Running Wild – Pile of Skulls (1992)

Per chi ha fretta:
Pile of Skulls (1992), settimo album della loro carriera, è uno degli album migliori incisi dai Running Wild. Il suo heavy/power metal quadrato ed evocativo, ben supportato da una bella registrazione, nitida e di gran potenza, incide alla grande. È ciò che anima una scaletta piena di grandi brani, ognuno con una sua personalità, tra cui spiccano la veloce Whirlwind, la potente Sinister Eyes, l’oscura Black Wings of Death, la rabbiosa title-track, la riottosa Jenning’s Revenge e l’epica suite Treasure Island. Sono tutti picchi di un album da non sottovalutare solo perché il successore Black Hand Inn (1994) gli è superiore: anche Pile of Skulls è un capolavoro che ogni fan del metal tedesco deve possedere a tutti i costi!

La recensione completa:

Dopo quasi quindici anni di militanza metal e centinaia di album collezionati, non sempre mi ricordo quali sono gli stati gli album “iniziali”, quelli con cui ho conosciuto un gruppo che poi ho approfondito. Spesso però nel caso dei miei gruppi preferiti ne ho memoria: è per esempio il caso dei Running Wild. Ricordo che, cercando di aumentare le mie conoscenze in ambito heavy e power mi imbattei in loro. Il passo successivo fu immediato: comprai un loro album per capire se facevano al caso mio. Quell’album era proprio Pile of Skulls, settimo full-lenght datato 1992, e fu amore a primo ascolto. Ancor oggi, dopo oltre un decennio, rimane uno dei miei album preferiti dei tedeschi: nonostante alcuni fan lo sottovalutino, per me è addirittura uno dei migliori dei Running Wild. Se non altro, col suo mix di heavy e power metal quadrato ed evocativo, corredato dai soliti testi tra lo storico e il piratesco, è un perfetto rappresentante di quello che è il tipico sound della band di “Rock ‘n’ Rolf” Kasparek. Ma anche la qualità è quella dei suoi tempi migliori: per quanto lungo, il livello medio di Pile of Skulls si mantiene elevato, con tanti bei brani, ognuno con una sua personalità forte, e giusto un paio di cadute di stile, peraltro lievi. Ma anche tutto il resto è di alto livello: dagli artwork a firma Andreas Marschall alla registrazione, quadrata e magmatica, nitida, di grandissima potenza, sono tutti arricchimenti notevoli per la musica e per il fascino dei Running Wild. Ed è anche per questo che, nonostante il tanto tempo e il cambiamento di approccio e di gusti in relazione all’heavy metal, ancora oggi riesco ad apprezzare Pile of Skulls come quando l’ho scoperto!

Le danze partono da Chamber of Lies, intro che esordisce con dei cori sintetici e profondi, che creano subito un’aura oscura, solenne. La stessa melodia viene ripresa a grandi linee anche dalla chitarra pulita che spunta a ruota, per un pezzo antico, dal flavour medievale. È la suggestione che rimane in scena anche quando la melodia parte con forza metal, ma il lead resta orientato al folk: è un altro passaggio evocativo di un intro lungo ma splendido, che introduce alla grande l’esplosione di Whirlwind. Ci ritroviamo allora in un pezzo dinamico, tempestoso, vorticante proprio come il titolo suggerisce. È la stessa natura che regge i ritornelli, possenti e immaginifici, in cui la voce roca e caratteristica di Rock ‘n’ Rolf duetta con dei cori, per un effetto ancora più anthemico. Anche la frazione centrale è abbastanza intricata e nervosa: unisce assoli veloci e classici a momenti più di impatto e basati sulle ritmiche. Il resto invece è più ordinato: di norma il pezzo si muove su un suono dal forte ascendente speed, in cui spicca il riffage quadrato e quasi epico di Rolf e Axel Morgan. Qua e là – specie intorno ai chorus – spuntano dei momenti più particolari, quasi esotici, che danno al tutto un tocco vintage e piratesco. Sono un altro arricchimento per un pezzo perfetto, che dà il via a Pile of Skulls come meglio non si poteva! Un breve intro d’atmosfera, poi Sinister Eyes prende il via con una melodia ricercata, nonostante la potenza sprigionata dalle ritmiche al di sotto. È quest’ultima che presto prende il sopravvento, in una falsariga di base energica, diretta e non troppo complessa: nonostante qualche arricchimento melodico, pende più sul lato heavy  metal dei Running Wild. Lo stesso vale, ancor di più, per refrain, espansi e tradizionali all’estremo: nonostante questo, però hanno un bel fascino, e colpiscono bene nella loro semplicità. Chiudono il quadro una bella frazione centrale e alcuni spunti qua e là che riprendono l’inizio: entrambi sono funzionali per un pezzo elementare ma grandioso, a giusto un’incollatura dai migliori del disco!

Black Wings of Death abbandona il dinamismo sentito fin’ora per una preoccupazione crepuscolare: la si può avvertire sin dall’inizio, con una melodia lontana, malinconica. Pian piano da qui il pezzo comincia a evolversi in una direzione più dura e potente, ma senza mai lasciar da parte l’aura iniziale. Al contrario, essa è ben presente sia nelle strofe, dirette e senza fronzoli, sia nei chorus, più obliqui e con un tocco esotico, sia nei ritorni di fiamma iniziali qua e là, sia nei chorus. Questi ultimi sono particolari, incolori quasi in maniera voluta, ma riescono lo stesso a evocare una buona oscurità, mogia e palpabile. Un lunghissimo passaggio solisti di stampo power chiude un pezzo un po’ atipico per i Running Wild, ma non è un male: il livello resta altissimo, poco lontano dai picchi di Pile of Skulls! La successiva Fistful of Dynamite svolta su una norma più diretta sin dall’inizio, veloce e agitato, che già mostra i suoi temi principali. Quando poi entra nel vivo, abbiamo una piccola scheggia speed, veloce e diretta, che alterna con urgenza momenti dal riffage magmatico, brevi strofe quasi rockeggianti, bridge più preoccupati e ritornelli semplici ma anthemici. Si tira un pelo il fiato solo nella frazione centrale, che però riparte subito con un assolo circolare che gioca sui temi già sentiti in precedenti. Non poteva esserci coronamento migliore per un bel pezzo, breve ma incisivo: non è al livello di quelli sentiti fin’ora, ma non sfigura al loro confronto e rimane ottimo. È quindi il turno di Roaring Thunder, che lascia di nuovo da parte l’urgenza per qualcosa di più disteso: il ritmo di Stefan Schwarzmann è lento, e il riffage aperto, dilatato, quasi sereno, seppur una vaga vena oscura a tratti lo perturbi. È l’impostazione che, seppur con diverse variazioni, avvolge sia le strofe, seriose e granitiche, sia i bridge, con ancora quella vena eclettica/esotica già mostrata dai tedeschi, sia i ritornelli, quasi malinconici nei loro cori, per quanto esplosivi come il resto. Di nuovo, inoltre, la struttura è semplice, con l’assolo al centro come unica variazione importante: non è un problema, visto che l’episodio avvolge con la sua calma e la sua potenza per tutti i suoi sei minuti, senza mai annoiare. Come nel caso precedente, il risultato è di qualità elevatissima, e poco importa se non raggiunge i picchi del disco!

Pile of Skulls torna alla potenza e lo fa alla grande: un paio di accordi, poi via in un pezzo vorticoso e terremotante. I giri di chitarra che fanno da base al tutto sono veloci e oscuri, come anche le ritmiche, molto macinanti: entrambi si alternano lungo il corso di strofe grintose e incalzanti, con anche una certa aggressività. Ciò si accentua nei brevi bridge, graffianti e rabbiosi, e poi ancora di più nei ritornelli, in cui accanto a Rock ‘n’ Rolf appaiono dei cupi cori, per un effetto di potenza assurdo, che colpisce con la forza di un pugno in faccia. Un assolo classico e con un pelo di malinconia, ma che per il resto si conforma all’aura generale, è quanto basta per coronare un brano semplice ma meraviglioso, uno dei migliori dell’album a cui dà il nome! Si volta quindi pagina con Lead or Gold, che dopo aver urlato il proprio titolo a gran voce entra in scena come un pezzo heavy/power a metà tra malinconia e potenza. Il connubio si propaga poi per strofe cavalcanti che pendono sulla seconda senza però rinunciare alla prima, ben evidente in molti passaggi. Lo stesso vale per i bridge, evocativi e immaginifici, che introducono ritornelli divisi tra la voce del frontman e potenti cori. Proprio i chorus sono però il punto debole del pezzo: non sono musicali né catchy quanto i Running Wild ci hanno fatto sentire fin’ora. Ma in fondo non è un problema così grosso: tutto il resto funziona a meraviglia, e anche i chorus tutto sommato hanno un discreto impatto. E se la traccia perde un po’ rispetto alle altre – e sembra poco adatta a essere il singolo che rappresenta l’album, visto che c’erano scelte migliori – alla fine risulta comunque  buona, per quanto sia il punto più basso di Pile of Skulls. La successiva White Buffalo si mostra subito più calma e d’atmosfera: evoca un’aura mogia, depressa, oscura, che attraversa gran parte della norma, vorticosa e sottotraccia. Si comincia a salire un po’ di potenza solo coi bridge, più pestati, che introducono refrain tristi, intensi dal punto di vista emotivo, che colpisce molto bene. E se i riff stavolta sono più semplici e lineari rispetto alla media del disco, in fondo non è un problema: il pezzo è espressivo sia nella sua impostazione di base che nella lunga frazione centrale. Non sarà il pezzo migliore della scaletta né il più appariscente, ma in fondo chi se ne importa: abbiamo un altro buonissimo episodio, degno di stare in un album del genere.

Jennings’ Revenge comincia subito con la sua melodia di base, circolare e quasi trionfale nella sua energia. È un essenza che poi si propaga anche per le strofe, tanto incalzanti da risultare quasi epiche: ci conducono, dopo poco, a bridge un po’ più oscuri, ma sempre diretti, di gran potenza. Sono il perfetto preludio a ritornelli trionfali, energici, con cori liberatori e incisivi che si lasciano cantare a meraviglia. Ottimo anche il resto: dai momenti resi più roboanti dalle rullate di Schwarzmann all’assolo centrale, tutto funziona bene. Il risultato è un altro pezzo breve grandioso, a poca distanza dal meglio di Pile of Skulls! Tuttavia, va ancora meglio Treasure Island, suite finale con cui i Running Wild ci regalano una vera gemma. Si parte da un lungo intro, col suono di risacca su cui si staglia la voce di un narratore, che racconta gli antefatti della storia: quella de “l’Isola del Tesoro” di Robert Louis Stevenson su cui il brano è incentrato. Poco più di un minuto, poi spunta una melodia lontana di chitarra: è il preludio al pezzo vero e proprio, che la riprende in un riffage serioso, potente, evocativo. È lo stesso che, con parecchie variazioni è presente spesso, sia nei momenti strumentali più musicali che nelle strofe, dirette e dure. L’evoluzione porta la musica verso bridge più cupi, obliqui, misteriosi, di gran impatto con la loro melodia semplice e quasi orientale. Introducono alla grande refrain corali, liberatori, quasi epici: hanno un impatto assoluto, e colpiscono al’estremo. Ma anche il resto non è da meno: questa norma, che si ripresenta a tratti, è tutta di alto livello, così come lo è l’evoluzione che se ne distacca. Abbiamo allora un lunghissimo passaggio, all’inizio contenuto e preoccupato; poi però il ritmo accelera, per un passaggio al fulmicotone, puro speed power metal con un incastro di riff e di melodie vincenti e di impatto grandioso. È una frazione che si sfoga per lunghi minuti, prima di spegnersi in qualcosa che ricorda l’inizio, espanso e con solo una rarefatta melodia; da qui il pezzo riprende corpo. Abbiamo allora una progressione meno scatenata ma quadrata, potente, con una sua solennità, che tra altri assoli splendidi e momenti molto immaginifici ci riconduce alla fine nella norma iniziale. È l’inizio della fine di un pezzo che a questo punto, dopo lo splendido ritornello, comincia a spegnersi, finché la melodia lontana torna di nuovo, placida e quasi malinconica. Si conclude così un pezzo lungo oltre undici minuti ma senza un attimo di noia, un finale col botto che valorizza ancora di più un album già eccezionale di suo!

Per concludere, Pile of Skulls è un grandissimo album, un capolavoro assoluto del suo genere senza se e senza ma. È vero anche che due anni dopo i Running Wild faranno ancora di meglio con Black Hand Inn, probabilmente il loro migliore album in assoluto, che eclisserà un po’ il predecessore.  Ma questo non è un buon motivo per lasciarselo scappare: se anzi ti piacciono l’heavy, lo speed e il power della scena tedesca, questo è uno dei classici dischi che non ti può mancare!

Voto: 96/100

 
Mattia
 
Tracklist:
  1. Chamber of Lies – 02:21
  2. Whirlwind – 04:52
  3. Sinister Eyes – 05:06
  4. Black Wings of Death – 05:17
  5. Fistful of Dynamite – 04:06
  6. Roaring Thunder – 05:56
  7. Pile of Skulls – 04:39
  8. Lead or Gold – 05:07
  9. White Buffalo – 05:17
  10. Jennings’ Revenge – 04:18
  11. Treasure Island – 11:14
Durata totale: 58:13
 
Lineup:
  • Rock ‘n’ Rolf – voce e chitarra
  • Axel Morgan – chitarra
  • Thomas Smuszynski – basso
  • Stefan Schwarzmann – batteria
Genere: heavy/power metal
Sottogenere: speed/power metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Running Wild

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