Sodom – Masquerade In Blood (1995)

Per chi ha fretta

Masquerade in Blood (1995), settimo album dei Sodom, è un lavoro che risente molto della confusione e dei problemi che viveva la band tedesca all’epoca. Lo fa in primis per quanto riguarda il genere: è un thrash metal senza un anima ben definita, che oscilla da suoni più estremi (groove, death) ad altri più leggeri (punk, speed thrash, heavy classico). A ciò si unisce una forte mancanza di ispirazione e una registrazione rimbombante, caotica e indegna di uno dei nomi di punta del thrash tedesco. Sono questi i fattori all’origine di un album confuso, sterile nel suo macinare, specie nella seconda metà; nella prima invece pezzi come la rabbiosa title-track, la catchy Fields of Honour e la punkeggiante Verrecke! si salvano. Ma è troppo poco per ritirare su Masquerade in Blood, che in generale resta un album insufficiente e poco appetibile.

La recensione completa: 

Ogni tanto, specialmente in periodi di pausa e vacanza come questo, mi piace rinnovare le recensioni più vecchie di Heavy Metal Heaven. In effetti, quelle risalenti al periodo 2011/2012 sono ormai obsolete, in primis dal punto di vista del linguaggio: nel tempo ho imparato ad argomentare molto meglio, e a scrivere in una maniera più scorrevole e piacevole da leggere. Allo stesso modo, sono cresciuto e maturato per la competenza e la capacità di valutare un disco con cognizione di causa: ecco perché molte dei giudizi dell’epoca oggi sarebbero diversi, a volte anche di parecchio. È per esempio il caso di Masquerade in Blood, settimo album dei Sodom: quella originale è stata addirittura la seconda recensione pubblicata qui, a metà aprile del 2011. All’epoca, diedi all’album una sufficienza risicata; ora invece, con un orecchio migliore, posso dire che… è molto peggio di quanto mi sembrasse allora! Si tratta di un lavoro in cui è ben udibile la confusione che regnava allora nella band guidata da Tom Angelripper: colpa forse dei tanti cambi di lineup che avevano funestato la band negli anni precedenti o delle tensioni interne ed esterne attraversate dai Sodom. Sì, è vero anche che gli anni intorno al 1995 erano difficili per chiunque volesse suonare thrash. Ma ciò non giustifica la carenza di ispirazione spinta di Masquerade in Blood: se altri thrasher della stessa epoca, pur cambiando genere, pubblicarono in quel periodo album non trascendentali ma almeno discreti, i tedeschi mancarono di molto l’obiettivo. I problemi qui cominciano dallo stile: è un thrash metal molto sui generis, senza un anima ben definita. A tratti i Sodom deviano verso il death metal, altrove verso il groove – che già all’epoca cominciava a essere superato – mentre in altri frangenti si rifanno a suoni più leggeri, che vanno dal punk allo speed thrash e all’heavy classico. Non aiuta a dissipare questo caos (anzi accentua il problema) anche una produzione rimbombante e confusionaria. A tratti, Masquerade in Blood pare quasi il demo registrato in cantina di una band dei primi anni duemila, invece di un album di uno tra i nomi di punta del thrash metal tedesco. Sono tutti problemi che non consentono ai Sodom di superare la sufficienza: parliamo di un album con pochi alti e molti bassi, che risente in pieno del periodo nero della band.

Le danze partono dalla title-track Masquerade in Blood, che già illustra alcuni dei difetti – e dei rari pregi – del disco. Le sonorità cupe, da thrash moderno, sono evidenti fin dal breve intro, che anticipa i temi della canzone. Costituiscono la base che regge sia i momenti strumentali che spuntano qua e là, sia i ritornelli, lunghi, veloci, martellanti e rabbiosi, con un riffage grasso e potente in evidenza. Energiche sono anche le strofe: quasi crossover/alternative a tratti, si dividono tra momenti meno veloci a livello ritmico ma più frenetici ed esasperati, e altri diretti e di buon impatto. Chiude il cerchio una parte centrale che tira il freno a mano e per qualche istante si presenta come un pezzo death/doom, sinistro e molto oscuro, prima che pian piano i Sodom tornino ad accelerare. È un buon coronamento per un pezzo non eccezionale ma buono, nonostante la già citata registrazione: parliamo di uno dei picchi dell’album che apre – ma questo in fondo vuol dire poco. Lo si sente già da Gathering of Minds, che entra quindi in scena con ritmiche ancor più ispirate al groove metal della precedente. La stesso retrogusto aleggia anche sulle strofe, che però sono più thrashy – ma abbastanza prive di mordente – sia nei refrain, espansi e ancora doomy, ma insipidi al massimo, incapaci di comunicare alcunché. L’unico momento espressivo, ma solo un minimo, è la frazione centrale, in cui Angelripper urla un po’ di più. Ma è troppo poco per risollevare un pezzo anonimo e anche molto ripetitivo dall’insufficienza. La successiva Fields of Honour cambia ancora strada e si mostra come un pezzo speed thrash con addirittura influenze heavy metal classico: si sentono bene nel riffage di base, semplice ma di buon energia. Esso va avanti per buona parte del brano, inframmezzato solo a tratti da brevi momenti più vorticosi e macinanti. Solo per i ritornelli si cambia strada in misura maggiore: anch’essi però hanno un appeal molto classico, con la loro melodia quasi catchy – un inedito per la band tedesca, ma non spiacevole. La stessa essenza tradizionale si conferma anche nelle divagazioni strumentali: per quanto sporche, le melodie della chitarra e i riff di Strahli funzionano in maniera discreta. Tutto sommato, ne risulta un pezzo piacevole: quanto basta per essere tra i migliori del disco, nonostante la differenza col resto!

Con Braindead, i Sodom cambiano per l’ennesima volta faccia: ci ritroviamo all’interno di un pezzo sospeso tra thrash, death, d-beat e influssi quasi alternativi, con una melodia di base strana, dissonante. In sé non è nemmeno malaccio: purtroppo però la band di Gelsenkirchen continua a riproporla per quasi tutta la traccia, senza grandi variazioni, e alla fine finisce per venire a noia. Non aiuta poi il suono, qui sporco e confusionario in maniera drammatica: non è un caso che i passaggi migliori siano quelli nitidi e diretti a tinte thrash/death, che lasciano da parte l’altra frazione e hanno un discreto impatto. Per il resto, abbiamo un brano non del tutto da buttare, ma che alla fine risulta insoddisfacente. A questo punto, Masquerade in Blood cambia volto per la quinta volta in altrettanti pezzi con Verrecke!, che mostra subito la sua natura fracassona, a metà tra il punk e i Motörhead. Spesso è un’impostazione brillante, quasi festosa: lo si può sentire all’inizio, nella frazione centrale e soprattutto nei ritornelli, semplici ma divertenti, cantati come il resto da Angelripper in tedesco. Altri momenti sono invece più cupi: se le strofe sono macinanti e basta, con giusto una vaga nota cupa, i bridge si mostrano quasi feroci, prima di aprirsi per il ritornello successivo. Questo a tratti fa apparire il complesso un po’ confuso: è però l’unico difetto di un pezzo per il resto semplice ma godibile, poco lontano dal meglio del disco. Con Shadow of Damnation, i tedeschi tornano quindi a muoversi su coordinate a metà tra heavy e thrash, seppur riletti in chiave moderna e preoccupata. È quanto si può sentire sin dall’inizio, con un riff circolare di buona energia: fa però da sfondo a buona parte della canzone, e finisce a venire un po’ a noia. Un po’ meglio va invece quando la falsariga devia verso qualcosa di più frenetico e vorticoso, ma anche stavolta manca un po’ di grinta: se una parte di questa norma incide, l’altra rimane piuttosto insipida. È del resto il destino dell’intero episodio: per quanto sia lontano dal peggio del disco, e in fondo risulti sufficiente, alla fine lascia poca traccia dietro di sé.

Per una volta, Peacemaker’s Law rimane sulle coordinate precedenti, col suo speed thrash potente reso ritmato e frenetico da Atomic Steif. Il batterista è il protagonista anche nelle strofe: sulla sua terremotante doppia cassa si costruiscono passaggi convulsi e di gran urgenza, che in breve conducono ai refrain. Questi riprendono l’essenza dell’intro:  insieme ai vocalizzi rochi di Angelripper sprigionano un buon impatto. Non sono male neanche gli altri passaggi e i rallentamenti che costellano il brano: che siano potenti oppure aggiungano un tocco di melodia, come il passaggio centrale, sono un arricchimento per il complesso. Abbiamo un altro pezzo non trascendentale, ma  discreto e godibile, il che lo rende molto superiore alla media di Masquerade in Blood. Quest’ultimo è giunto a un punto di svolta: se il lato A del vecchio vinile si difendeva e preludeva a un album almeno decente, il B decade del tutto. Lo si sente bene già da Murder in My Eyes, che torna alla versione più aggressiva dei Sodom sentita in questo disco, ma in maniera sterile. Per due minuti e mezzo abbondanti, non fa altro che macinare senza senso: sia le strofe, più frenetiche, sia i più lenti ritornelli, che cercano l’impatto senza trovarlo, non strappano nemmeno un emozione. Lo stesso vale per le poche variazioni: nessuna ha qualcosa da dare, tutto è piatto e scontato, per un risultato finale molto poco appetibile. Va meglio con la successiva Unwanted Youth, ma giusto di poco: sin dall’inizio si presenta male, col suo riffage moderno che sembra una scarsa imitazione dei Machine Head. Anche il resto non è da meno: se le strofe, semplici e dirette, in fondo fanno il loro, lo stesso non si può dire dei ritornelli. Non solo tornano alla norma iniziale, ma sembrano indecisi se essere catchy o colpire con potenza: sembra quasi che i tedeschi vogliano entrambi, e il risultato è grottesco. Non aiuta una struttura di nuovo ripetitiva: è la ciliegina sulla torta (in negativo) di un altro pezzo non molto riuscito. Ma ancor di peggio i Sodom fanno con Mantelmann, in cui mostrano più confusione che mai. La base è a tinte punk, semplice, quasi banale, disimpegnata, ma Angelripper sfodera un cantato molto rabbioso, al limite dello scream. Il connubio risulta quasi cacofonico: non aiuta poi una durata limitata a poco più di due minuti, che fa apparire il tutto insignificante – ma dall’altra parte forse il suo unico pregio è quello di finire alla svelta. Abbiamo insomma un brano da dimenticare, il punto più basso di Masquerade in Blood – e non era facile.

Al contrario di tanti altri pezzi qui, Scum se la prende con calma, con un intro che emerge dal silenzio pian piano. Quando poi entra nel vivo, abbiamo un pezzo con una norma decente: è apprezzabile per il suo dinamismo, ben evocato dal ritmo serrato e incalzante di Atomic Steif e dal riffage frenetico di Strahli. È quello che va avanti a tratti in un pezzo che per il resto è molto più rallentato. Solo una parte di questa seconda norma è ben riuscita, si integra bene col resto: quelli come i ritornelli, lenti e vuoti, invece non fanno altro che spezzare il dinamismo generale, e creare uno spigolo quasi fastidioso. Inoltre, questa anima più lenta è meno interessante: è quindi singolare che i Sodom tendano a privilegiarla e a riproporla così spesso a scapito dell’altra, affossando del tutto il brano. Non aiuta poi la lunghezza eccessiva di quasi cinque minuti e mezzo: rende ancor più evidente la ridondanza e la mancanza di idee della band. È un po’ un peccato: se c’erano degli spunti interessanti, sono stati sprecati in un altro episodio davvero brutto. La situazione si ritira un po’ su con Hydrophobia, che presenta un riffage di base scontato e già sentito, ma che ha almeno il pregio di essere musicale e di avere una discreta potenza. È l’anima che regge buona parte delle strofe, prima che la musica acceleri per brevi scatti più veloci, anch’essi di buona energia. Non sono male nemmeno le due frazioni ritmiche al centro e alla fine: coronano un pezzo che in un album medio non spiccherebbe più di tanto, ma che in questa seconda metà del disco brilla addirittura come la migliore! A questo punto, Masquerade in Blood è agli sgoccioli: c’è rimasto spazio solo per Let’s Break the Law, cover degli Anti-Nowhere League che i Sodom reinterpretano in una maniera fedele all’originale, forse anche troppo. Se presa a sé stante è anche divertente, per quanto mi riguarda non ha molto senso una rilettura così simile all’originale: questo però è il problema minore. Quello più grande è che dopo un disco – e in particolare una seconda metà – così cupo, i toni del punk rock allegrotto e senza fronzoli del brano stonano parecchio. Abbiamo insomma una chiusura per nulla adeguata; ma forse da un album del genere non ci si poteva aspettare di meglio.

Per concludere, Masquerade in Blood non è un totale disastro: in vita mia ho ascoltato ben di peggio. Ma non è nemmeno un album sufficiente:  al suo interno regnano sovrane confusione e mancanza di idee, e quei pochi pezzi discreti e godibili qua e là non riescono a mitigare granché questo fatto. Per questo, ti consiglierei di comprarlo solo se sei un fan sfegatato dei Sodom e vuoi avere tutta la loro discografia; ma se cerchi un album thrash metal che sia anche solo decente, guarda altrove – anche, perché no, nel resto della discografia dei tedeschi!

Voto: 49/100


Mattia


Tracklist:
  1. Masquerade in Blood – 03:19
  2. Gathering of Minds – 04:16
  3. Fields of Honour – 03:23
  4. Braindead – 02:29
  5. Verrecke! – 02:49
  6. Shadow of Damnation – 02:57
  7. Peacemaker’s Law – 03:24
  8. Murder in My Eyes – 02:37
  9. Unwanted Youth – 03:33
  10. Mantelmann – 01:10
  11. Scum – 05:24
  12. Hydrophobia – 03:23
  13. Let’s Break The Law – 02:56
Durata totale: 42:40
Line-up:
  • Tom Angelripper – voce e basso
  • Strahli – chitarra
  • Atomic Steif – batteria
Genere: thrash metal
Sottogenere: crossover thrash metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Sodom

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