, delle ultime mosse degli svedesi: poteva addirittura essere un capolavoro, non fosse stato per alcune pecche. Purtroppo, ogni tanto gli Old Man Wizard tendono un po’ a perdersi dietro al progressive classico, con qualche stacco acustico di troppo, almeno per i miei gusti. Inoltre, Blame It All on Sorcery soffre del difetto tipico di tanti dischi odierni, una certa mancanza di hit – per quanto la media sia molto buona. Ma entrambi sono difetti da poco: abbiamo un lavoro ben scritto e avvolgente al punto giusto, non un capolavoro ma pur sempre diversi gradini sopra alla media.

Beginnings and Happenstance è un intro molto semplice, solo una chitarra distorta e vintage che si staglia nel vuoto all’inizio, poi raggiunta da una tastiera e da lievi lead, calmi e malinconici: il tutto ricorda quasi i preludi dei dischi storici dei Metallica. Pian piano la densità sale, fino a toccare un picco: poi però il tutto si spegne, e un arpeggio di chitarra acustica preannuncia l’entrata in scena di Sorcerer. Per lunghi tratti, la norma si muove su queste coordinate: arricchita a tratti dalla sezione ritmica e da lievi cori, altrove invece in solitaria con la voce di Roberts, crea spesso un affresco malinconico, rarefatto, delicato, con poco anche solo di hard rock. Quest’ultimo torna soltanto in alcuni momenti, per esempio i ritornelli: ancora molto lenti, non di grande energia, sono sereni e disimpegnati, ma al tempo stesso hanno una vena di pathos ben udibile. Solo passata la metà il pezzo si anima un po’, con un’evoluzione più arcigna e potente che riprende le melodie già sentite qua e là nel pezzo e comincia a evolverle. Ci ritroviamo pian piano in un ambiente più movimentato, preoccupato, anche se una certa ricercatezza non sparisce mai. Al contrario, torna a tratti, rappresentato dalla voce del frontman e dai cori che creano un’aura tipicamente progressive. Ma col tempo il pezzo deriva verso la pesantezza fino al finale, lento ma cupo e con un forte retrogusto doom: è il termine di un gran bel pezzo, un’apertura coi fiocchi per Blame It All on Sorcery! Va però ancora meglio con The Blind Prince, che stupisce partendo veloce e vorticosa, con la sezione ritmica che la rende cavalcante, nonostante i cori lontani che si posano al di sopra. È una norma che si ripresenta spesso lungo il brano, con la sua energia ma anche una certa preoccupazione: si alterna con strofe più tranquille, in cui la band pesta meno. Ma l’atmosfera è crepuscolare, ha un che di tenebroso, di inquietante, grazie soprattutto al gioco di lievi melodie della chitarra di Roberts; è un’atmosfera comune a buona parte del pezzo. Solo a tratti il tutto svolta su brevi stacchi più aperti e con un piglio anni ’70: per il resto il pezzo è più serioso. Ne è una riprova anche la sua seconda metà, divisa tra hard ‘n’ heavy e prog ma di tono abbastanza cupo, specie negli inserti più doomy e nella potente e vorticosa chiusura, con la voce distorta e tanta sporcizia sonora. È l’ottimo finale di una traccia breve ma piena di grandi spunti, che le valgono persino un posto tra i migliori del disco!

Never Leave si spoglia dei suoni più pesanti sentiti fin’ora per mostrarsi come un pezzo prog rock semplice, ondeggiante, con in evidenza la chitarre acustiche. A volte il tutto è più movimentato grazie al bassista Andrew Beller, che dà al tutto un tono più animato; altrove invece gli arpeggi sono in solitaria sotto alla voce del frontman. Il tutto è votato sempre a una certa calma, a tratti persino solare: più spesso però  è un’oscurità sottile, calda, mogia a dominare per il pezzo. È ciò che emerge per esempio dalla parte centrale, rarefatta e ondeggiante all’inizio, per poi diventare qualcosa di nostalgico, sentito, molto avvolgente. Anche in generale vale lo stesso per la traccia, che si rivela ben scritta, e nonostante la relativa semplicità risulta ancora di qualità più che buona. La successiva Cosmo, esordisce con abbastanza energia, con un riffage rockeggiante diretto al punto, anche se dalla sua ha anche una certa leziosità, una calma che sostituisce l’impatto. È un’impostazione che torna a tratti, seppur con molte variazioni: rispetto all’inizio la norma base è di solito più crepuscolare e preoccupata. Lo stesso vale per le strofe, più espanse, dilatate, strane, ma che evocano la stessa alienazione. Quest’ultima viene meno solo a metà, quando appare un passaggio catchy – può sembrare quasi il ritornello, ma poi non si ripete: evoca un calore mai sentito fin’ora nel pezzo. Dà poi il la a una frazione più vorticosa, ma con le stesse suggestioni, che si barcamena tra momenti più tesi, spesso strumentali, e passaggi cantati che virano verso melodia e calma. È una grande seconda metà per una canzone che per il resto non spicca molto, ma di sicuro nemmeno sfigura in Blame It All on Sorcery!

Con Somehow, gli Old Man Wizard puntano di nuovo sul rock progressivo puro, per quello che è quasi più un interludio espanso che una traccia vera e propria. Per lunghi tratti, in scena ci sono solo delle chitarre acustiche, di retrogusto folk ben più che vago. Anche i ritmi e le melodie catturanti, semplici si rifanno allo stesso genere: a tratti sembra di essere quasi in un pezzo country, per quanto la spigolosità e spesso anche il piglio delle atmosfere siano sempre di stampo prog. Il tutto compresso in un pezzo breve – nemmeno due minuti e mezzo – ma di buona qualità: non solo è molto piacevole per quel che è, ma introduce al meglio con la sua delicatezza la svolta di Innocent Hands, che arriva a ruota. La musica allora cambia di colpo, e ci ritroviamo in un pezzo veloce e con un riffage vorticoso, di chiarissima origine black metal, ben trainato dalla batteria di Kris Calabio: non è feroce come nel genere classico, ma risulta lo stesso cupo e tempestoso. Ci si aspetta quasi di sentire da un momento all’altro l’ingresso dello scream, quando invece gli americani svoltano su una norma più placida, vicina ai pezzi più metal già sentiti in precedenza: l’aura però rimane plumbea, oscura, per quanto non manchi una certa ricercatezza. Lo scambio tra le due parti si ripete un paio di volte, poi gli americani le uniscono: abbiamo allora un brano che rilegge il black melodico in qualcosa di ancora più intenso, malinconico, con la voce pulita di Roberts che accompagna bene i riff. Corredano il tutto un paio di aperture più leggere, in cui fa bella mostra di sé un assolo semplice ma intenso al punto giusto. Contribuiscono a far respirare un pezzo meraviglioso nel suo eclettismo e nel mescolare influssi diversi in qualcosa di coerente: parliamo insomma di uno dei picchi assoluti del disco!

Col suo intro docile e solare, oltre che molto vintage nelle sonorità, Last Ride of the Ancients dà quasi l’idea di voler rispettare l’alternanza sentita fin’ora in Blame It All on Sorcery tra pezzi più potenti e “acustici”. Pian piano però la sua densità comincia a crescere, fino a raggiungere la norma di base: non è aggressiva, ma pur sempre distorta, e nonostante i toni prog e melodici ha nascosto in sé una certa inquietudine. Da qui, gli Old Man Wizard cominciano a progredire: se le coordinate restano le stesse, a tratti il pezzo è più calmo e orientato all’hard melodico, altrove invece comincia a correre e abbraccia elementi metal, come nella seconda metà. C’è spazio anche per dei ritorni di fiamma dell’anima più calma: succede al centro, una breve sezione calorosa e tranquilla, e poi nel finale, una lunga coda costituita da un arpeggio nostalgico. Entrambi arricchiscono un altro pezzo che per quanto non sia all’altezza dei migliori, si rivela di buona qualità. The Vision si ricollega alle suggestioni della precedente ma si fa più crepuscolare sin dall’avvio, col nervoso arpeggio accompagnato dall’enigmatica voce di Roberts. È una base che a volte si fa più cupa e alienata, specie nei passaggi strumentali quasi spaziali, con il classico minimoog progressive; altrove invece si apre e si fa più delicata. Tutto rimane comunque etereo, dilatato, fino a oltre metà  pezzo, quando la musica si anima, con l’ingresso della sezione ritmica e di cori che danno al tutto un piglio quasi solenne. Ma ciò dura pochi secondi, prima che di spegnersi in una coda delicata: è il finale di un pezzo non eccezionale, che spicca poco e non si lascia dietro una grande traccia, ma ha almeno il pregio di essere piacevole.

The Long-Nosed Wiseman comincia col suo riff di base, in cui gli Old Man Wizard riversano le loro influenze doom, prog e hard rock in qualcosa di strisciante, cupo, reso quasi orrorifico a tratti dalle tastiere. È una base che torna spesso lungo il pezzo, inframmezzata però da lunghe frazioni sottotraccia, rarefatte, lente ma al tempo stesso cupe, inquietanti: ricordano gli omologhi degli Opeth. Questa alternanza va avanti per lunghi minuti placidi che però avvolgono bene con la loro oscurità, ricercata ma non per questo meno intensa. Contribuiscono a scongiurare il rischio noia anche le variazioni, che portano a tratti il pezzo più vicino all’hard rock, altrove a diventare anche più sinistro, in una progressione che rimane simile a sé stessa ma di sicuro si rivela sempre interessante. Solo dopo oltre sei minuti la direzione cambia in qualcosa di più ritmato, movimentato, che ricorda ancora la band svedese, con la sua solennità celestiale e alienata. Comincia da qui un’evoluzione tortuosa, che alterna momenti più leggeri, d’atmosfera e altri vorticosi, contorti e puramente progressive, piena di giri di chitarra mai però fini a sé stessi. Il tutto è invece funzionale a creare quella cupezza elegante ma intensa che la band di Michael Åkerfeldt era così brava a evocare, e che anche gli americani riescono a riproporre in maniera egregia.  È insomma un gran passaggio per una traccia però tutta di alto livello: nei suoi oltre dieci minuti di durata, non c’è nemmeno un passaggio a vuoto. Abbiamo insomma un finale col botto, uno dei momenti migliori dell’album insieme a The Blind Prince e Innocent Hands.

Per concludere, forse gli Old Man Wizard potevano fare ancora meglio, con la loro capacità di rileggere certi stilemi in qualcosa di personale ed eclettico. In fondo però anche così ci si può accontentare: Blame It All on Sorcery è un lavoro di buonissima qualità, con pochi punti morti e tanta sostanza. Se non altro, è perfetto per i nostalgici dei vecchi Opeth scontenti del nuovo corso: potranno trovare al suo interno suggestioni simili, ma senza arrivare alla sterile copia derivativa. Se lo sei, quindi, il consiglio è di dare almeno una possibilità a questi ottimi americani!

Voto: 82/100

 
Mattia
 

Tracklist:

  1. Beginnings and Happenstance – 00:49
  2. Sorcerer – 06:32
  3. The Blind Prince – 02:56
  4. Sorcerer – 06:32
  5. The Blind Prince – 02:56
  6. Never Leave – 04:20
  7. Cosmo – 04:14
  8. Somehow – 02:25
  9. Innocent Hands – 04:51
  10. Last Ride of the Ancients – 04:11
  11. The Vision – 03:23
  12. The Long-Nosed Wiseman – 10:36

Durata totale: 44:17

Lineup:

  • Francis Roberts – voce e chitarra
  • Andre Beller – basso
  • Kris Calabio – batteria

Genere: hard rock/progressive metal
Sottogenere: heavy progressive
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Old Man Wizard

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento