Assumption – Absconditus (2018)

Per chi ha fretta:
I siciliani Assumption (side project di due membri degli Haemophagus) sono un gruppo di qualità, come dimostra il loro primo full-lenght Absconditus (2018). Si tratta di un lavoro interessante a partire dallo stile, che unisce funeral e death/doom metal in qualcosa di marcio e nichilista, di gran spinta atmosferica – ma pure l’impatto musicale è notevole. La sua bontà è merito anche di alcune influenze ambient ed eclettiche, che aiutano il tutto a non suonare scontato o derivativo, e di una registrazione grezza ma adatta al genere del duo. Sono questi i dettagli che rendono grandi pezzi come Liberation e Beholder of the Asteroid Ocean, brani lunghissimi ma grandiosi che rappresentano da soli quasi tutta una scaletta un po’ inconsistente e con qualche sbavatura, ma di qualità assoluta. E se per questo motivo Absconditus non raggiunge il capolavoro, rimane comunque un ottimo album, che i fan delle sonorità più marce del funeral e del death/doom sapranno sicuramente apprezzare.

La recensione completa:
Se pensi alla Sicilia, le prime cose che ti verranno in mente potrebbero essere il sole, il mare, la macchia mediterranea – ma i meno smaliziati pensano in automatico alla mafia. Che sia l’una o l’altra, nessuno si farebbe mai venire in mente thrash, death e black metal; eppure, l’isola è uno dei poli più prolifici per quanto riguarda l’estremismo musicale italiano, sia per quantità che per qualità. Non è una sorpresa, perciò, che siano proprio siciliani gli Assumption: sono nati a Palermo nel 2011 come side project dei death/grinder Haemophagus (che tra l’altro abbiamo recensito lo scorso anno). Passano giusto pochi mesi, poi pubblicano il loro demo d’esordio Mosaic of the Distant Dominion, seguito due anni più tardi dall’EP The Three Appearances; risale invece allo scorso 20 aprile il primo full-lenght, Absconditus. Il genere suonato dagli Assumption al suo interno unisce momenti lenti e asfissianti, riconducibili al funeral doom metal più arcigno e spoglio, con fughe più rabbiose orientate al death/doom, inteso anch’esso nel suo senso più marcio e amelodico. È uno stile che si fa ammirare per il suo nichilismo musicale, sempre palpabile, presente soprattutto nelle atmosfere – ma i siciliani non lasciano da parte l’impatto, anzi l’equilibrio tra le due componenti è ottimo. Lavorano allo scopo anche le influenze ambient e quelle più eclettiche presenti a tratti: soluzioni originali per rendere più personale un genere che di suo non lo è tantissimo, ma ha il merito di non suonare trito né la sterile copia di qualcuno. Absconditus può inoltre contare anche su un’ottima registrazione, rimbombante e molto grezza, ma in una maniera che sembra studiata: a differenza di molti altri casi, valorizza bene l’atmosfera e i riff degli Assumption. Certo, non tutto è perfetto: a tratti la musica del duo si perde, tende a non incidere e a non essere molto focalizzata. In più, Absconditus soffre un po’ di inconsistenza: con un genere così atmosferico, tre sol brani, per quanto lunghi sono un po’ pochi, come lo sono gli appena trentasei minuti di durata. Ma in fondo entrambi sono difetti da poco: non inficiano granché un bellissimo album, che rimane appena un gradino sotto al capolavoro!

La opener Liberation comincia molto lenta, quasi leziosa, con una sezione ritmica funerea su cui si posa un arpeggio di chitarra pulita lento, calmo, malinconico. A tratti però esso cambia leggermente e diviene più crepuscolare, come un velo di oscurità perturbante: succede soprattutto dopo un po’, quando i toni si fanno profondi, abissali. È un prodromo all’esplosione del brano vero e proprio, che dopo quasi quattro minuti entra in scena ricalcando lo stesso tema musicale precedente, declinato stavolta con più cattiveria. Ci ritroviamo allora in un panorama funeral potente, avvolgente, rabbioso grazie al growl bassissimo e gutturale di Giorgio. Può sembrare che la canzone si sia stabilizzata, ma dopo poco gli Assumption accelerano di colpo, spostandosi su una norma più vorticosa e macinante. È una possente progressione a tinte death/doom, che col passare del tempo si fa sempre più vorticosa e terremotante, grazie alle chitarre ritmiche e soliste che creano circoli vertiginosi e al solido tappeto di doppio pedale di David. È un bello sfogo, non troppo lungo, poi la musica torna a spegnersi, prima in qualcosa di sinistro e dilatato, quasi allucinato, con echi di chitarra pulita quasi spaziali. A sua volta, questa frazione devia su terreni ancora più espansi, quasi drone/ambient, con le tastiere fantascientifiche e il basso riff asfissiante che gli fa da sfondo. È la base per la ripartenza successiva, che torna al funeral ma rimane alienata ed espansa, con i synth e la chitarra pulita iniziale che disegnano un panorama desolato, oscuro al massimo. Pian piano, tutti questi arrangiamenti si fanno più tempestosi, più densi, finché il brano non accelera di nuovo: è una coda finale che alterna un primo momento sinistro, quasi orrorifico, e una fuga death metal con qualche accenno black, di gran impatto. Si fa sempre più vorticosa finché il tutto, finalmente, non si spegne in un breve outro ambient: è un gran finale di un brano senza il minimo istante morto, il picco assoluto di Absconditus!

L’attacco di Resurgence sorprende l’ascoltatore: all’inizio non c’è nulla di lontanamente metal, sostituito da qualcosa a metà tra avanguardia sinfonica e ambient. In scena ci sono solo i flauti di Giorgio: intrecciano melodie dissonanti, lontane, inquiete, che possono persino ricordare gli esperimenti di compositori come Debussy o Stravinsky. È una progressione che va avanti a lungo, sulla stessa base melodica a cui però vengono date diverse variazioni sul tema, che ci conducono attraverso un panorama oscuro. Anche per questo, è un’ottima introduzione, mai noiosa nei suoi due minuti e mezzo, al pezzo vero e proprio, che poi entra in scena con un’arcigna falsariga death/doom. Il tutto non è lentissimo, punta più su un riffage marcio e d’impatto: spesso però spuntano degli stacchi più d’atmosfera, espansi, oscuri, con le tastiere che imitano i flauti precedenti. È la norma che regge il brano per lunghi tratti, sia qui che alla fine: al centro però trova spazio una divagazione che lascia da parte la lentezza precedente. Abbiamo allora un lungo passaggio vorticoso e abbastanza rabbioso, con al centro un bel riffage, tortuoso e lugubre, su cui si staglia i growl del frontman e a un certo punto anche un bell’assolo, molto cupo. E se la durata un ridotta fa sembrare il complesso un pochino incompleto, in fondo importa poco: pur essendo il meno bello di Absconditus, si tratta comunque di un episodio piuttosto valido!

A questo punto, è l’ora della conclusiva Beholder of the Asteroid Ocean, lunghissima traccia divisa in due parti. La prima se la prende con molta calma a entrare nel vivo: per oltre tre minuti e mezzo, è un brano ambient dai toni cosmici e cupi, in cui la fanno da padrone loop, riverberi e suoni inquietanti. L’aura non cambia granché nemmeno quando entra nel vivo: per un bel po’, gli Assumption si muovono su un funeral doom lento, spoglio, lugubre e asfissiante con la sua lentezza. Sembra quasi che tutto il pezzo debba procedere su queste coordinate, quando d’improvviso scatta: ci ritroviamo allora in una progressione death metal piena di svolte repentine. Tuttavia, è ben impostata nella sua complessità, e segue il filo conduttore di un’atmosfera malefica, nera come la notte, che avvolge sia i passaggi più veloci all’inizio, sia quelli più oscuri e sinistri successivi. Sono questi che, continuando nel loro rallentamento, ci conducono di nuovo in un ambiente funeral, lento e cupo, dominato da eteree tastiere che poi  rimangono in solitaria quando il metal si spegne. Ma la traccia è ancora lontana dal termine: giusto un attimo di pausa, poi la seconda parte entra in scena tranquilla, con anche una certa eleganza e un vago retrogusto persino jazz (!). È una norma che avanza col suo mood spaziale e misterioso a lungo, prima che il suo incantesimo si spezzi ed entri in scena di nuovo una base movimentata e truce. È un’altra evoluzione piuttosto complessa, che attraversa momenti più riottosi e potenti, ma non troppo veloci e una fuga invece di assoluta urgenza. È quella che ci conduce a un finale meno dinamico ma più fracassone e pesante, con al centro la chitarra di Giorgio, che disegna riff possenti e death e solo ogni tanto si apre per qualcosa di più doomy. Ciò avviene di più solo nel finale, una breve coda inquietante che poi si spegne anch’essa in un outro mogio, depresso, con synth e chitarre molto effettate che si intrecciano. Nel complesso, ne risulta un episodio lungo oltre quindici minuti ma in cui i momenti morti sono rari: il risultato insomma è ottimo, poco lontano da Liberation per qualità!

Per concludere, nonostante i suoi piccoli difetti e la sua inconsistenza, Absconditus si rivela lo stesso un lavoro di ottima qualità, mezz’ora abbondante di puro nichilismo sonoro. Se sei fan del death metal più marcio e soprattutto ami le sue propaggini doom e funeral, il consiglio è di recuperarlo. E magari di tenere d’occhio una band giovane (almeno per quanto riguarda la sua storia) ma promettente come gli Assumption!

Voto: 86/100

Mattia

Tracklist:

  1. Liberation – 15:31
  2. Resurgence – 06:13
  3. Beholder of the Asteroid Oceans (Part I & II) – 15:08
Durata totale: 36:52
Lineup:

  • Giorgio – voce, chitarra, tastiera, flauti, basso
  • David – batteria
Genere: death/doom metal
Sottogenere: funeral doom metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Assumption

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