Mascharat – Mascharat (2017)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEMascharat (2017) è il primo full-length dell’omonima misteriosa band milanese.
GENEREDi base un black metal classico, ma con alcuni eclettismi che gli danno un tono antico. 
PUNTI DI FORZABuone atmosfere, grazie anche a un arcano concept su maschere e carnevale con una bella dose di fascino. Una buona cura per diversi particolari, per esempio la registrazione, diversi buoni brani.
PUNTI DEBOLIQualche sbavatura, alcuni cliché, un po’ di omogeneità, una certa mancanza di hit. 
CANZONI MIGLIORIMora/Vestibolo (ascolta), Simulacri (ascolta), Rito (ascolta
CONCLUSIONIAlla fine Mascharat si rivela un album buono, onesto, godibile: non sarà un capolavoro ma può fare al caso dei fan del black metal.
ASCOLTA L’ALBUM SU: Bandcamp  Soundcloud
ACQUISTA L’ALBUM SU:Bandcamp 
SCOPRI IL GRUPPO SU:Facebook | Bandcamp | Youtube | Metal-Archives
VOTO FINALE
Su un massimo di 100
75
COPERTINA
Clicca per aprire

“Misteriosi”: è questo il termine migliore per descrivere i Mascharat. Di loro si sa soltanto che provengono da Milano e si sono formati nel 2010: i membri invece rimangono oscuri, non sono noti né loro pseudonimi e nemmeno il loro numero. Probabilmente è anche una scelta consapevole: lo dimostra se non altro il monicker scelto, una parola araba che può significare sia “scherzo” che “situazione caotica e immorale”, ma è anche all’origine della parola “maschera”. Proprio alle maschere e a un oscuro carnevale si rifà anche il concept del loro primo full-lenght omonimo, uscito lo scorso 15 settembre grazie all’etichetta australiana Séance Records (e ristampato di recente in cassetta da Morbid Chapel Records). Quello raccontato dai Mascharat al suo interno è il viaggio spirituale di un uomo di qualche tempo lontano, del suo incontro con tre maschere della tradizione veneziana e del suo allontanamento dai dogmi della religione cristiana. È una storia che i milanesi accompagnano con una buona dose di mistero e di fascino: arricchiscono di molto Mascharat. Anche sul lato musicale però l’album non è male: per sostenere il concept, la band sfodera un godibile black metal sui generis. Di base, si rifà all’incarnazione più classica e “norvegese”, ma senza disdegnare qualche incursione nel black melodico o in quello più atmosferico. Soprattutto, però, i Mascharat non hanno paura di osare e di sperimentare alcuni eclettismi, che ricordano gruppi come primi Satyricon e Isengard: aiutano la loro musica a suonare più antica e quindi più fascinosa, oltre che più in linea col concept. Non è un genere originalissimo, ma di norma non annoia: in più, i Mascharat ci mettono di loro un’ottima cura dal punto di vista formale. Parliamo di un album ben suonato e registrato, con suoni grezzi al punto giusto ma al tempo stesso nitidi, incisivi, con ogni strumento che ha il suo spazio – il che rende il tutto tagliente al punto giusto. Ma anche per la sostanza Mascharat non è scadente, con diverse buone idee musicali; da questo punto di vista, però, il gruppo stenta un po’. A tratti, alcuni brani tendono un po’ a perdersi: colpa anche di qualche cliché che i milanesi non riescono a rileggere, e finisce per suonare trito, scontato. Concorrono a questo difetto anche un po’ di omogeneità e una certa mancanza di vere hit: entrambe però non sono spinte come in molti album che escono oggi. In generale, nonostante le sbavature Mascharat rimane buono, almeno un paio di gradini sopra alla media attuale del suo genere.

Come indica il nome stesso, Intro è un lungo preludio con lievi effetti inquietanti su cui si posa un pianoforte cadenzato, che dà subito al tutto un piglio solenne, rituale. Forse va avanti un pelo troppo a lungo, ma per il resto non è male per introdurre l’album, prima che Bauta esploda. Ci ritroviamo allora in un ambiente subito tempestoso e feroce, tipico da black metal: il ritmo è in blast beat, il riffage a zanzara evoca subito alla mente una fuga oscura, e l’ignoto cantante si propone in uno scream rabbioso, con cui canta in latino. Sembra quasi che ciò debba continuare per tutto il brano, ma presto i Mascharat cambiano direzione: la musica si spegne allora in una frazione lenta, tranquilla, persino malinconica, tra chitarre pulite e sussurri. Da qui, dopo un po’, la marcia riparte e torna all’oscurità, ma in principio è molto melodica e ancora preoccupata; solo dopo un po’ il gruppo più truce e aggressivo. Comincia da qui un bel saliscendi tra momenti più espansi, da black atmosferico con a tratti persino un tocco doom (come per esempio nel finale), e altri invece più dissonanti e diretti, senza che tra le righe manchi anche un po’ di pathos qua e là. L’insieme è comunque costruito abbastanza bene, le varie parti per quanto diverse si integrano bene, per una seconda parte splendida: è la migliore di un pezzo buono in toto, non tra il meglio del disco ma nemmeno troppo lontano!

Médecin de Peste entra nel vivo con calma: all’inizio è lenta, espansa, ancora orientata verso il black atmosferico, e anche quando in scena giunge la voce rimane abbastanza dilatata. È un buon affresco oscuro, che poi si accentua anche di più quando, dopo quasi due minuti, il ritmo di colpo accelera, e le melodie di chitarra sopra al riffage si fanno ancora più desolate. È proprio quest’aura il meglio di questa lunga frazione, per il resto interessante ma un po’ ripetitiva: va un po’ meglio quando invece giunge in scena una lunga traccia eterea, vuota, con solo un lentissimo arpeggio e qualche sussurro. Anche questa tuttavia va avanti forse un pelo troppo a lungo, prima di tornare a un black che ne riprende le dissonanze e si pone lento ma ombroso e incisivo. È il punto di partenza di una nuova progressione, che a un certo punto strappa e comincia ad accelerare, sempre più vertiginosa, con giusto qualche breve pausa tra una fuga e l’altra. In questa fase però il gruppo varia parecchio: a tratti il tutto è feroce e lugubre, altrove invece i giochi sono più melodici e preoccupati, come sulla tre quarti. È proprio da lì che, dopo un po’, la musica comincia di nuovo a spegnersi: è il turno di un altro passaggio morbido e calmo, ma stavolta più pieno e interessante del precedente. Merito anche dell’ingresso, a un certo punto, di quello che sembra un violino, che dà al tutto un tono arcano, bizzarro. In ogni caso, sembra quasi di trovarsi in una coda finale, ma dopo qualche minuto la musica torna ad accendersi per una breve fiammata finale, stridente e apocalittica, pur nella sua lentezza. È la chiusura di un pezzo a tratti molto buono, ma un po’ ondivago nei suoi undici minuti, con la tendenza a perdersi e alla prolissità – specie nella prima parte: anche così, però, il risultato finale è almeno discreto.

Mora esordisce ancora da una frazione calma, stavolta con un basso (o forse c’è anche una chitarra pulita, il tutto è molto distorto). Ciò però dura pochi secondi, prima che parta una fuga potente e frenetica, con un senso di urgenza e un nervosismo ben presenti, palpabili, ma anche un senso melodico spinto, quasi lancinante. Attraverso qualche pausa e ripartenza, questa norma va avanti per qualche minuto simile a sé stessa, prima di virare su qualcosa di più tempestoso, cupo, che comincia subito a evolversi. È una lunga fuga, agitata e sinistra, che zigzaga tra momenti più animati e altri più d’atmosfera, stridenti, tutti però incastrati a dovere tra loro, con un dinamismo presente anche nei momenti in cui i Mascharat frenano lievemente. L’ambiente si calma solo sulla tre quarti, quando la musica perde la sua energia. Ci ritroviamo allora in un passaggio calmo, con ancora lievi echi di chitarre e la sezione ritmica, che creano un paesaggio mogio, malinconico, una magia oscura e avvolgente. Pian piano anche questo torna a crescere, fino a che non ci ritroviamo di nuovo in un ambito black metal vorticoso,quasi stordente, un breve sfogo che si consuma in poco, per poi lasciare spazio a un outro di sapore medioevale. È quello che si ricollega all’inizio di Vestibolo, interludio con un’atmosfera antica, magica, lontana nel tempo e nello spazio. Sono solo un minuto e mezzo di tastiere, in fondo, ma l’aura riesce comunque a colpire alla grande: è un finale grandioso per un doppio pezzo comunque ottimo in toto, tra il meglio che Mascharat abbia da offrire!

Anche con Simulacri ci troviamo avanti a una strumentale, seppur molto diversa. Sin dall’inizio, è una lunga serie di ritmiche black metal vorticose e agitate, unite in fila con lo scopo di creare un ambiente agitato, oscuro – cosa che ai Mascharat riesce molto bene. Merito anche della bontà dei vari riff, sempre taglienti al massimo e con diverse sfumature: a volte il tutto è dissonante e dilatato, quasi come in un bad trip oscuro, altrove invece a dominare è un piglio quasi epico. Come le ritmiche, anche l’aura è ben unita e congegnata: il risultato è una traccia strumentale breve ma molto efficace, anch’essa tra i picchi del disco! La successiva Iniziazione si apre con una voce echeggiata che pronuncia una formula in qualche lingua arcana: è il preludio a una fuga monolitica, rabbiosa. Purtroppo però il tutto suona scontato sin dall’inizio: se i tratti cantati hanno un buon impatto nel loro assalto, il resto risulta trito e anche un po’ privo di mordente. Un po’ meglio va quando giunge in scena la frazione centrale: anche qui, però, non tutto funziona. Se i passaggi più da black atmosferico sono avvolgenti a dovere con la loro oscurità fredda e desolata, quelli più dilatati lasciano un po’ a desiderare. Meglio va quando la falsariga principale torna all’assalto con più grinta: anche lì però qualche passaggio lascia a desiderare, specie quando l’ignoto batterista cambia ritmo su qualcosa di quasi giocoso che però risulta fuori luogo. Di fatto, l’unico passaggio buono e senza sbavature è il finale, una feroce progressione tradizionale, blasfema e rabbiosa al punto giusto – nonostante il basso e quelli che sembrano lievissimi cori diano al tutto anche un (bel) tono solenne. È una frazione che va avanti a lungo, prima di cominciare a spegnersi in una coda che ne riprende i temi in maniera molto più rarefatta. È l’ottimo finale di un pezzo per il resto riuscito a metà, il che è un peccato: ci sono diversi spunti di qualità, ma il risultato finale è sufficiente, nonché il punto più basso dell’intero Mascharat.

Rito prende vita subito lugubre, gelida, abissale: qualche secondo, poi parte come una fuga che mantiene le stesse coordinate. Dopo poco però, questa falsariga comincia ad alternarsi con momenti più melodici e aperti, con una certa preoccupazione e un pelo di calore in più, per quanto la cupezza regni ancora sovrana. Ma ciò accade solo all’inizio, poi la componente feroce e selvaggia prende il sopravvento, per una frazione centrale ossessiva e vorticosa, graffiante, da urlo per impatto nonostante la sua semplicità. È un turbine che si arresta solo dopo qualche minuto, confluendo in una frazione più tranquilla, ondeggiante, con anche un vago retrogusto folk (più nel ritmo che altro) per un effetto eclettico, grottesco – in senso buono, stavolta. È un saliscendi che a tratti si apre e si calma, altrove si agita di più, fino a che non comincia a mescolarsi coi temi iniziali, in un ibrido prima teso, ma che poi pian piano deriva verso la norma più melodica sentita in precedenza. È quella che anima anche il finale, che pian piano diventa più nostalgico e melodico, alienato, fino al finale, ancora con un’impostazione quasi “da giostra” ma al tempo stesso una carica crepuscolare tutta sua. Si tratta della splendida conclusione di un gran pezzo, eccellente in ogni sua parte: chiude col botto Mascharat come uno dei suoi pezzi migliori con Simulacri e il duo Mora/Vestibolo – e forse anche meglio. Il finale vero e proprio è rappresentato però da Outro, lungo episodio da oltre tre minuti e mezzo che riprende in parte le coordinate di Intro. Ma l’aura è meno cupa e più mogia, con anche un certo pathos – per quanto le tastiere ambient spaziali dietro al pianoforte diano al tutto anche un forte tocco alienato, lontano, fuori dal mondo. E se il complesso alla fine è un po’ ridondante e anche un pelo banale nelle melodie, in fondo non importa: come chiusura per un album del genere va più che bene.

Per concludere, pur non essendo eccezionale Mascharat è un lavoro buono, onesto, godibile e con un suo fascino, che va anche oltre sbavature e ingenuità. Per questo, se ti piace il black metal ti è consigliato: troverai un album classico ma non scontato né trito (se non in alcuni frangenti) che di sicuro saprà fare al caso tuo. Certo, dall’altra parte credo che un gruppo misterioso e particolare come i Mascharat possa fare di meglio, e creare un album ben più originale e di valore: forse accadrà in futuro, ma nel frattempo direi che ci si può anche accontentare così.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Intro02:12
2Bauta05:45
3Médecin de Peste11:33
4Mora06:07
5Vestibolo01:27
6Simulacri04:06
7Iniziazione08:14
8Rito07:07
9Outro03:36
Durata totale: 50:07
FORMAZIONE DEL GRUPPO

ETICHETTA/E:Séance Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:la band stessa

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento