Led Zeppelin – Houses of the Holy (1973)

Per chi ha fretta:
Apprezzato da alcuni, snobbato da altri, per quanto mi riguarda Houses of the Holy (1973), quinto album dei Led Zeppelin, è un lavoro buono ma non eccezionale. Non c’entra molto la volontà di sperimentare sonorità lontane dall’hard rock – già fatto con maggior successo in Led Zeppelin III (1970): piuttosto, qui sono gli inglesi stessi a mancare di ispirazione. Parliamo in effetti di un lavoro un po’ leggerino e privo di mordente il che a volte è un problema. Certo, non tutto è scadente: molti pezzi sono buoni, soprattutto l’iniziale The Song Remains the Same e l’evocativa ballad No Quarter, picchi assoluti degni del passato del quartetto – ma al contrario brani come The Rain Song e The Crunge non mi esaltano. Sommando pregi e difetti, Houses of the Holy è un album non eccezionale né al livello dei passati lavori dei Led Zeppelin, per quanto in fin dei conti si riveli buono e piacevole.

La recensione completa:
Nel mondo della musica, esistono album su cui il giudizio è unanime: che siano capolavori oppure scadenti, tutti sono concordi nell’affermarlo. Dall’altro lato, invece, esistono album controversi che dividono il pubblico tra fan e detrattori: Houses of the Holy, quinto album dei Led Zeppelin, ne è un buon esempio. Alcuni dei fan del quartetto inglese lo considerano uno dei loro capolavori, altri invece un album minore, non all’altezza del diretto predecessore senza titolo – che invece è un capolavoro di quelli citati all’inizio. Per quanto mi riguarda, mi trovo a metà tra i due mondi: secondo me Houses of the Holy non è l’album scadente che sostengono alcuni, ma è chiaro che qui i Led Zeppelin si sono lasciati un po’ andare. E non è solo perché abbandonano in parte il loro hard rock precedente per qualcosa di più eclettico: questo era stato già fatto con ancora più convinzione con Led Zeppelin III, con risultati migliori. No, a mancare in Houses of the Holy è l’ispirazione: parliamo di un album un po’ frivolo, leggero e disimpegnato, oltre che un po’ moscio – fatti spiegabili dal periodo rilassato e allegro che il gruppo attraversava mentre lo incideva Non che i Led Zeppelin siano mai stati una band cupa o aggressiva, ma qui questa loro caratteristica è spinta davvero troppo all’estremo a tratti. Altrove, c’è da dire, è persino un punto di forza: in Houses of the Holy non mancano alcuni pezzi ottimi o anche eccezionali, con poco da invidiare al meglio della carriera degli inglesi. Ma tra qualche altro che non è un granché e i citati difetti, nel complesso abbiamo un album solo buono e godibile, che però non raggiunge gli apici incredibili toccati altre volte dai Led Zeppelin.

L’iniziale The Song Remains the Same mostra subito il piglio disimpegnato e frizzante che poi sentiremo per buona parte di Houses of the Holy. A reggere tutta la canzone sono lunghi fraseggi della chitarra pulita di Jimmy Page: a tratti sono abbastanza frenetici, ma più spesso il riff è lento, espanso, mentre a correre è solo la sezione ritmica. Di tanto in tanto, inoltre, appaiono venature hard rock: si esplicano in qualche ritmica un po’ più potente o, più spesso, in assoli veloci come il resto, ma sempre melodici. Questa norma avanza a lungo, a eccezione di quelle che possono essere considerate le strofe: qui la frenesia lascia un po’ spazio, e la musica passa in sottofondo al falsetto di Robert Plant. Sono però giusto un paio di interventi, per il resto il brano rivela con facilità la sua natura originale – gli inglesi l’avevano concepita come strumentale. E da questo punto di vista, funziona benissimo: ogni particolare è ben impostato, le tante variazioni e le tante melodie funzionano bene lì dove sono piazzate. Forse di hard rock non c’è moltissimo, ma non importa: come apertura è ottima, uno dei picchi dell’album che apre! È quindi il turno di The Rain Song, ballad tenera e solare, che in pratica si regge tutta sugli arpeggi folk di Page, su cui Plant canta in maniera docile, malinconica. All’inizio i due sono da soli, ma poi si aggiungono anche il melltron di John Paul Jones che dà al tutto un che di poetico; lo stesso vale per i passaggi che spuntano a tratti, più delicati col pianoforte. L’atmosfera ricercata che si sprigiona non è male, avvolge bene con la sua rilassatezza: a tratti però la calma è davvero troppa, e il fatto che tutto vada avanti per oltre sette minuti e mezzo non aiuta. Contribuisce a questo la relativa mancanza di variazioni: i temi si assomigliano parecchio alla lunga, e solo in certi momenti – quando per esempio sulla tre quarti il tutto si movimenta  un po’ – il complesso riesce a tenere alta l’attenzione. Ne risulta un pezzo piacevole ma un po’ ridondante e non eccezionale: sinceramente, non capisco perché molti fan della band inglese lo considerino tra i loro classici!

Anche Over the Hills and Far Away all’inizio dà l’idea di essere una ballad, col suo arpeggio di chitarra pulita, per quanto meno ricercato e più giocoso, stavolta. È un fatto che si conferma anche quando entra nel vivo un pezzo hard rock melodico: non aggredisce quasi mai con potenza, preferisce essere invece scanzonato. Contribuiscono a questo i semplici vocalizzi di Plant e le chitarre acustiche che si sovrappongono spesso al riffage: entrambi arricchiscono il brano di una sfumatura. Solo la parte centrale si fa un po’ più rutilante: seppur le melodie precedenti non vengano meno, il tutto è più maschio e sensuale. È in ogni caso una parte che non stona con le altre, anzi si inserisce molto bene in un buonissimo pezzo, poco lontano dal meglio del disco! La successiva The Crunge contrasta con l’outro della precedente, dolce e appena udibile, entrando in scena col pestare della batteria di John Bonham. A ruota, il batterista viene seguito dal basso grasso di Jones e dalle chitarre acide di Page, che danno al tutto una chiara connotazione funky: è la stessa natura a cui si ispirano anche la voce del frontman e gli interventi a tratti di tastiere oblique. Di fatto – per stessa ammissione dei Led Zeppelin – il complesso è una parodia del funk a là James Brown: peccato però che come esperimento non sia molto riuscito. Più che altro, ha l’aria di essere un divertissement fine a sé stesso, che va avanti per tre minuti sempre sulle stesse coordinate, e senza comunicare granché: per quanto mi riguarda, è il punto in assoluto più basso di Houses of the Holy. Per fortuna, a questo punto il disco si ritira su con Dancing Days, che sin dall’inizio mostra un’aria poco seria, disimpegnata. Ma stavolta non è un male: sia le strofe, da rock classico – seppur contaminato da strane ma piacevoli dissonanze –  e catchy, sia i momenti più hard rock che le inframmezzano funzionano, nella loro semplicità. A parte qualche lieve variazione strumentale qua e là, non c’è altro in un pezzo elementare ma piacevole, che scorre veloce nei suoi tre minuti e mezzo abbondanti e coinvolge al punto giusto!

Una breve rullata di Bonham, poi D’yer Mak’er si rivela un altro esperimento, stavolta centrato sul reggae e sulla musica caraibica. Per tutta la sua durata, è il genere che gli inglesi interpretano nella loro versione, senza alcuna pretesa di serietà: lo si sente bene nelle strofe, disimpegnate e manieristiche, esagerate in una maniera voluta: stavolta riescono a divertire. Più malinconici – ma a ben guardare, ancora scherzosi – sono invece i refrain, con quella leziosità tipica della musica dei Led Zeppelin. È un altro bel dettaglio per un divertissement stavolta ben riuscito (molto più di The Crunge) e di intrattenimento: non è il pezzo migliore del disco, ma sa il fatto suo! È però un’altra storia con No Quarter, che comincia subito col suo malinconico tema principale, scandito da un piano elettrico iperdistorto, il cui suono ricorda quello del cristallo, o dell’acqua che fluisce placida. È una base costante per il pezzo, anche quando entra in scena la sezione ritmica e poi di un riffage distorto ma pacifico, notturno, di grandissima nostalgia pur nella sua semplicità. Questa progressione si ripete spesso: quando la parte iniziale regge strofe dolci, su cui Plant quasi sussurra,quella più dinamica è l’anima del ritornello, che anche il frontman aiuta in fatto di pathos. C’è spazio, qua e là, per delle breve variazioni, per esempio una frazione centrale in cui la chitarra e i synth che duettano in qualcosa di delicato e alienante, etereo, quasi spaziale a tratti. È un bel contributo a una traccia meravigliosa: non solo è la migliore di Houses of the Holy, ma per quanto mi riguarda è la migliore ballad dei Led Zeppelin dopo Stairway to Heaven, nonostante molti la sottovalutino! A questo punto, siamo agli sgoccioli: nell’album c’è rimasto spazio solo per The Ocean, che cambia registro e si presenta come il tipico pezzo hard rock zeppeliniano. Una certa calma – la stessa già sentita altrove – è sempre presente, ma stavolta il pezzo è più duro che in passato, sia nei momenti strumentali da classico hard rock, sia nelle strofe, sottotraccia e oblique ma molto piacevoli. La struttura inoltre non è lineare: già in questa norma appaiono di tanto in tanto alcune variazioni di arrangiamenti, come per esempio alcuni assoli qua e là oppure il breve momento “a cappella” al centro. Il cambiamento più evidente è però in coda, quando il ritmo accelera in un bel passaggio di blues/hard rock quasi festoso. È un bel finale per una traccia non eccezionale ma di buonissima qualità, che chiude il disco a dovere.

Per concludere, Houses of the Holy non sarà all’altezza dei migliori album dei Led Zeppelin, ma in fondo ci si può accontentare. Parliamo lo stesso di un buon album, godibile al punto giusto e con qualche pezzo eccelso che vale l’acquisto: di sicuro non è un prodotto scadente. Se ti piace l’hard rock, o sei un fan dei primi quattro album degli inglesi, è insomma un album che ti è consigliato, a patto che non ti ci approcci con troppe aspettative: senza di esse a rovinarti l’ascolto, di sicuro potrai godertelo a pieno!

Voto: 78/100

 
Mattia

Tracklist:
  1. The Song Remains the Same – 05:30
  2. The Rain Song – 07:38
  3. Over the Hills and Far Away – 04:49
  4. The Crunge – 03:17
  5. Dancing Days – 03:43
  6. D’yer Mak’er – 04:22
  7. No Quarter – 07:00
  8. The Ocean – 04:31
Durata totale: 40:50
Lineup:
  • Robert Plant – voce
  • Jimmy Page – chitarre
  • John Paul Jones – tastiere, organo e basso
  • John Bonham – batteria
Genere: rock/hard rock
Per scoprire il gruppo: la pagina Wikipedia sui Led Zeppelin

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2 risposte

  1. Gabriele Pavan ha detto:

    The Crunge l'ho ascoltata una sola volta (per me è inascoltabile…).In effetti il vero gioiello a mio parere è proprio No Quarter.Questa canzone, tuttavia, insieme a Rain Song viene valorizzata al massimo nel doppio live, e in effetti sono le versioni che preferisco: averle fatte così in un disco in studio avrebbe alzato moltissimo il valore totale.ciao

  2. Mattia Loroni ha detto:

    Purtroppo non ho avuto mai la fortuna di ascoltare il doppio live. Ma di sicuro cercherò di colmare questa lacuna, prima o poi ^_^ .

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