Tantal – Ruin (2017)

Per chi ha fretta:
Ruin (2017), terzo album dei moscoviti Tantal, è un album che non sfrutta a pieno il potenziale della band. Da un lato, il loro gothic metal con voce femminile ma espanso, atmosferico, con forti influssi (principalmente progressive, ma anche estremi e post-metal) è personale e colpisce bene per quanto riguarda le atmosfere. Dall’altro, però, l’album soffre di una certa omogeneità, con tante melodie che si assomigliano; in generale, sembra quasi che i russi non abbiano avuto idee sufficienti in fase di songwriting. Anche la scaletta ha il difetto di essere un po’ ondivaga: accanto a grandi pezzi come la depressa Torpid, la progressiva A Hopeful Lie, la desolata title-track sono presenti altri che non lo sono più di tanto. Sommando pregi e difetti, Ruin è un album buono e adatto ai fan del gothic metal che cerchino qualcosa di originale; resta però il rammarico, visto che poteva essere un capolavoro!

La recensione completa:

Per creare un capolavoro musicale, l’originalità da sola non basta. Se è vero che è utile e che fare bene con un suono già sfruttato è molto più difficile, ci vogliono il giusto numero di buone idee per sfruttarla al meglio: c’è altrimenti il rischio creare lavori anche buoni ma monchi. È proprio il caso di Ruin, terzo disco dei Tantal, band di Mosca nata nel 2004 che nel tempo ha virato dal thrash/death metal a un suono più eclettico. Quello che affronta qui è un gothic metal con voce femminile, lontano però dallo stile sinfonico e melodico che suonano i tanti cloni di Tristania e Within Temptation. In particolare, il suono di Ruin è molto più espanso e punta su un’atmosfera espressiva, malinconica: qualcosa che ai Tantal, tra l’altro, riesce molto bene. Contribuiscono all’originalità un buon ventaglio di influenze: quella maggiore è il progressive, udibile più in molte atmosfere che a livello musicale, dove sono pochi i passaggi tecnici. Ma in Ruin ci sono anche influssi che vanno dall’alternative e dal gothic rock al groove metal, passando per il thrash e il death che i Tantal suonavano all’inizio della loro carriera. È uno stile personale: merito anche delle già citate atmosfere, avvolgenti grazie a vaghi elementi post-metal piazzati qua e là. Sono un altro elemento che rende il suono dei russi lontano dal solito gothic di maniera e permette loro di trasmettere emozioni vere. Purtroppo però Ruin non è esente da alcuni bei difetti: per esempio, la sua scaletta è abbastanza ondivaga, con qualche pezzo eccezionale ma altri discreti e nulla più. Colpa anche di una certa omogeneità: spesso le melodie al suo interno si assomigliano, e molti pezzi di conseguenza rendono meno di quanto potrebbero fare da soli. In generale, l’album dà l’idea che i Tantal siano riusciti solo in parte a sostenere la propria originalità con le giuste idee: il risultato è che Ruin, per quanto buono, rimane parecchi gradini sotto al capolavoro che era nel suo potenziale.

La opener Constant Failure comincia subito movimentata, con un breve intro che poi esplode nel riffage circolare di Dmitriy Ignatyev e Alexander Strelnikov, potente, vorticoso e con un retrogusto melodeath. È un’anima che torna diverse volte nel pezzo, per esempio nelle strofe: rocciose, potenti, agitate, vanno avanti abbastanza a lungo con tante piccole variazione ma senza perdere la loro anima. A tratti però i Tantal esagerano un po’ in questa essenza così macinante, e finisce per suonare piatto: meglio va invece quando entra più melodia. Succede per esempio nei bridge, più carichi a livello emotivo, per poi sfociare nei ritornelli: più calmi e aperti, sono semplici, quasi banali, ma colpiscono in maniera almeno discreta. Lo stesso vale nella parte centrale, che unisce le due anime del pezzo con anche una vena estrema – con per esempio il growl – ma che colpisce bene, con le sue melodie: tra di esse spiccano quelle del bell’assolo, classico e preoccupato. È insomma un passaggio che arricchisce un pezzo non del tutto riuscito, una falsa partenza per Ruin , pur essendo alla fine discreto. Di certo va molto meglio con Denial, che si sposta su una norma più atmosferica sin dal pianoforte iniziale, prima di incrociarlo con un riffage altrettanto mogio, malinconico. È la base che regge anche i ritornelli: semplici ma sentiti, possono contare sulla voce di Sofia Raykova, che li rende drammatici, quasi lancinanti. Più sottotraccia sono invece le strofe, calme e con una tristezza sottile, a tratti quasi leziosa: pian piano questa norma cresce di intensità e di pathos, fino a raggiungere la norma principale. Ottima anche la parte centrale, divisa a metà tra un momento intimista dalle sonorità elettroniche e un bell’assolo, potente ma malinconico come il resto. È un buon coronamento per un pezzo semplice ma di buonissima qualità!

Anche Torn Inside esordisce con energia, quando dal breve intro fuoriesce un pezzo roccioso, con un riffage di origine groove/thrash metal moderno. È la norma che va avanti a lungo nella canzone, a volte con impatto, altrove invece con più dinamismo, creano un panorama movimentato e di gran potenza. A tratti però questa norma lascia spazio a notevoli aperture delicate, con la frontwoman che perde la sua grinta per qualcosa di più melodioso ma abbastanza avvolgente – nonostante sappia un pelo di già sentito. Il passaggio migliore è però al centro, che alterna momenti in cui i russi mostrano i muscoli, con riff possenti o assoli al fulmicotone, a una frazione che unisce le due anime sentite in precedenza in qualcosa di obliquo ma funzionale – che poi torna in maniera più espansa nella lunga coda. Sono due passaggi riusciti di un pezzo non eccezionale, ma che ha il merito di essere buono e piacevole. L’avvio della successiva Drained, con gli arpeggi di chitarra e la voce docile della frontwoman, dà quasi l’idea di voler introdurre una ballad. Ma dopo mezzo minuto, la musica diventa abbastanza frenetica, col solito riffage nervoso e orientato al gothic che i Tantal ci hanno già fatto sentire lungo Ruin: fa da base sia ai momenti strumentali che, più rarefatto, alle strofe. Queste ultime sono sottotraccia, delicate, quasi inespressive ma in maniera voluta allo scopo di creare un contrasto con bridge invece disperati, riottosi, lancinanti, che strappano il pezzo. Sono il perfetto intro per ritornelli che si calmano un po’ ma con la loro melodia dilatata evocano bene una forte nostalgia. Una frazione centrale espansa, atmosferica, a tratti caotica – ma in maniera studiata – e un finale classico, dal vago appeal sinfonico, chiudono il cerchio di un altro pezzo che non spicca moltissimo nella scaletta, ma si rivela di livello più che buono.

Torpid comincia molto lieve, con la batteria piena di effetti di Vyacheslav Gurovoy accompagnata da tanti glitch sintetici, per un effetto espanso. È lo stesso che la traccia evoca quando entra nel vivo come un pezzo gothic molto etereo, calmo, con chitarre distorte e arpeggi puliti di origine progressive che si intrecciano. A tratti sono questi ultimi a prendere il sopravvento: succede all’inizio nelle docili strofe, in cui solo ogni tanto torna la distorsione. Nella sua evoluzione il pezzo tende a potenziarsi, ma una certa aura depressa, incolore, rimane: o almeno, ciò succede fino ai refrain, dove la tensione accumulata fin’ora si scioglie in qualcosa di disperato, drammatico, che colpisce al cuore. Merito della grande prestazione della Raykova, davvero sentita ma al tempo stesso anche catchy. Ottima anche la frazione centrale, divisa di nuovo tra una prima frazione caotica, quasi ambient/noise, e un assolo tradizionale e vorticoso che però si uniforma all’aura generale. È quanto basta per coronare un brano non troppo complesso ma emozionante al massimo, uno dei picchi indubbi del disco! La seguente A Hopeful Lie comincia subito tempestosa con un riffage groove grasso e potente, di gran impatto, spostato sul lato più macinante della musica dei Tantal. Rispetto al solito però i russi cambiano più le carte in tavola ed esaltano il loro lato progressive: per esempio, le strofe sono più strane, oblique, col riffage spezzettato della coppia Ignatyev/Strelnikov e tanti effetti. Più strani ancora sono i chorus, che lasciano da parte il tono crepuscolare del resto per mostrarsi all’improvviso allegri, solari, persino catchy – per quanto una vena malinconica sia sempre presente. Anche questo consente loro di esplodere al meglio: il resto però non è da meno, e il fatto che il gruppo scambi spesso le varie parti aiuta a non annoiarsi. Buona anche la seconda metà, divisa di nuovo tra pulsioni rocciose, a volte di stampo metalcore, e ottime frazioni melodiche, con un bell’assolo, un’ottima apertura e qualche bel ritorno di fiamma dalla prima parte. È il coronamento di un pezzo non all’altezza dei migliori, ma giusto per poco!

Low comincia lenta, con un mogio arpeggio di chitarra – e stavolta non è un’illusione. Anche quando la musica comincia a salire di voltaggio, rimane molto lenta, evocando una depressione calda e accogliente, con riff sempre molto dilatati, e che solo a tratti si addensano. Di norma succede in frazioni ancora lente ed espanse, con un forte retrogusto progressive e post-metal; solo in certi momenti il ritmo accelera, e la traccia si fa più diretta. Succede per esempio nei ritornelli, lunghi passaggi più intensi, ma in cui la cupezza e il pathos non vengono meno, anzi si accentuano. Anche la parte centrale è più veloce e potente – la frazione che lo è di più in assoluto nel pezzo, con anche la doppia cassa di Gurovoy; il tutto rimane però melodico, calmo, con anche dei fraseggi ricercati che arricchiscono molto il panorama. È un complesso ben impostato, seppur a tratti suoni un po’ prolisso – e i sei minuti di durata non aiutano in questo senso: a parte questo però ne risulta un episodio godibile, che non brilla molto ma si fa ascoltare con piacere. Va però molto meglio con Ruin, che entra nel vivo subito col suo ritornello, tanto malinconico da dare quasi i brividi. Merito sia della Raykova, che azzecca una melodia vocale splendida, sia della base, espansa e piena di piccoli fraseggi di tastiera e di chitarra, che la arricchiscono molto bene. Anche il resto non è male: sia quando è calma, nostalgica, depressa, con intrecci di chitarra solo vagamente distorte come base, sia quando diviene più potente, riottosa e disperata, la falsariga di base funziona alla grande. Chiude il quadro una frazione centrale che mescola quanto sentito fin’ora nel brano in un connubio altrettanto intenso dal punto di vista sentimentale, quasi romantico. È un altro punto forte di una traccia semplice ma splendida, uno dei picchi assoluti dell’album a cui dà il nome!

Tears of Yesterday prende vita lenta, tranquilla, con un arpeggio solare di chitarra, che la fa sembrare quasi una ballad delicata e tranquilla. In effetti, per lunghi minuti è davvero così: la stessa sensazione viene poi acuita dalla voce dolce della frontwoman, che entra in scena insieme alla placida sezione ritmica, creando una malinconia sottile e rilassata. È l’effetto che avvolge, in maniera più intensa, i refrain: elettrici ma lenti, evocano pathos più che aggredire, e risultano abbastanza classici senza suonare troppo banali. Poi però i Tantal prendono un’altra strada: poco prima del centro, la traccia accelera con potenza inesorabile, facendosi più preoccupata, nervosa. Si alternano allora strofe di questo tipo, con ancora un velo di ricercatezza ma anche un bel dinamismo incalzante, e i refrain di prima, resi però più movimentati e potenti. Chiude il cerchio una frazione centrale ancora di gran nostalgia: arricchisce bene una gran bella traccia, forse non tra le migliori brani di Ruin, ma nemmeno troppo lontana. A questo punto l’album è agli sgoccioli: c’è rimasto spazio solo per The Awakening, che al contrario della precedente è un lento a tutti gli effetti. Per lunghi minuti, in scena non c’è altro che una chitarra acustica, a supportare la voce quasi sospirante della Raykova. Solo a tratti spuntano delle lievi tastiere: in certi frangenti hanno un aspetto da prog vintage, sembrano quasi un mellotron, mentre altrove hanno una forma più elettronica. Sono una delle piccole variazioni del pezzo insieme ai momenti che spuntano a tratti, più preoccupati e crepuscolare del resti. Il cambio di rotta più grande si ha però nella seconda metà, quando spuntano delle percussioni sintetiche e dei fuzz, che rendono il tutto cupo – seppur la chitarra pulita e anche l’assolo di quella distorta contengano ancora molta nostalgia. È il momento più profondo di un brano non eccelso, ma piacevole al punto giusto: è lontana dal meglio dell’album che chiude, ma come conclusione non è malaccio.

Come già accennato all’inizio, resta un rammarico per Ruin: con la personalità e la capacità di emozionare dei Tantal, poteva essere un capolavoro assoluto. Purtroppo, i difetti e le poche idee messe in campo non hanno consentito ai moscoviti di riuscirci: in fondo però ci si può anche accontentare così. Parliamo sempre di un buon album, con un paio di pezzi eccezionali che da soli gli fanno meritare l’acquisto – e tanti altri che non sono male. Per questo, se ti piace il gothic metal con voce femminile ma vuoi qualcosa lontano dai soliti cliché triti e ritriti, per te questo sarà comunque un lavoro interessante.

Voto: 77/100

 
Mattia

Tracklist:

  1. Constant Failure – 04:30
  2. Denial – 04:12
  3. Torn Inside – 05:34
  4. Drained – 04:53
  5. Torpid – 04:16
  6. A Hopeful Lie – 04:42
  7. Low – 06:00
  8. Ruin – 04:53
  9. Tears of Yesterday – 05:01
  10. The Awakening – 04:40
Durata totale: 48:41
 
Lineup:

  • Sofia Raykova – voce
  • Dmitriy Ignatyev – chitarra e tastiera
  • Alexander Strelnikov – chitarra
  • Peter Demakov – basso
  • Vyacheslav Gurovoy – batteria
Genere: progressive/gothic metal
Sottogenere: dark metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Tantal

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