Reverend Bizarre – II: Crush the Insects (2005)

Per chi ha fretta:
Per i miei gusti, II: Crush the Insects (2005), secondo album dei Reverend Bizarre, non è un capolavoro ma rimane un album degno di nota. Da un lato, è vero che non sono un grande amante né della sua registrazione rarefatta e grezza, né dell’eccessiva ripetitività che i finlandesi mostrano a tratti. Dall’altro, però, è vero che l’attitudine ignorante e senza fronzoli del gruppo ha un suo fascino, e a livello compositivo la band è molto al di sopra della media. Lo dimostrano, se non altro, pezzi come l’inno Doom over the World, la blasfema Cromwell, l’oscura Council of Ten e la variegata e malefica By the Axe I Rule!, picchi di una scaletta quasi tutta di livello elevato. E così, nonostante tutto, II: Crush the Insects si rivela alla fine un ottimo lavoro, adatto agli amanti del metal disposti a concedergli ben più di una sola possibilità!

La recensione completa:

Per come sono fatto, di rado ho problemi con quelli che sono considerati capolavori del metal. Sarà forse la mia ultradecennale carriera di ascoltatore che mi porta ad avere il fiuto per la buona musica, o forse la mia tenacia nel cercare un significato anche negli album non immediati, finché non lo trovo: sta di fatto che di solito non ho difficoltà ad apprezzare i classici. Ci sono però delle eccezioni, rari casi in cui anche dopo centinaia di ascolti non considero capolavoro un album valutato tale dalla maggior parte degli ascoltatori: è proprio il caso di II: Crush the Insects dei Reverend Bizarre. Per i miei gusti, si tratta di un album con alcuni difetti: su tutti, non sono un grande amante di produzioni così grezze e rarefatte. Di norma, specie in ambito doom, preferisco una registrazione più piena e avvolgente, che sappia valorizzare meglio sia ritmiche che atmosfere. Anche II: Crush the Insects sarebbe stato meglio così, secondo me: se la sua anima grezza non dà fastidio quando il gruppo si muove su ritmi medi, nelle frazioni più minimali smorza un po’ l’effetto possibile. In più, a tratti lo stile compositivo dei Reverend Bizarre è un po’ ripetitivo: certi elementi tendono a ripetersi, sia all’interno del singolo pezzo che tra brani differenti. Nonostante questo, tuttavia, riesco a capire in parte perché sia considerato un album storico: a dispetto dei suoi  problemi, II: Crush the Insects presenta anche diversi elementi di fascino. Per esempio, mi piace l’attitudine del doom dei Reverend Bizarre, così senza fronzoli, ignorante e a volte vicino allo stoner, ma senza mai varcarne la linea. Inoltre, si sente che i finlandesi hanno una marcia in più rispetto a tantissimi altri: nonostante la registrazione, le atmosfere riescono lo stesso a incidere abbastanza, come anche i riff, semplici ma di buon impatto. In generale, se per me II: Crush the Insects non è un capolavoro, questo non vuol dire che non lo apprezzi: per i miei gusti è semplicemente un ottimo album, con diverse belle canzoni e un livello medio elevato.

Le danze partono un lento intro e potente, minaccioso, ma poi i toni cambiano leggermente. Quando entra nel vivo la Doom over the World vera e propria, una certa inquietudine aleggia sempre, grazie anche alla voce roca e alcolica di Sir Albert Witchfinder, ma il tutto è più brillante, quasi divertente. Ciò si sente soprattutto nei ritornelli, catchy e anthemici al punto giusto: nella loro semplicità, colpiscono con la forza di un pugno. Un po’ più cupe – ma non più di tanto – sono invece le strofe, lente cavalcate col giusto impatto. Chiude il quadro un assolo semplice ma adatto alla situazione di Father Peter Vicar e un finale fracassone, con urla, risate e suono di bottiglie che danno al tutto un’atmosfera “da taverna”. Entrambi sono ottime aggiunte a un pezzo elementare ma fantastico, non solo un inno del doom metal ma anche uno dei picchi assoluti di II: Crush the Insects! Una breve rullata di Monsieur Earl of Void, poi The Devil Rides entra in scena con un riffage di base solido ossessivo che va avanti molto a lungo. È lo stesso che regge per lunghi tratti le strofe, semplici e circolari: solo a volte se ne dipartono, per qualche breve stacco che però non ne modifica di troppo la sostanza. Anche per questo, il tutto alla fine suona un po’ ridondante: molto meglio va quando invece il pezzo si apre e rallenta, facendosi meno diretto e più cupo. Ciò accade soprattutto al centro, una frazione espansa e di riflessiva, di buona cupezza, inframmezzata da un attimo in cui si riprende la norma precedente, corredata però da un assolo che aiuta a non far pesare la sua ripetitività. Insieme al breve finale, molto sabbathiano, è il momento migliore di un pezzo per il resto piacevole, discreto, ma che qui non brilla molto: risulta addirittura il meno bello dell’album.

Cromwell esordisce subito con la sua base, costituita da un altro riff molto semplice, ma stavolta incisivo al massimo. Merito dell’aura oscura che riesce a sprigionare, intensa e a cui l’incedere di Earl of Void dà a tratti un retrogusto quasi solenne, persino da epic doom. Ciò accade in particolare nelle strofe, come sempre lineari e senza fronzoli, che ci accompagnano con la loro cupezza a lungo, per poi confluire in brevi momenti leggermente meno oscuri, più aperti, che durano poco ma fanno respirare bene il tutto. Vale lo stesso per la parte centrale, che abbandona la struttura semplice sentite fin’ora e comincia a mescolare temi già sentiti e loro variazioni in un bel vortice, tra riff semplici ma d’impatto e assoli espressivi al punto giusto. È il sigillo su un altro pezzo semplice ma ottimo, uno dei migliori in assoluto di II: Crush the Insects. Con la successiva Slave of Satan, i Reverend Bizarre abbandonano quindi i toni più diretti e musicali sentiti fin’ora per abbracciare la loro anima più eclettica. Lento, alienato, quasi inumano: così è il pezzo sin dal lugubre intro del basso di Albert Witchfinder, che già introduce il tema principale. Quando poi entra nel vivo, la traccia segue ancora la stessa linea musicale, mirando soprattutto all’oscurità: ma è un’oscurità calda e con una certa solennità, come in una sorta di rituale. Sul ritmo lentissimo, quasi funeral, il riff di Peter Vicar e Earl of Void si snoda potente ed espanso, a tratti raggiunto dalla voce minacciosa del frontman o da lead che gli danno una patina di colore e di nostalgia – per quanto il tutto rimanga ancora pesante e cupo. Per lunghi minuti la traccia prosegue su questa linea, variando poco tra momenti più diretti e altri più espansi e rarefatti. In mezzo, c’è qualche arrangiamento che a tratti rende il tutto un pelo più aperto: ciò accade specie nella parte finale, che tende ad animarsi un po’ di più. Anche per questo, il complesso non annoia, anzi evoca una bella atmosfera, diffusa e blasfema, che colpisce bene. Il risultato è un ossessivo viaggio circolare di oltre tredici minuti, che avvolge tanto che uno tende a perdersi al suo interno – in senso buono: non sarà tra i pezzi migliori del disco, ma non è nemmeno troppo lontano!

Council of Ten si muove più o meno sulle stesse coordinate della precedente, seppur il tono sia diverso, meno minimale e più lugubre. Lo si sente sin dal fuzz iniziale, che dopo poco dà il via a una marcia funebre lenta, depressa, quasi spaventosa nei suoi toni. Contribuisce all’effetto Albert Witchfinder, che col basso dà al tutto una cadenza tombale e con la sua voce roca e dissonante gli conferisce un tono anche più sinistro e teatrale del solito. Si crea così una tenebra che si addensa sempre di più, grazie anche agli arrangiamenti, sempre più tempestosi fino a diventare asfissianti. Sembra una cappa impenetrabile, ma dopo quasi sei minuti la luce torna a splendere: è il momento in cui, all’improvviso, la traccia cambia verso. Ci ritroviamo allora in un mid-tempo cavalcante e disimpegnato simile a quelli sentiti all’inizio, molto liberatorio, seppur un senso di inquietudine sia sempre presente. È quella che ci accompagna per qualche minuto fino alla fine di un pezzo un po’ particolare ma molto ben fatto: risulta un altro dei picchi di II: Crush the Insects! By This Axe I Rule! in apparenza segue lo stesso copione dei brani precedenti, seppur stavolta i Reverend Bizarre propongano qualcosa di leggermente diverso. L’oscurità è più espansa, più strisciante: il riffage è molto meno incisivo ed energico che altrove, a tratti ricorda da lontano persino il drone, e anche il ritmo si rivela meno squadrato e più rilassato che altrove. Solo a tratti il pezzo si potenzia un po’ ed esplode, per brevi passaggi più rutilanti: di norma però è sottotraccia, di una calma molto inquietante. Come in precedente, però, anche qui i finlandesi hanno una sorpresa in serbo: poco prima di metà, il basso di Albert Witchfinder preannuncia una nuova accelerazione, anche più veloce che in precedenza. Ci ritroviamo allora in una frazione vorticosa, a modo suo brillante, per quanto al tempo stesso molto minacciosa e rabbiosa, grazie agli influssi quasi punk che spuntano a tratti e alla grinta del cantante. È un turbine che va avanti per diversi minuti, veloce e trascinante, facendosi sempre più cupo e malato, con le ritmiche che si accentuano e solo poche schiarite – come quello dell’assolo – per poi decomporsi, sciogliersi. È il turno allora di una lunga coda lugubre, fredda, desolata, che riprende in parte l’inizio ma in maniera più potente e malata, grazie ai tanti effetti orrorifici che si posano al di sopra. È un altro passaggio lungo ma ben riuscito di un’altra traccia ottima, da includere ancora tra le migliori del disco!

Con Eternal Forest, l’album torna all’ordine e alla lentezza, per una nuova progressione oscura: stavolta però non è molto intensa, mentre torna alla carica un certo senso solenne, evocativo. Nonostante la voce di Albert Witchfinder sia sempre sguaiata e ogni tanto spuntino melodie dissonanti e sinistre, spesso il tutto punta proprio su queste coordinate per quasi tutta la sua durata. È proprio l’atmosfera che le consente di non annoiare, insieme ad alcune buone variazioni, come l’assolo dolce e triste sulla tre-quarti. Tuttavia, a tratti il pezzo non riesce a evitare la prolissità: è il suo principale difetto. Ma in fondo non è un limite così grosso, abbiamo lo stesso un ottimo pezzo doom, che di sicuro non sfigura in un album come II: Crush the Insects. Siamo ormai arrivati quasi alla fine di questo viaggio lungo quasi un’ora e un quarto, e per l’occasione i Reverend Bizarre sfoderano Fucking Wizard, episodio ancora più minimale di quanto già sentito in precedenza. Sin dall’inizio, non c’è altro che un panorama disegnato dal lead dissonante di Peter Vicar, supportato giusto dal basso e con giusto qualche intervento della batteria di Earl of Void. Questa falsariga, sinistra e ancora “horror” al massimo, sostiene a lungo i sussurri e il parlato di Albert Witchfinder senza che vi sia il minimo accenno di ritmo: quello arriva in scena soltanto dopo lunghi minuti, per qualcosa di più potente, arcigno, di impatto con la sua oscurità teatrale. Le due frazioni si scambiano un paio di volte con calma: sembra quasi che tutto il pezzo debba andare avanti così, quando invece dopo quasi otto minuti i finlandesi compiono un’altra delle loro deviazioni repentine. Ci ritroviamo allora in un ambiente movimentato, quasi rockeggiante, ma con una bella aura preoccupata, cupa al punto giusto. È l’inizio di una frazione che alterna brevi aperture più calme, addirittura con un piglio stoner, e altri più cupi: è però la prima anima che prende il sopravvento quando la musica comincia a farsi più frenetica, ma anche aperta. È una progressione che finisce in una maniera molto rock, con l’abituale confusione finale: una buona chiusura, tutto sommato, per un‘altra traccia non eccelsa ma godibile il giusto!

Come ho già detto all’inizio, II: Crush the Insects non è un capolavoro, ma un ottimo disco: seppur non condivida, capisco bene perché secondo molti è un punto fermo del genere doom metal. È proprio per questo suo fascino selvaggio e primigenio, a cui nemmeno io sono  del tutto immune, che secondo me ti è consigliato se sei un fan del genere: a patto, però, che tu non cerchi della musica facile. Dietro alla loro facciata fracassona e senza fronzoli, i Reverend Bizarre sono una band complicata, la loro musica non è facile da penetrare. Accostati pure a loro, perciò, ma con la consapevolezza che non troverai mai in loro l’immediatezza, per esempio, dei Motörhead: per carpire la loro vera essenza, forse non ti basteranno nemmeno un centinaio di ascolti!

Voto: 85/100

 
Mattia
Tracklist:
  1. Doom over the World – 07:37
  2. The Devil Rides Out – 06:10
  3. Cromwell – 05:25
  4. Slave of Satan – 13:27
  5. Council of Ten – 08:32
  6. By This Axe I Rule! – 10:02
  7. Eternal Forest – 10:52
  8. Fucking Wizard – 11:15
Durata totale: 01:13:20
Lineup:

  • Sir Albert Witchfinder – voce e basso
  • Father Peter Vicar – chitarra
  • Monsieur Earl of Void – chitarra e batteria
Genere: doom metal

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