Defiatory – Hades Rising (2018)

Per chi ha fretta:
Hades Rising (2018), secondo album degli svedesi Defiatory, è un lavoro che conferma quanto di buono sentito all’interno dell’esordio Extinct (2016). Il thrash metal massiccio e con inserti estremi è rimasto lo stesso, anche se rispetto al passato il è più vario: questo è un bene, visto che il primo album soffriva soprattutto di omogeneità. Purtroppo però stavolta gli svedesi cadono in altri difetti, tra qualche cliché di troppo  e di una lunghezza eccessiva. Anche la scaletta è un po’ ondivaga, e manca di hit: se la media è buona, solo la possente In Hell e la minacciosa title-track – e in parte anche la macinante Dance of the Dead e la sinistra Metatron – riescono a spiccare. Nonostante questo, Hades Rising rimane un album buonissimo, paragonabile al predecessore per qualità e superiore per maturità: può di sicuro fare la felicità dei fan del thrash metal.

La recensione completa:

Mi è già capitato, in passato, di avere a che fare con gli svedesi Defiatory. Il loro esordio Extinct, risalente a due anni fa, è un album di buonissima qualità e grande impatto, ben al di sopra della media attuale del suo genere. È invece di quest’anno il loro come-back sulla lunga distanza, Hades Rising, uscito lo scorso 11 maggio sempre sotto Black Lion Records: un album che, per buona parte, conferma quanto di buono c’era in Extinct. Lo fa a partire dallo stile: i Defiatory suonano sempre lo stesso thrash metal, solido e potente, con elementi black e death ma mai troppo spinti, che non ne snaturano l’essenza pura né la personalità. Rispetto al passato, però, gli svedesi sono maturati: ora il loro genere è più vario, passa da toni più classici ad altri vicini agli Slayer con più naturalezza. Da questo punto di vista, Hades Rising è superiore a Extinct, che soffriva soprattutto di una grande omogeneità: succede ogni tanto che qualche melodia si somigli tra varie canzoni, ma sono bazzecole rispetto all’album precedente. Purtroppo però anche stavolta i Defiatory non sono esenti da difetti, seppur diversi rispetto al passato: il principale è di sicuro la mancanza di hit. Se molte canzoni all’interno di Hades Rising sono di buona qualità, solo un paio riescono a spiccare, le altre brillano poco. Inoltre, la sua scaletta si perde a tratti: colpa di qualche cliché di troppo, di qualche brano meno riuscito e soprattutto di una lunghezza eccessiva, che poteva essere sforbiciata con buoni risultati. È un piccolo peccato, insomma: se Hades Rising rimane un buonissimo lavoro, paragonabile al precedente, l’idea è che i Defiatory stavolta potessero fare di meglio – per quanto anche così ci si possa accontentare.

L’album entra subito nel vivo movimentato, con un lead preoccupato e crepuscolare, vorticoso, che dopo poco si accentua anche di più, in una frazione di nervoso black metal, non ferocissimo ma potente col suo blast beat. Ma siamo ancora nell’intro: la In Hell vera e propria entra nel vivo solo dopo circa un minuto, svoltando su una norma thrash molto più classica, almeno per quanto riguarda il riff di base. I Defiatory cambiano poi strada per strofe più veloci, di chiaro stampo slayeriano: all’inizio sono potenti, rabbiose, e col tempo si fanno anche più tempestose e urlate, fino a raggiungere i ritornelli. Questi ultimi rallentano ma sono truci al punto giusto, con la voce imperiosa e feroce di Martin Runnzell e delle belle ritmiche potenti che li rendono di impatto assoluto. Chiude il cerchio una frazione centrale divisa tra una frazione rallentata ma con un bel riff, oscura al punto giusto, il classico assolo slayeriano e uno sfogo finale di pura potenza. È il coronamento adeguato a una traccia che scorre veloce ma lascia una grande impressione: abbiamo insomma una partenza col botto per l’album! Anche Dance of the Dead comincia nella maniera più classica possibile. Poi però gli svedesi cambiano strada, verso una norma più macinante ed energica: è la stessa che torna a tratti, per esempio per introdurre i ritornelli. Questi ultimi sono più bizzarri: il lead di Ludvig Johansson dà loro un’anima dilatata, crepuscolare, che consente loro di compensare alla grande la relativa mancanza di potenza e avvolgere bene. Più semplici sono invece le strofe, con un riffage thrashy quadrato e diretto, che evoca però un’aura più arcigna e cupa del normale. L’alternanza tra queste parti va avanti a lungo nel pezzo, con unica variazione solo il tipico assolo al fulmicotone al centro, all’altezza della situazione. Ne risulta un pezzo semplice ma ottimo, a poca distanza dal precedente per qualità!

King in Yellow non esordisce con potenza come le altre, ma se la prende con calma: parte da un lungo intro oscuro, prima con solo il classico effetto-temporale. Da qui emerge una lenta melodia dissonante, accompagnata dal suono di una campana e da lievi sussurri, che creano subito un ambiente lugubre, quasi orrorifico. È la stessa sensazione che permane quando, dopo quasi un minuto, il pezzo si stabilizza su una norma strisciante, con un riffage thrash lento ma potente, che punta non solo sull’impatto puro ma anche sulla cupezza. Di fatto, tutto il brano ne è avvolto: per esempio le strofe, più dure e macinanti, presentano in sottofondo alcune dissonanze che conferiscono al tutto un tocco sinistro. Il picco della tendenza sono però i refrain: dopo brevi bridge quadrati e diretti, si aprono e rallentano, con cori blasfemi a duettare con la voce di Runnzell su una base quasi doom. Sono il passaggio più incisivo di un brano comunque d’impatto in toto: non sarà tra i migliori di Hades Rising, ma resta buonissimo. Stronger Than God torna quindi al dinamismo precedente sin dall’inizio, che ci propone un incastro di riff rapidissimi, con poche pause e il piede ben premuto sull’acceleratore. È la stessa urgenza presente anche nella norma di base, a lungo energica, diretta e senza fronzoli, perfetta per il pogo. Pian piano però al suo interno penetrano delle melodie, prima in maniera strisciante: poi però è il turno dei refrain, con la chitarra solista che disegna fraseggi oscuri e avvolgenti. Ma il tutto non perde un briciolo di forza: le ritmiche di Johansson e di Ronnie Björnström rimangono potenti, il ritmo del batterista Jon Skäre è veloce, per un equilibrio perfetto tra impatto e atmosfera. È il passaggio migliore di un pezzo che per il resto tende a perdersi a tratti, ma non è un gran problema: i suoi pregi, e alcuni momenti di classe – tra cui il solito assolo – aiutano a minimizzare il problema. Il risultato è di buona qualità, e non sfigura affatto in un album come questo.

Un breve intro, poi Death Take Us All parte veloce, con una gran urgenza. Ciò si accentua ancora di più nella norma, che accelera ancora e poi nei bridge, cupi vortici di note che preludono a ritornelli persino più pestati e turbinosi, terremotanti con la loro potenza. Ogni tanto i Defiatory cambiano strada, ma di solito la velocità rimane altissima; solo al centro il pezzo respira, con una frazione macinante ma più rallentata. È l’unica apertura di una scheggia rapidissima ma di ottimo impatto, che in meno di tre minuti esaurisce tutto ciò che ha da dire: non sarà il brano migliore di Hades Rising, ma svolge bene il suo compito! La successiva Morningrise cambia direzione in maniera decisa: sin dall’inizio, si mostra melodica e preoccupata, con gli abbellimenti di Johansson in bella vista. È la stessa base che regge i refrain: sono ansiosi e tristi più che energici, con Runnzell che canta in maniera più musicale del solito e risulta persino catchy – almeno in relazione al genere degli svedesi.  Più potenti sono invece le strofe: quadrate, classiche, aggressive al punto giusto sono un buon contraltare per l’anima più melodica del pezzo. Lo stesso dualismo si ripresenta al centro, tra frazioni più battenti e altre che accentuano il pathos dei chorus, per qualcosa di malinconico e sentito. È una buona variazione per un pezzo un po’ particolare, ma che non stona: è l’ennesimo tassello di buonissima qualità del lotto! Come volesse mettersi in contrasto con la precedente, Down to His Kingdom Below parte subito a mille, come un pezzo granitico retto subito dal martellante blast beat di Skäre. Anche la norma di base è abbastanza dritta al punto: le strofe sono veloci e hanno un riffage molto graffiante, thrash metal classico al cento percento. Poi però qualcosa cambia: attraverso raccordi a metà tra i due mondi, giungono chorus di nuovo con una melodia vocale catturante, ben mescolata alle armonizzazioni di chitarra. Sarebbe un bel passaggio, non fosse che la sua melodia ricorda molto a precedente: non aiuta poi il fatto che la band stavolta vari la sua formula, per esempio con dei passaggi rabbiosi ai limiti di death e black. L’unico passaggio  davvero buono è la lunga e contorta frazione centrale, che unisce melodia e tratti più graffianti in qualcosa di riuscito. Per il resto, abbiamo un pezzo piacevole, discreto ma non eccezionale.

A questo punto, Hades Rising volta pagina con Metatron: da subito, l’impatto e l’oscurità che i Defiatory ci hanno fatto sentire in precedenza ritornano. La falsariga di base si divide tra momenti più dinamici, con ancora un tappeto di doppia cassa roboante a reggere un bel riffage circolare, e frazioni più aperte, ma sempre più arcigne. Ogni tanto, questa norma si fa anche più tempestosa, ansiogena, accumulando tensioni che poi si sciolgono al’arrivo dei refrain. Qui gli svedesi tornano a sfoderare lead di chitarra, ma stavolta di melodico non c’è nulla: formano una base stridente e molto lugubre, inquietante, che insieme alle ritmiche e a un Runnzell echeggiato creano un’aura davvero lugubre. È il momento migliore del pezzo insieme alla parte solistica, in questo caso molto tradizionale ma ben curata e con un ottimo assolo al centro. Anche il resto però non è da meno: abbiamo un altro buonissimo pezzo, non tra i picchi di Hades Rising ma a poca distanza! Sin dall’inizio, Bane of Creation si mostra maschia, potente, con una bella catena di riff pesanti e intricati che a tratti ricordano persino i migliori Testament. È una norma che torna spesso lungo la traccia, in alternanza con momenti invece più semplici, calmi, lenti, che si uniscono però a dovere. Lo stesso non si può dire, purtroppo, per le strane aperture che si aprono qua e là: con il lead di Johansson e il growl in duetto col frontman, sembrano quasi indecisi se essere lugubri o puntare sul pathos, e non si inseriscono bene nel resto. È l’unico difetto di un pezzo per il resto buono in tutte le sue altre variazioni – compresa l’ottima frazione centrale, ancora una volta tradizionale, con addirittura un tocco heavy classico. Rimane però un rimpianto: di certo senza il difetto poteva essere meglio, forse addirittura tra i picchi del disco!

All That Remains lascia da parte la velocità e i cambi repentini della precedente per mostrarsi subito come un mid tempo compatto e arcigno. Il riffage che gli fa da base è semplice e molto vicino al thrash anni ottanta, ma colpisce in maniera discreta: regge buona parte della canzone senza grandi variazioni – se non qualche apertura, coi soli sussurri sopra alla batteria e al circolare basso di Patrik Wall. Si cambia strada solo per i ritornelli, più melodici: la chitarra disegna al solito dei bei fraseggi, ma a dominare sono ancora le ritmiche, sempre potenti, che creano uno strano – ma piacevole – contrasto col resto. Completa il quadro un breve assolo al centro, anch’esso semplice come un episodio senza grandi scossoni, ma piacevole e incisivo: non esalta, ma riesce a divertire quanto ogni pezzo thrash metal dovrebbe sempre. L’album è ormai alle ultime battute: il compito di chiuderlo viene affidato a Hades Rising, con cui i Defiatory tornano a correre. Sin dall’inizio, al centro c’è un riffage massiccio e di gran impatto sonoro: al tempo stesso però evoca anche una certa inquietudine. È un dualismo che torna spesso lungo la traccia: le strofe sono più sul versante della potenza, con Runnzell che urla molto e ritmiche dirette, incalzanti. Si cambia verso d’improvviso coi ritornelli: lunghi e rallentati, perdono un po’ in energia, ma compensano alla grande con un’oscurità arcigna, data dalle oblique chitarre soliste e dal martellare di quelle ritmiche. Chiude il quadro di un brano breve la solita frazione centrale di qualità, che mescola in questo caso le suggestioni dalle due parti al meglio. È il sigillo per un pezzo davvero semplice ma di impatto assoluto: insieme a In Hell, è in assoluto il punto più alto del disco a cui dà il nome, nonché una vera e propria chiusura col botto!

Per concludere, Hades Rising non è una delusione: se non è un passo in avanti in fatto di qualità – che rimane più o meno la stessa di Extinct – lo è per quanto riguarda la maturità dei Defiatory. Si può sperare ragionevolmente, perciò, che il terzo album sarà quello della sintesi, in cui gli svedesi mostreranno davvero il meglio che possono fare e sfrutteranno finalmente a pieno il loro potenziale. Intanto di vedere se accadrà o meno, però, se sei un fan del thrash metal ti consiglio di recuperare quest’album: avrà qualche difetto, ma è anche anni luce sopra, in fatto di personalità e di qualità, al disco medio del revival del genere degli ultimi tempi. E questo non è poco.

Voto: 81/100

 
Mattia
Tracklist:
  1. In Hell – 05:28
  2. Dance of the Dead – 04:12
  3. King in Yellow – 05:28
  4. Stronger than God – 04:12
  5. Death Takes Us All – 02:53
  6. Morningstar – 04:24
  7. Down to His Kingdom Below – 04:44
  8. Metatron – 04:08
  9. Bane of Creation – 05:12
  10. All That Remains – 03:26
  11. Hades Rising – 03:35
Durata totale: 47:42
 
Lineup:

  • Martin Runnzell – voce
  • Ludvig Johansson – chitarra solista
  • Ronnie Björnström – chitarre
  • Patrik Wall – basso
  • Jon Skäre – batteria
Genere: thrash metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Defiatory

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